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STRUTTURA AD HOC COMMISSARIALE CHIUSA AD AGOSTO, BANDO PER LA NUOVA
COINVOLTI NON SOLO I GRANDI LATIFONDI MA ANCHE CITTADINI CHE ASPETTANO

SISMA: ESPROPRI PROGETTO C.A.S.E.
CONTO DA 200 MILIONI, CITTADINI FURIOSI

Pubblicazione: 08 maggio 2013 alle ore 08:06

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L’AQUILA - Oltre 200 milioni di euro per pagare 6 mila particelle di territorio aquilano tolte a 25 mila proprietari: quello degli espropri è uno dei conti più salati rimasti da pagare a quattro anni dal terremoto del 6 aprile 2009, tanto più perché coinvolge direttamente le tasche dei cittadini, che sono stanchi di aspettare e minacciano di organizzarsi.

Su questa larghissima porzione di territorio, espropriata in fretta e furia dopo il sisma, sono stati tirati su i circa 4.500 nuclei del progetto C.a.s.e., gli oltre 3 mila moduli abitativi provvisori (Map) e i moduli a uso scolastico provvisorio (Musp).

Una vicenda intricata in cui al danno di aver perso subito i propri possedimenti con la motivazione (giustissima per carità) dell’urgenza di realizzare le strutture è aggiunta la beffa di dover attendere quattro anni dopo ancora il pagamento.

E non perché non ci sono i soldi! Il solo motivo è che le procedure burocratiche che si erano create e raffinate con fatica e molta attesa si sono nuovamente sbrindellate nel passaggio dal regime commissariale a quello ordinario.

La struttura faticosamente costituita è stata smantellata senza troppi complimenti, mentre per quella che doveva sostituirla il bando è uscito solo a fine aprile. Nel frattempo la clessidra scorre, chi aveva avviato la pratica aspetta, chi l’aveva conclusa pure aspetta! E il rischio di strascichi in tribunale è sempre più vicino.

Una vicenda che magari tange solo in punto di diritto i grandi latifondisti aquilani, che hanno comunque altre rendite o professioni danarose su cui contare, ma che incide invece violentemente sui piccoli proprietari che magari pochi mesi prima del sisma avevano fatto progetti su un pezzo di terra e hanno visto la loro vita sconvolta e ora non trovano neanche conforto economico nell'aver mollato la loro proprietà per il bene comune.

Nell’immediatezza post-sisma, con i cittadini ricoverati nelle poche strutture agibili e nelle prime tendopoli, la procedura di occupazione delle aree di proprietà degli aquilani avveniva in modo molto semplice, senza comunicazioni ufficiali, ma solo con un verbale di immissione in possesso: un primo e veloce atto fatto a ridosso del terremoto.

Le condizioni erano quelle previste dal testo unico sugli espropri, ma ci sono state deroghe attraverso le ordinanze, non sull’entità del pagamento ma sulla procedura: mentre di norma c’è un’offerta provvisoria e poi si procede, in questo caso, vista l’urgenza di sistemare gli aquilani dentro alloggi sicuri prima dell’inverno, la prima fase è stata saltata completamente.

Una commissione tecnica, composta da un funzionario dell’Agenzia del territorio, si recava sul posto con un avviso pubblico, che nessuno degli espropriati ovviamente ha letto in quel frangente, e procedeva al verbale. Visto lo stato delle cose, fatte le foto e compiuti i rilevamenti, si indicavano le aree che interessavano. Era comunque una prima tappa: affinché diventassero di proprietà del Comune o dello Stato c’era bisogno di completare l’iter.

E qui si arriva al primo inceppamento del meccanismo: in molti casi la procedura non è mai stata completata, anzi, da quanto si apprende la maggioranza delle particelle è ancora al livello del 10 aprile 2009. Nel frattempo il tempo è passato, la vita nelle C.a.s.e. e nei Map costruiti sui terreni degli aquilani è diventata ordinaria.

Si è cominciato a parlare del caso espropri solo alla fine del 2010, con le persone già da tempo dentro gli alloggi delle varie tipologie che erano stati realizzati sulle terre espropriate. L’ordinanza che ha istituito la struttura di missione espropri è la 3898 del 17 settembre 2010, dopo è arrivata la nomina alla guida di Antonio Gabrielli, ingegnere romano.

“All’inizio non sapevamo di preciso che cosa si dovesse fare, poi mi sono reso conto che stavamo facendo un lavoro importantissimo per questa città - ricorda ad AbruzzoWeb Giovanni Massimo, aquilano che ha fatto parte del gruppo di lavoro - Distribuire 200 milioni in un paio d’anni avrebbe significato dare una scossa, la gente si è data da fare sul serio. Si trattava di un lavoro mai svolto prima da alcuno, molte procedure ce le siamo inventate da zero”.

Ecco perché ci è voluto tantissimo tempo per creare l’impianto ed elaborare il funzionamento: un anno di organizzazione, documentazione e studio. In tutto il 2011 smaltite poche pratiche, soprattutto le occupazioni temporanee rimaste tali, aree che non erano servite poi per gli espropri perché dichiarate non idonee o non utili.

“Nel 2012 siamo andati a regime, abbiamo cominciato a fare i numeri - rivendica il tecnico - La struttura preparava le carte e i decreti di pagamento li faceva direttamente il dipartimento della Protezione civile a Roma. Abbiamo assegnato circa 20 milioni, ma dal 31 agosto ci siamo fermati con la fine del regime commissariale”.

Ed ecco che del malloppo di 200 milioni ne rimane ancora la stragrande maggioranza da pagare. Secondo Massimo, “i 20 milioni sono stati incassati forse per metà, gli altri erano in iter anche se la parte nostra della filiera era conclusa, mancava solo la liquidazione dei pagamenti”.

E se la macchina non si fosse fermata, “il piano prevedeva altri 60 milioni per concludere il 2012 a 80. Prima dei tre anni avremmo smaltito tutto - attacca il funzionario - Anzi, migliorando con il tempo le procedure, sono sicuro che in due anni e mezzo avremmo concluso, eventuali contenziosi a parte”.

La struttura espropri è invece caduta assieme a tutta la baracca del regime commissariale, messo alla porta dal ritorno all’ordinarietà voluto dall’allora ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca con il placet del sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, e una parte dei sindaci del “cratere”.

“Siamo stati considerati straordinari, facenti parte del regime commissariale: un errore strategico, ha bloccato le operazioni, ma al di là dell’effetto l’idea è sbagliata - rivendica Massimo - Ho avuto modo di parlarne anche con l’ex prefetto e oggi capo del dipartimento, Franco Gabrielli: avremmo risparmiato tempo e reso un servizio enorme alla città. E se la struttura fosse esistita già dal 2009, l’economia sarebbe ripartita da sola”.

Il 31 agosto si è chiusa l’attività della struttura presso la sede alla Scuola ispettori e sovrintendenti della Guardia di finanza a Coppito, nella palazzina C1. Ma il personale è rimasto a lavoro sotto proroga fino al 31 dicembre.

“Perché lasciare i dipendenti, compreso me, per molti mesi senza fare nulla? In quella fase qualche contributo in iter è diventato definitivo, sono state liquidate indennità da espropri già perfezionati, come le cessioni volontarie. Solo questa particolare fattispecie proseguita anche nel 2013”.

Poi il sipario definitivo. “A fine febbraio di quest’anno un decreto di Aldo Mancurti ha trasferito al Comune dell’Aquila soldi necessari per liquidare le pendenze derivanti da contratti già chiusi”, sulla falsariga delle altre mosse del funzionario statale che come responsabile della “gestione stralcio” ha smaltito le pendenze rimaste appese dal regime commissariale.

Oggi nessuno si occupa di espropri, anche se di recente AbruzzoWeb ha documentato che finalmente qualcosa si è mosso: i titolari degli uffici speciali per la ricostruzione del capoluogo e degli altri comuni, Paolo Aielli e Paolo Esposito, hanno indetto un bando per agenzie interinali per reperire 16 persone che dovranno occuparsi della vicenda.

Il bottino è sempre lo stesso, 80 milioni, e proviene sempre dallo stesso pozzo, il 2,2 miliardi del Cipe. Come si arriverà al totale stimato di 200 necessari? “Gli altri 100 si dovevano trovare e impegnare dopo aver speso i primi, ma il tempo che passa gioca contro”, evidenzia Massimo. Che tira fuori altri effetti collaterali dell’impasse.

“Otto mesi di ritardo costano 5 milioni in più sul totale, tra interessi, maggiorazioni e indennità aggiuntive. La Corte dei conti potrebbe occuparsene - sottolinea - I proprietari ancora non si organizzano tra loro, però minacciano ricorsi alla Corte d’Appello, come previsto dalle varie Opcm, e di chiedere un maggior valore delleindennità. Presto potrebbero sorgere anche cause civili per risarcimento danni”.

E poi c’è il più classico dei paradossi. “Per alcune pratiche, i proprietari hanno già accettato e aspettano i soldi invano da tempo, finiranno per ricorrere alle vie legali contro le inadempienze”. Sarà anche qui, come in tanti altri aspetti, il caso di darsi una svegliata.



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