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SISMA 2009: 8 ANNI DOPO, LE DICIOTTENNI CI
SCOMMETTONO ''DATECI SPAZI E RESTEREMO''

Pubblicazione: 05 aprile 2017 alle ore 07:00

Le protagoniste dell'intervista
di

L’AQUILA - Hanno fatto a tempo a vedere, almeno in parte capire e amare la rassicurante L’Aquila “de’ ‘na ote”, poi hanno subìto il terremoto del 6 aprile 2009 con la spensieratezza di una bambina di dieci anni a fungere da corazza.

Ora, spenta la diciottesima candelina, con la voglia di spaccare il mondo, vivono con spirito di adattamento e qualche difficoltà la caotica e mutevole città nuova, avvicinandosi sempre più all’età adulta in un capoluogo che non potrà mai essere quello di prima, ma poi chi l’ha detto che questo sia un male.

È un’altra faccia della “generazione sisma”, quella che si racconta e racconta ad AbruzzoWeb la città in divenire da un altro punto di vista, quello di cinque amiche che frequentano scuole diverse e gli stessi ambienti, riunite attorno al tavolo del bar Tropical, “ma veramente prima si trovava in centro?”: ecco qualcosa che non ricordano, a segnare la distanza tra generazioni che, al contrario, in alcuni passaggi straordinariamente nitidi si assottiglia in modo incredibile.

Tra pochi mesi saranno chiamate agli esami di Stato, proverbiale appuntamento spartiacque: che cosa faranno, poi, Elisa Ligas, Claudia Anastasio e Anna Peretti (quest’ultima giovane collaboratrice di questo giornale grazie al progetto “scuola-lavoro”?) una volta concluse le Industriali, Flavia Giuliani, conseguita la maturità classica, e Laura D’Andrea, uscita dallo Scientifico?

La tentazione di spiccare il volo verso altri lidi è forte, la stessa che avrebbe un diciottenne cresciuto in una “normale” città di provincia, senza l’aggravante delle macerie e della carenza di opportunità. Epperò...

Però qualcosa si può fare per farle rimanere, quantomeno per indurle in tentazione... “I giovani non riescono a trovare il loro posto in città perché non c’è, è ancora in fase di elaborazione”, è l’acuto avvertimento di queste ragazze, che, quindi, reclamano spazi in senso lato: librerie, caffè letterari, supermercati, negozi e, in sintesi estrema, nuova vita nella città vecchia.

“Chiudiamo i centri commerciali e spostiamo tutto in centro per far tornare la gente”, una provocazione da sudori freddi, ma che parla chiaro. Proprio come queste cinque che AbruzzoWeb ha intervistato nel consueto ‘speciale’ a 8 anni dal sisma, che racconterà storie e numeri, farà il punto sulla ricostruzione e proverà a riordinare le idee scombussolate dai terremoti altri, quelli arrivati tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo.

TERREMOTI A CONFRONTO

Il punto di partenza non può che essere “quella notte”, alle 3.32 del 6 aprile 2009, quando tutto è cambiato, e i giorni e i mesi che sono venuti dopo. Le ragazze allora avevano 10 anni; otto anni dopo, come si sono rapportate ai terremoti più recenti, quelli di agosto e ottobre 2016 e di gennaio 2017?

“Nel 2009 dormivo e hanno dovuto svegliarmi” comincia Elisa, che subito dopo aggiunge “la sera successiva però ho vomitato, conta?”, suscitando l’ilarità generale. Lei ha girovagato molto, “Roccaromana nel Casertano, Avezzano, Bazzano, Pettino... - ricorda - Dopo le scosse dell’anno scorso e di gennaio non sono più rientrata a casa, ma sono rimasta in quella antisismica. Mi piace vivere qui, ma in queste circostanze ti viene da pensare che si sta così bene a Pescara...”.

L’emergenza è stata affrontata in tanti modi diversi. Claudia è stata nelle tende, “ma solo per dormire e comunque non c’erano estranei, a Pizzoli ci si conosceva tutti. Rispetto a ora, nel 2009, avevo più voglia di andarmene - confessa - Adesso lasciare i miei e mia sorella non mi viene. La sensazione, dopo gli ultimi terremoti, è stata più quella di pensare ‘che palle, di nuovo...’”.

Anna, invece, ha vissuto per un po’ alla Scuola sottufficiali della Finanza, “è stato orribile, traumatico, non ho mangiato per una settimana, alla fine siamo tornati nella nostra casa classificata ‘B’ e non ancora ristrutturata, poi in una casa di legno e siamo ancora lì - spiega - Questo terremoto mi ha spaventato di più di 8 anni fa: ho paura anche in una casetta, non lo voglio sentire”, taglia corto.

Una traversata del centro distrutto che ricorda e non ricorda, due vittime tra i vicini di casa, “ma l’ho realizzato dopo”, una scivolata che le è costata “un dito rotto e una lunga fila all’ospedale San Salvatore, che era un vero delirio”, nel terremoto 2009 di Flavia. “Quelli più recenti me li ricordo meglio, c’era anche la neve e non sapevamo se restare dentro o fuori, ma anche 8 anni fa fu una batosta...”.

Quanto a Laura, “del 2009 mi resta un’immagine in testa: io fuori da casa, nella piazzetta dove tutti si erano radunati, da lontano ho visto un palazzo del centro crollare davanti ai miei occhi. Abbiamo passato notti in macchina e non sapevamo che fare, poi in un camping”. Otto anni dopo, “mentre da piccola avevo fatto l’abitudine allo sciame, subivo stress e stanchezza, ma non mi preoccupavo, ora forse con l’età ho più cognizione, sento l’aumento del battito cardiaco, ho molta più paura e scappo sotto la trave di cemento armato”.

L’AQUILA DI IERI

Queste ragazze sono diventate adolescenti in questo lungo post-sisma, ma hanno fatto in tempo a vivere e avere memorie della città che c’era prima.

Alcuni ricordi sono comuni. “Gli spettacoli dell’Uovo al teatro San Filippo!”, esclamano tutte, “dai, chi non ha visto lì lo spettacolo La volpe e la bambina?”, ma anche “i grissini a Perla nera a piazza Palazzo, che buoni erano!”. E ancora la Perdonanza e la Fiera dell’Epifania, “rispetto a oggi non si riusciva a camminare...”. A nessuna dispiacevano “i giri alla Standa e all’Upim!”.

Per Anna, comunque, rispetto a oggi era “un’altra città, completamente. Ho dei flash - racconta - ricordo che mia zia mi portava a fare spese e c’erano tutte luci belle sotto i portici, entravamo e uscivamo da ogni negozio”. Laura ha un grosso rimpianto, “non entravo molto nelle chiese, le Anime Sante, San Massimo, le vedrò ricostruite, ma non saprò mai com’erano prima”.

Da inquilina del centro, Flavia sciorina tanti altri dettagli, “ricordo molto anche se ho dimenticato i nomi di strade e piazze. A scuola andavo a piedi, alla ‘Mariele Ventre’, ricordo il carnevale in centro, i bar sotto i Portici, la pizzeria la Quintana vicino al negozio Mara Baby, ci andavamo spesso, i sepolcri del Giovedì santo che si facevano tutti a piedi nelle varie chiese, la Basilica di Collemaggio, il mercato in piazza Duomo mentre suonavano le campane”.

Claudia aveva un rapporto diverso con il centor città, “sono di Pizzoli e uscivo molto lì, ma mio zio abitava a via Roma, ero innamorata di quel palazzo antichissimo, era come una reggia, e da lì andavamo a mangiare il gelato in piazza”.

Elisa fa ridere tutte chiedendo se “la gelateria Duomo era solo a piazza Duomo?”, domanda in realtà corretta perché i suoi ricordi sono legati alla yogurteria con lo stesso nome che si trovava lungo il corso. “Ci facevamo le vasche, l’ho scoperto solo ora che vuol dire, e come dimenticare la ‘gitarella’ al Mammuth al Castello?”.

L’AQUILA DI OGGI

Tutto sommato piace anche oggi, L’Aquila. In versione soprattutto notturna, certo, ma tutte vorrebbero poterci andare anche in altri periodi della giornata.

“Mi piace il centro - esclama Anna - certo, se ci rimettessero qualche negozio sarebbe molto meglio”. “Bata apre all’Aquilone, ma non poteva riaprire in centro?”, rincara Claudia.

“Usciamo la sera, ma mio padre ha riportato lì lo studio e ci vado anche di pomeriggio, ci sono molto attaccata”, chiosa Flavia. “Ma sì usciamo spesso, il giro piazza Chiarino, il gelato a piazza Duomo...”, insiste Elisa.

Laura ammette di vivere L’Aquila “diversamente, prima era aperto solo il corso, ora tante stradine ed è bello vedere che la gente ci passa. Mi sento più sicura il sabato notte in gruppo che un giorno qualsiasi di pomeriggio, ma sola”.

CHE COSA MANCA?

Di che cosa avrebbero bisogno cinque diciottenni per sentire la loro città più attraente? Le risposte sono disparate, ma su tutte spopola “riaprire negozi in centro per farci tornare la gente ad abitare, supermercati ma anche una libreria”, che mette tutte d’accordo.

E ancora una discoteca in centro “già c’è e va bene, ma più che altro ci vorrebbe un pub dove rimanere seduti anche dopo cena, sennò dove vai?”. Il ‘vecchio’ cronista mostra al gruppo le foto dei locali in riparazione che ospitavano il mitico Jayson’s Irish Pub a via Tempera, restano ammirate: “Proprio quello che ci vuole”, eh già.

“Servono ricostruzione e intrattenimento”, riassume Laura, “Posso capire il problema degli affitti alti, ma bisogna velocizzare tutto perché molti ragazzi dell’età nostra vorrebbero andarsene: non riescono a trovare il loro posto in città perché non c’è, è ancora in fase di elaborazione”, il suo allarme da non dimenticare.

Drastica Elisa, “chiudiamo l’Aquilone e spostiamo tutto in centro perché altrimenti la gente non esce. E poi la scuola De Amicis rifacciamola, non se ne può più di vederla così! Mancano anche iniziative divertenti - avvisa - di Festival della montagna ce ne vorrebbero di più”.

Anche Claudia rilocalizzerebbe in centro un punto d’aggregazione frequentatissimo dai giovani, “ci sposterei il Mc Donald’s, succederebbe la stessa cosa di quando ha aperto 100 Montaditos, quella zona si è ripopolata anche se poi è diventato abitudine. Vorrei molte più attività all’aperto per ogni età, l’orienteering, le escape room, le palestre, le scuole di danza”.

Premettendo che “oggi esci a passeggiare e non c’è niente da vedere”, Anna auspica “un supermercato in centro, ma fatto bene, tipo quello gourmet”. E poi, “una libreria con il bar dentro. C’era una Feltrinelli prima? No? Allora va bene anche Colacchi”.

Flavia fa notare che “i negozi danno anche più luminosità alle strade, la sera lungo il corso stretto è tutto buio, e poi non esco per comprare vestiti o gioielli, ma anche per cose da mangiare”. “Oggi ti devi portare il paninazzo, altrimenti dove ceni?”, concordano tutte sul punto.

LA SICUREZZA DELLE SCUOLE

Come si fa a non affrontare il pur trito, ma irrisolto, argomento della vulnerabilità sismica delle scuole dove hanno trascorso gli ultimi cinque anni?

In questo caso la protagonista è Flavia, che con il suo Liceo “Cotugno” è passata dalla paura di una struttura forse debole ai doppi turni pomeridiani all’Itis, “una vera agonia, meno male che sono finiti, non riuscivo a studiare”.

Elisa, Claudia e Anna sono abbastanza soddisfatte delle Industriali. “La nostra scuola è un bunker”, fa notare la prima, “ci basiamo sul 2009 e quella volta ha retto”, ricorda la seconda, più scettica la terza “mi fido? Un po’ sì, un po’ no”.

Lo Scientifico non preoccupa Laura “ma, dopo il caso del Cotugno, la discussione è nata anche da noi. Non so che pensare - ammette - è giusto chiedere la documentazione e la sicurezza assoluta, ma sappiamo bene che è impossibile. Qualcosa non va ma non ho la forza di capirlo”.

RESTO QUI/VADO VIA

E si arriva al cuore del problema, la domanda delle domande. È ancora una città su cui puntare, L’Aquila, un posto in cui rimanere a vivere? O c’è da tagliare la corda alla svelta, appena chiusi i conti con l’esame di maturità?

Molto dipende, è chiaro, anche dal tipo di carriera scelta, ipotizzata o anche solo sognata dalle protagoniste. Le posizioni tra le cinque non possono che dividersi, a questo punto della chiacchierata, di fronte a una scelta così personale.

“Voglio rimanere qua per il 90% dell’anno - ammette Elisa - La città è bella, vorrei frequentare la facoltà di Ingegneria edile anche per vedere se posso dare il mio contributo per la ricostruzione”, la sua speranza, seguita, però, da un dubbio: “Mi piace L’Aquila, ma se ti offrono un lavoro all’estero che fai, non ci vai? Magari fai esperienza e torni più forte di prima, e questo in fondo valeva anche senza terremoto. Dai, puntiamo tutto sull’Aquila”.

Claudia mostra un po’ di indecisione, “se mi proponessero di andare fuori me ne andrei, ho voglia di frequentare l’università lontano da qui. Tuttavia sono anche molto legata alla mia famiglia - svela - Preferisco stare con loro a meno che non ci trasferissimo tutti. Se avessi due possibilità alla pari andrei fuori, però qui ho potuto coltivare anche la passione per la danza, ci ho messo molto a costruirmi una buona reputazione”.

“A me piacerebbe tantissimo andarmene”, dice Laura che però chiarisce, “non per odio della città, ci sarò sempre legata, ma sento che devo vedere tante cose, sono giovane, ci sono oggi e domani non si sa, vorrei vedere che mi offre l’Italia”. Dall’altra parte, aggiunge, “per non dare preoccupazioni ai miei magari sceglierò una facoltà qui per la triennale, e poi andrò via per la specializzazione. Passare altri tre anni qui non è una condanna, ma in futuro voglio vedere una città dove non ci sia solo un percorso dove camminare, e dove poter osservare anche chiese, palazzine, e così via”.

Anna premette, “voglio un sacco bene all’Aquila” e le altre ridono, “però se posso cambio non solo città, ma proprio Paese, non voglio stare in Italia. Vorrei lavorare nel marketing o nell’editoria, sceglierò un’università che offra possibilità di un impiego all’estero”. “Voglio abitare in una zona antisismica - aggiunge - Ho paura che se resto qui finirò per abituarmi a vivere sempre tra noi, dove tutti conoscono tutti, e avere paura quando poi mi troverò in una città molto più grande”.

Flavia è a un bivio, “molto dipenderà dai test d’ingresso, Medicina all’Aquila oppure Architettura a Pescara?”. Al di là di questo, afferma, “vorrei rimanere qui, a casa mia, dove non mi devo preoccupare. Se sarà possibile resterò, la scelta primaria è questa”.

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