SECONDA OPERAZIONE DELL'ANTIMAFIA IN 4 GIORNI DOPO ''REDDE RATIONEM''
IN CARCERE CINQUE PERSONE, RICERCATO UN RUMENO RISULTATO LATITANTE

SFRUTTAMENTO MANODOPERA RUMENA
NELLA RICOSTRUZIONE, SEI ARRESTI

Pubblicazione: 30 luglio 2015 alle ore 06:31

L’AQUILA - Dalle prime ore del mattino i Carabinieri del Comando Provinciale di L’Aquila, collaborati dai reparti territoriali competenti, hanno dato esecuzione a sei ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di una associazione per delinquere, composta da soggetti residenti in Abruzzo e Romania, operante nel settore della ricostruzione post-sisma del 6 aprile 2009.

L’indagine transnazionale, denominata “Social Dumping” e coordinata dalla procura distrettuale presso il Tribunale dell’Aquila, ha messo in luce un’organizzazione dedita al reclutamento e allo sfruttamento di flussi di manodopera provenienti dall’Est Europa.

Le persone raggiunte dall'ordinanza di custodia cautelare in carcere sono: Antonio D'Errico detto 'Tonino' 59 anni, residente a Tortoreto (Teramo); Francesco Salvatore di 56 anni di Pettorano sul Gizio (L'Aquila), residente a Sulmona; Panfilo Di Meo di 52 anni di Sulmona; Giancarlo Di Bartolomeo di 49 anni di Teramo; Massimo Di Donato di 53 anni, anche lui di Teramo. Al momento Nicolae Otescu detto 'Nico' di 46 anni, cittadino romeno residente a Lugoj (Romania) risulta latitante ed è per questo ricercato dalle forze dell'ordine.

Tra le diverse misure cautelati adottate, il gip del Tribunale dell'Aquila, Guendalina Buccella ha disposto per gli ultimi quattro la detenzione per soli due mesi. Successivamente, la misura prevede i domiciliari con l'applicazione del braccialetto elettronico. Infine disposto anche il divieto di esercitare l'attività imprenditoriale.

Si tratta della seconda operazione della Dda aquilana in quattro giorni, dopo quella "Redde rationem" di lunedì 27 che ha portato a 5 arresti ai domiciliari di imprenditori e un ex politico accusanti di tangenti nei puntellamenti post-terremoto, con 19 indagati complessivi.

Per la prima volta all’Aquila, nello scenario della sua difficile e sofferta ripresa, è stato contestato agli arrestati anche il reato di cui all’articolo 648 ter del Codice penale (“autoriciclaggio”), recentemente introdotto dalla Legge Grasso.

OPERAI A BASSO COSTO SFRUTTATI E MINACCIATI

Le persone arrestate sono accusate a vario titolo di essersi associate per commettere una serie indeterminata di reati fiscali, di autoriciclaggio, di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. In particolare, secondo gli inquirenti, Otescu e D'Errico, riuscivano a procurare agli amministratori delle ditte impegnate nella ricostruzione post terremoto dell'Aquila, (oggetto dell'inchiesta della Dda dell'Aquila) manodopera romena a basso costo "giustificando formalmente - si legge nell'ordinanza - la presenza, con il ricorso del contratto di distaccamento in violazione di legge. Tutto ciò - si legge sempre nell'ordinanza di custodia cautelare a firma del gip del Tribunale dell'Aquila - per procurare ai titolari delle ditte edili documenti fiscali utilizzati sia ai fini dell'evasione delle imposte e per la costituzione di fondi 'neri' da reimpiegare in attivita' economiche e speculative".

Sempre le indagini coordinate dai carabinieri del Comando provinciale dell'Aquila, diretti dal colonnello Giuseppe Donnarumma, hanno portato a galla il particolare di come gli operai venissero sfruttati, sotto la costante minaccia di essere licenziati o comunque non essere chiamati a lavorare a scopo punitivo per una settimana.

Secondo quanto accertato, tutto ciò sarebbe avvenuto attraverso la sistematica retribuzione in modo palesemente difforme ai contratti collettivi nazionali, "considerando la sproporzione tra quantità e qualità del lavoro prestato e retribuzione percepita", con sistematica retribuzione al di sotto dei tetti salariali di categoria per la corresponsione ad un salario giornaliero di 50 euro a fronte di una giornata lavorativa di 10 ore (al posto delle 8), salario che Otescu corrispondeva agli operai pur ricevendo una somma di 110 euro per ciascuna giornata lavorativa del singolo operaio dalle ditte che parimenti sfruttavano l'attività lavorativa sostenendo un costo del lavoro pari a circa il 50 per cento di quello che avrebbero dovuto sostenere in caso di utilizzo di un lavoratore regolarmente assunto.

Ulteriori illegalità sono state riscontrate, oltre che nella violazione dell'orario di lavoro, nel riposo settimanale, nella malattia, nelle ferie nella mancata retribuzione del lavoro straordinario, dei giorni non lavorativi per festività, ferie, malattia, condizioni meteorologiche avverse, con "necessità da parte degli operai di recarsi sul luogo di lavoro anche in condizioni di salute precarie".

Sotto la lente di ingrandimento anche la situazione alloggiativa degli operai "particolarmente degradanti" sistemati presso appartamenti dove venivano stipati fino a nove persone e la mancata regolarizzazione della posizione sanitaria con la conseguente impossibilità per gli stessi operai di fruire dell'assistenza sanitaria, tutto ciò nella piena consapevolezza da parte degli arrestati, dello stato di bisogno degli operai.

IL MECCANISMO

OPERAI IMPORTATI A META' PREZZO E VESSATI, E FONDI NERI

Lavoratori “importati” dalla Romania all’Aquila per lavorare alla ricostruzione post-sisma e pagati la metà, senza garanzie, senza malattia, senza ferie, costretti a subire in silenzio un compenso netto dimezzato a 50 euro al giorno e l’orario alzato da 8 a 10 ore, pena la minaccia di essere sostituiti.

Questo il meccanismo criminale posto in essere dall’associazione a delinquere scoperchiata nell’operazione “Social dumping” della procura distrettuale antimafia dell’Aquila che ha portato all’arresto di 6 persone, senza indagati a piede libero.

Un nome che deriva dalla pratica delle grandi aziende di ridurre i costi del lavoro sfruttando condizioni migliori per loro e peggiori per i lavoratori e costi di produzione abbattuti nei Paesi esteri o in via di sviluppo.

Un giro d’affari che ha coinvolto cantieri importanti del centro storico e del “cratere” per circa 22,5 milioni di euro: un aggregato tra via Verdi e Corso Vittorio Emanuele da 15,3 milioni di euro, uno tra via Bominaco e il Corso da 4,1 milioni, gestiti del consorzio Sudter, comprendente Di Meo Srl e Meg Srl; ancora, un aggregato nel Comune di Vittorito (L’Aquila) da 1,5 milioni e uno in quello di Pratola Peligna da 1,4, condotti dalla Salvatore Di Meo Snc.

Lavori che, comunque, continueranno, è stato garantito dagli inquirenti.

Nel costo della manodopera, la retribuzione lorda al netto di straordinari e festivi è di 95-100 euro al giorno. A questi vanno aggiunti contributi previdenziali, assistenziali e oneri vari per altri 100-150 euro al giorno. Il totale, per una giornata lavorativa di 8 ore, oscilla quindi tra 200-250 euro.

Facile quindi capire il risparmio per i componenti del sodalizio criminale che impiegavano gli operai “importati” dalla Romania con l’istituto del “distacco comunitario”, appunto il trasferimento temporaneo di dipendenti, a 110 euro al giorno, meno della metà.

Un lavoro che durava 2 ore al giorno oltre l’orario ordinario, senza maggiorazioni, per di più garantendo loro un alloggiamento in condizioni degradanti, fino a 10 persone in un appartamento, e coercizione attraverso intimidazioni che consistevano nel minacciare di essere lasciati a casa per una settimana come “lezione” oppure per sempre.

Per gli inquirenti la condotta degli indagati comporta “lo sfruttamento, mediante violenza, minaccia, o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori” e ci sono, perciò, tutti gli elementi per configurare il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, normato dall’articolo 603 bis del Codice penale, introdotto da un decreto del 2011 del governo Berlusconi.

Il meccanismo criminale era ulteriormente aggravato dal fatto che l’impresa italiana emetteva fatture per il personale distaccato con la quota illegittima di 110 euro al giorno.

Altre fatture a saldo per operazioni inesistenti venivano invece emesse per evadere le imposte sui redditi, l’Iva e per creare fondi neri.

Partendo dall’Aquila, per di più, si concretizzava anche un giro di creazione di fondi neri, con un versamento a Bolzano su conto corrente della Raffeisen Bank intestato alla ditta rumena fornitrice, trasferimento delle somme alla filiale della città rumena di Lugoj e prelievo dei capitali in contanti, e infine rientro in Italia delle somme in contanti.

Gli inquirenti in tal senso hanno accertato il rientro nel territorio nazionale di oltre 50 mila euro.

''LO SFRUTTAMENTO ANDAVA FERMATO"

“Si tratta di una delle prime indagini in Italia in materia di sfruttamento dei lavoratori e di autoriciclaggio, norme introdotte di recente nel nostro sistema penale, che ha richiesto un impegno notevole e per questo ringrazio i carabinieri”.

Così il procuratore distrettuale antimafia dell’Aquila, Fausto Cardella, nel corso dell’incontro con la stampa per illustrare i dettagli dell’operazione “Social dumping” che ha portato a 6 arresti, uno ancora da portare a termine.

“L’indagine è nata da una denuncia della Cgil ma non è casuale, si inserisce in un progetto di tutela della legalità nei fatti attinenti alla ricostruzione post-sisma - ha aggiunto - La procura ha svolto numerose indagini in materia, da ‘Dirty job’ a ‘Betrayal’, da quella sui Map ai balconi degli alloggi antisismici del progetto C.a.s.e.”.

Secondo Cardella, “in questo settore stiamo profondendo uno sforzo che è anche maggiore considerando l'esiguità dei magistrati, del personale amministrativo, su cui grava l'incombenza degli accertamenti in questi casi. Lavorano sempre più faticosamente perché sono sempre meno”.

Accanto al procuratore, i sostituti titolari dell’inchiesta, Simonetta Ciccarelli e Antonietta Picardi.

“Abbiamo messo in campo una serie di competenze e capacità professionali intersecate tra di loro - ha detto quest’ultima - come quella dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro. Solo grazie a loro si è riusciti a capire qual era il meccanismo del ‘distacco comunitario’ che veniva utilizzato”.

“L'indagine è stata lunga e complessa, è durata un anno con vari tipi di intercettazioni, telefoniche, ambientali in vari posti, traffico email e fax, che ci hanno permesso di capire il momento giusto per intervenire”, ha proseguito.

La Ciccarelli ha ringraziato il sindacato, presente in tribunale il segretario provinciale Cgil, Umberto Trasatti, “che ha subodorato qualcosa che non fosse regolare e da cui è partito lo spunto. Abbiamo arrestato titolari di ditte italiane e rumene che stanno operando nella ricostruzione del centro storico - ha evidenziato - I reati sono il reclutamento e sfruttamento della manodopera e l'associazione a delinquere”.

“Ci sono ulteriori ipotesi di reati fiscali e autoriciclaggio sulle quali non è stata emessa la misura cautelare ma il gip ne ha affermato la sussistenza”, ha evidenziato poi.

“Il distacco comunitario è un istituto lecito per spostare lavoratori di una ditta europea in un altro Stato - ha spiegato ancora la Ciccarelli - Nel caso specifico, lavoratori rumeni venivano distaccati in Italia, sono 20 quelli coinvolti, 2 le ditte italiane più 1 consorzio mentre la ditta rumena ha cambiato denominazione”.

Lavoratori che, come sottolineato dalla pm, “venivano retribuiti 50 euro al giorno senza malattia, festivi, straordinari, ferie. Cercavano di lavorare anche in condizioni di salute non ottimali - ha aggiunto ancora - e non venivano messi in condizione di curarsi, mancando di documentazione per usufruire del servizio sanitario nazionale”.

“La presenza di imprese che operano in una tale situazione di illegalità nei cantieri della ricostruzione opera una distorsione forte del mercato - ha concluso - Gli indagati dicono in una registrazione ‘se continua così andremo avanti fino al 2016’ e per questo andavano fermati”.

Il comandante provinciale dei Carabinieri, il colonnello Giuseppe Donnarumma, ha evidenziato che “quella emessa dal gip è una misura molto forte perché contesta anche l’aspetto associativo agli indagati. La ricostruzione deve essere ispirata anche a valori etici - ha evidenziato - Alcuni passaggi connotano il grado di cinismo dei soggetti interessati nel considerare le loro condotte foriere di arricchimento, va sottolineata con gioia la capacità di essere stati capaci di fermarli”.

“Senza lavoratori la città non potrà essere ricostruita ma noi dobbiamo guardare allo sfruttamento, fermarlo è motivo di orgoglio”, ha ribadito il colonnello.

Ricco il giro di affari. “La manodopera irregolare era impiegata in molti cantieri importanti, come quello di un aggregato corposo in corso Vittorio Veneto, da solo 15,5 milioni di euro”, ha evidenziato in ultimo Donnarumma.

Il comandante del reparto operativo dell’Arma, il tenente colonnello Andrea Ronchey, ha illustrato il funzionamento del meccanismo irregolare.

“C’è una evidente differenza tra il costo legale di un operaio, 250 euro al giorno, e quello che invece costavano quelli coinvolti alle ditte, 110 euro. La norma comunitaria del ‘distacco’ prevede una retribuzione come dovuto nel Paese ospitante”.



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