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TRIBUNALE DELLE ACQUE IN UNA SENTENZA, ''SOLVAY NON HA MAI OTTENUTO PROROGA DA MINISTERO DEI LAVORI PUBBLICI'', RAMO D'AZIENDA POI CEDUTO A SOCIETA' CHIMICA BUSSI; COMUNE ''NO COMMENT''

ACQUA POLO CHIMICO BUSSI, E' MISTERO SULL'ESISTENZA DELLA CONCESSIONE

Pubblicazione: 22 luglio 2019 alle ore 06:30

BUSSI -E' mistero sull'esistenza o meno di una concessione con tutti i crismi, per l'utilizzo dell'acqua a scopi industriali e per produrre energia elettrica nel polo chimico di Bussi, in provincia di Pescara.

E' quanto, clamorosamente risulterebbe da alcuni passaggi, di una sentenza del settembre 2017 del Tribunale delle Acque Pubbliche presso la Corte di Appello di Roma, nel respingere un ricorso presentato nel 2015 da Solvay che contestava l’importo del canone annuo per il consumo di acqua. La Solvay ha poi ceduto il suo stabilimento, nell'agosto 2016 alla Società Chimica Bussi, che produce soda, occupando una settantina di addetti, e sta facendo significativi investimenti per produrre clorito di sodio. Uno dei pochi raggi di sole in un polo chimico che ha attraversato una profonda crisi, e che vive il problema delle mancate bonifiche dei siti contaminati, a cominciare dalla discarica Tremonti.

Ebbene, alla richiesta avanzata da parte della Solvay, in uno dei punti del ricorso, in un passaggio chiave della sentenza si legge che la ricorrente, "non ha mai ottenuto la proroga richiesta al competente ministero dei Lavori pubblici”, nel lontano 1997.

E più avanti si legge che "Il Ministero competente non ha mai formalizzato il decreto di proroga prima del passaggio delle competenze alle Regioni. In questa situazione non si vede come l’autorità successivamente competente, ossia la Regione, avrebbe potuto autorizzare una proroga negoziale o convenzionale, considerata la circostanza della concessione ormai scaduta da tempo”.

Infine, "Quanto al diritto alla proroga della concessione di derivazione di acqua scopi idroelettrici fino all’anno 2019, deve rilevarsi come la stessa non sia stata esitata dal competente Ministero, ben prima dello spostamento di competenza alla Regione".

Tradotto: un Tribunale sostiene, in soldoni, che dal lontano 1997, quando c'è stato un passaggio di competenze dal Ministero alle Regioni, per lo sfruttamento dell'acqua del fiume Tirino non ci sarebbe una concessione. Come si presume invece dovrebbe avvenire, con tanto di bando pubblico, come sta avvenendo tra mille difficoltà e incidenti di percorso per le sorgenti di acqua minerale in Abruzzo.

Contattato per avere lumi sulla vicenda, il sindaco di Bussi Salvatore Lagatta, ha affermato che "al momento preferisco non rilasciare dichiarazioni".

Abruzzoweb aveva già riferito di una riunione dell'ottobre 2017 tra la Regione, con il presidente Luciano D'Alfonso e una decina di dirigenti e funzionari, e il sindaco Lagatta, si era scoperto che all'atto della cessione dello stabilimento da Solvay a Società Chimica Bussi, come detto avvenuto ad agosto 2016, nessuno avrebbe comunicato alla Regione il cambio di titolarità dell’azienda, e quindi della concessione, come invece previsto dal regolamento regionale.

Era poi spuntata fuori una determina della direzione Lavori pubblici e ciclo idrico integrato del dicembre 2014, di cui non si aveva traccia sul portale dell'Ente ma di cui AbruzzoWeb era entrato in possesso, con la quale la Regione procedeva a "voltura rinnovo e variante in favore di Solvay Chimica Bussi Spa della concessione di derivazione d'acqua del fiume Tirino di acqua per uso industriale, utilizzando le opere di presa dell'impianto idroelettrico denominato Tirino Medio".

E' avvenuto dunque che una società avrebbe ceduto un proprio ramo d'azienda e con esso la possibilità di sfruttare l'acqua del fiume ai fini della produzione energetica, senza però comunicarlo alla Regione, come previsto dalle norme, visto che l'Ente è titolare del bene e dovrebbe bandire una nuova gara per riaffidare la concessione. Stando a quanto si legge ora nella sentenza del Tribunale delle Acque, questa concessione di fatto mancherebbe dal lontano 1997.

La vicenda insiste su un polo industriale salito alla ribalta delle cronache nazionali per le mancate bonifiche del sito "Tre Monti", tre ettari contaminati da sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene, scoperte nel 2007 quando il Corpo Forestale dello Stato ha trovato nel terreno più di 250 mila tonnellate di scarti della lavorazione industriale. Veleni come cloroformio, tetracloroetano, metalli pesanti, idrocarburi paraffinici. Interrati per decenni fino a una profondità di sei metri, a pochi metri dal fiume. Sono al palo anche le bonifiche delle aree "2A" e "2B", anche se a febbraio 2018 sono stati affidati, con un bando pubblico, i lavori di bonifica ad un raggruppamento d'imprese. Per non parlare della bonifica del nucleo industriale vero e proprio, di cui non si individua un responsabile delle contaminazioni, tra le tante imprese che hanno in essa operato.

 



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