SISMA: L'ATTORE DI TEATRO MASSIMO SCONCI, ''10 ANNI LONTANO DALLA MIA CITTA', MA L'AQUILA E' LA MIA CULLA''

Pubblicazione: 06 aprile 2019 alle ore 09:00

Massimo Sconci
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L’AQUILA - “Non riuscirò mai a staccarmi dalla mia città, anche se per lavoro sono dovuto andare via. L'Aquila per me è come una mamma, alla quale sono legato da una specie di cordone ombelicale che non voglio recidere. È la mia culla, dove torno appena posso e che cerco sempre di celebrare, come ho fatto con questo spettacolo, che parla del terremoto del 2009 ma vuole comunque lanciare un messaggio di speranza, uno sprone per andare avanti”.

La vita lo ha portato lontano dall'Aquila 10 anni fa, proprio nel 2009, l'anno “X”, lo spartiacque tra “la vita di prima” e il post sisma, ma Massimo Sconci, 30 anni e affermato attore di teatro e piccolo e grande schermo, è ancora molto legato alle sue origini, tanto da aver allestito uno spettacolo teatrale, che andrà in scena in città proprio questo fine settimana, a pochi giorni dalla ricorrenza del decennale del sisma.

“L'Aquila Nuova - dieci anni dopo”, così si chiama lo spettacolo interamente scritto, diretto e interpretato da Massimo Sconci, finalista nella sezione Teatro della Biennale MarteLive, che andrà in scena al Muspac, in via Pasquale Ficara, piazza d’Arti il 29, 30 e 31 marzo, alla vigilia del decennale del sisma del 6 aprile. 

Inoltre il 5, 6 e 7 e 11 aprile e l’11 aprile, tornerà sui palchi di Roma, prima al Teatro Sophia e poi al Teatro Garbatella. 

“Il messaggio che vorrei far passare - spiega Sconci intervistato da AbruzzoWeb - è quello proporre una nuova comunità, un nuovo modo di vivere il territorio senza vittimismi di nessun tipo, senza ricerca di pietismi da fuori”.

Per Sconci non si tratta di una semplice “storia” a uso del teatro, “punto cruciale dell'intero spettacolo è l'individuo. Un cittadino aquilano qualunque, che tenta con difficoltà di relazionarsi con qualcosa di imprevedibile come il terremoto. La sua ironia, tenerezza e fragilità può avere come reazione una inevitabile depressione oppure una necessaria resistenza”.

Il risultato è una narrazione che vorrebbe essere lineare, ma che inevitabilmente si frammenta in più capitoli differenti.

“Il capoluogo d'Abruzzo, come l'intera regione, da troppo tempo, e soprattutto negli ultimi anni, sta vivendo una condizione di durissima crisi. Ma forse, su un palcoscenico, assieme al pubblico, c'è la possibilità di cominciare a immaginare una città diversa, migliore, uso la forma d'arte non per far sognare, ma per dare spunti di riflessioni positivi”, chiarisce. 

Sul palcoscenico quindi un attore, lui, con una sedia e senza microfono, due paia di occhiali, un orsacchiotto di peluche e una valigia, per un allestimento scarno ed essenziale. 

A fare la cornice, un racconto evocativo fatto di tante piccole storie, del passato, del presente e del futuro della città.

“Racconti vissuti oppure mai accaduti, con i quali cerchiamo insieme di arrivare a una soluzione, di ritrovare il senso di appartenenza a una comunità che già dal giorno dopo il 6 aprile ha cercato di far sentire la propria voce”.

Sconci vive a Roma, ma all’Aquila ha la famiglia: “il mio porto. Appena posso torno, qui ho i miei affetti, le mie radici, seppur violate dalla forza distruttrice del sisma. Cosa è stato per me il terremoto? Ero un ragazzo, e l'ho vissuta come un reset. Utilizzando un neologismo di oggi lo definisco un ‘rebut’ del mio contenitore di ricordi di vita”.

“Nel momento in cui viene cancellato tutto - spiega - casa, ricordi, persone che non ci sono più, sopravvivi e vai avanti però non hai più i tuoi dati e la maggior parte sono andati persi. Il 6 aprile come per molti altri è la mia data zero, ho ricominciato da capo, come un grande riavvio, come se avessi in mano una grande scatola da riempire o un libro da scrivere da capo”.

“Dieci anni sono una generazione - aggiunge - se guardiamo indietro vediamo il passaggio; eravamo in un modo e ci ritroviamo oggi o circondati da amici con figli o comunque da persone che sono cambiate. Nella mia casa natale, oggi ci vive mia sorella che mi regalato la gioia di diventare zio, sono cambiate le strade, la fisionomia dei palazzi, sono cambiate le persone e anche le emozioni!”.

Sconci ha vissuto all'Aquila fino all'età di 20 anni, dopo il diploma al Liceo scientifico ha sentito forte questa passione per la recitazione, tanto da scegliere come percorso di studi una laurea in Cinema, Televisione e Produzione multimediale al Dams di Roma 3.

E dopo il diploma di attore professionista all'Accademia Eutheca di Cinecittà, in un percorso formativo durato tre anni, anche un'esperienza in Inghilterra. Una volta tornato in Italia ha cominciato a muovere i primi passi, affiancato nella sua formazione da personaggi come Pierpaolo Sepe o AlessanDro Preziosi.

Non solo teatro ma anche cinema tv; ha partecipato ad alcune fiction come “Gomorra” e anche al film "Notti magiche", l'ultimo successo di Paolo Virzì.

Continua a studiare e a formarsi nel frattempo, “perché lo studio non finirà mai, soprattutto se vuoi raccogliere dei successi duraturi", seguendo come fonte d’ispirazione un vero ‘mostro sacro’ del secolo scorso Gianmaria Volontè”.

E perché proprio lui? “Non è solo un esempio da seguire, è un personaggio che ha attraverso la storia del secolo scorso dal punto di vista artistico. Un uomo che si è sempre schierato apertamente. Avrei tanto voluto lavorare con lui, o anche solo conoscerlo, Gianmaria Volontè è imparagonabile anche per l’epoca che stiamo vivendo, un modello come uomo e artista, un italiano vero d’altri tempi. L’attore secondo me più rivoluzionario, perché la sua arte si ispirava alla vita, senza finzioni, senza edulcorare nulla!”.

Insomma Sconci ha dei modelli ben precisi, che provengono tutti dal passato del panorama artistico italiano, ma perché queste scelte? “Il secolo scorso ci lascia in eredità un teatro e un cinema più realistici. Oggi la vita passa solo attraverso le immagini, che spesso sono finte, ritoccate”.

E a riguardo aggiunge citando Woody Allen, “l’arte si ispira alla vita e la vita si ispira alla televisione”; "l'ispirazione oggi viene dai social, dai click, dai ‘mi piace’. E tutto quello che facciamo solitamente è solo per mostrarsi. Trovo che stia diventando un gioco perverso, sei non stai sul pezzo, almeno nel nostro settore, alla fine rischi anche di rimanere fuori dal giro!”.

“Un gioco” al quale, alla fine, ha dovuto cedere anche lui, “si, uso i social, per lavoro e per diletto, ricadendo a volte in dei 'peccati' di velleità e in delle sciocchezze dettate dalla frivolezza. Tendo a usarli perché capita che mi ritrovi nella solitudine di quello che faccio e cerco complicità; ma allo steso tempo non utilizzarli può farmi stare meglio anche se ho paura, dopo tanto lavoro e tanti sacrifici, dello spettro di poter rimanere fuori dal giro”.

“Oggi la vita degli attori si ispira alla televisione - spiega ancora - sia chiaro, penso ci siano tanti colleghi bravissimi. Ma di certo i grandi interpreti del passato hanno lavorato pensando di sedimentare un terreno migliore per il futuro, in anni in cui i social non esistevano”.

Sconci quindi vive e lavora ben proiettato nel suo tempo, “ma cerco comunque rifugio nei fasti del passato, nei grandi esempi, come Federico Fellini, Elio Petri, Nanni Loj, ben lontani dalla mia generazione, ma dai quali c'è sempre qualcosa da imparare”.

E in questa specie “di deriva del tempo dei social”, così almeno la definì Ennio Fantaschini poco prima di morire, nel mondo dello spettacolo c'è ancora spazio per il vero talento?

“Sì! - afferma Sconci - c’è ancora la giusta valorizzazione, ma bisogna avere tanta pazienza per emergere e soprattutto per avere risultati. Almeno in Italia purtroppo una ‘referenza’ solitamente è necessario averla, ma quello che si ottiene è un tipo di successo che non ha delle fondamenta solide e che non dura. Io sono giovane, ma ho imparato che sudarsi il successo e i buoni frutti con la tenacia e l'umiltà dando tempo al tempo, è sicuramente la scelta più saggia”.

E tra cinema e teatro qual è la parte che Sconci sente più sua?

“Mi vedo nelle figura del bravo ragazzo che ha qualche lato oscuro da nascondere; le parti che mi sono rimaste impresse lavorando con Sepe sono state quelle del personaggio che partiva pulito anche con una parvenza un po’ borghese, che però aveva sempre e comunque un lato perverso da nascondere, una forma di follia nascosta. Mi affascinano e poi interpretando queste parti riesci a scoprire una certa autenticità, ci devi scavare parecchio ma il risultato è forte”.

E dopo “L'Aquila nuova”, quali sono i sogni nel cassetto e progetti futuri?

“Innanzitutto mi piacerebbe poter vivere in tutto e per tutto di arte, mi piacerebbe sviluppare dei progetti che ho nel teatro o anche nel cinema. Sto già lavorando al mio nuovo spettacolo che riguarderà la storia di un venditore di rose che è anche la storia di un’umanità perduta”.

Uno straniero clandestino che ama regalare questi fiori profumati perché nessuno le compra per se stesso e con questo gesto cerca “un’umanità perduta”, un appiglio per andare avanti, “un uomo solo, che si chiama Ulisse, ma che tutti chiamano ‘Nessuno’, con dei chiari riferimenti all'opera di Omero”, chiarisce.

Uno spettacolo che partirà proprio dall'Aquila, “da dove debutterà in anteprima nazionale”, svela.

E infine anche sogni che riguardano la vita affettiva.

“Sono single, probabilmente perché non mi accontento, o forse perché anche da questo punto di vista mi ispiro a personaggi che non esistono più. Una donna che trovo sempre bellissima? Claudia Cardinale, o guardando più da vicino Marion Cotillard, donne mature intelligenti, seppure ‘lontane’ anagraficamente, di una generazione diversa, ma sicuramente migliore della mia”, conclude.



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