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SEBASTIANO CANNAVO', L'UOMO DELLE LOCANDINE
''NE HO 5 MILA DEI FILM PIU' BELLI, OPERE D'ARTE''

Pubblicazione: 23 novembre 2012 alle ore 13:35

Sebastiano Cannavo'
di

L'AQUILA - È l'uomo delle locandine dei film, Sebastiano Cannavò: ne possiede oltre 5 mila.

È aquilano d'adozione, dalla Sicilia a Milano fino alla Scuola superiore Guglielmo Reiss Romoli del capoluogo, che ha forgiato generazioni di funzionari Telecom. Appassionato di cinema e cultore di manifesti, che cataloga nel sito web www.fotogrammidicarta.it.

Nelle scorse settimane Cannavò ha fornito il suo prezioso contributo alla seconda edizione di “Frammenti di donna 2012” e in particolare alla mostra cinematografica dedicata agli anni di Maria Pia Casilio, allestita presso la Biblioteca provinciale dell’Aquila del capoluogo.

AbruzzoWeb lo ha intervistato, approfondendo la sua passione per quelli che, spiega, sono veri e propri oggetti d'arte che venivano realizzati da disegnatori bravissimi prima dell'avvento della fotografia e della computer graphic.

Ci parli un po’ di lei.

Sono di origini siciliane e più precisamente di Messina. Ho lavorato a Milano come ingegnere per un’azienda elettronica. Volevo cambiare lavoro e ho avuto l’opportunità di venire all’Aquila alla Reiss Romoli, il cui direttore era stato mio professore di Telefonia all’università. Ora sono in pensione. E ho sicuramente più tempo per coltivare questa grande passione.

Come nasce il suo amore per il cinema?

Ricordo che da ragazzo, insieme ad alcuni amici, avevo organizzato un cineforum, a Francavilla di Sicilia, vicino Taormina. Lì si organizzavano rassegne, si promuovevano eventi e soprattutto si proiettavano film.

Ma come arriva poi a collezionare poster cinematografici?

Per la verità è stata una cosa fortuita. Una delle mie figlie aveva la passione per il cinema. E per incoraggiarla le avevo regalato un paio di manifesti. Da allora non sono riuscito più a dimenticarli. E da qui è cominciata la mia passione di collezionare locandine.

Quanti manifesti possiede?

Circa 5 mila. E li ho catalogati con un programma molto utile, con indicizzazioni che possono aiutarmi per le mie ricerche. Anche per esigenze di spazio e praticità, ho preferito concentrarmi più sulle locandine rigorosamente originali, più piccole ovviamente dei manifesti.  Molti di questi hanno anche un certo valore economico.

La sua collezione copre tutta la storia del cinema?

Per la verità riguarda in larga parte gli anni d’oro del cinema italiano, nel periodo che va dagli anni '50 agli ‘80, anche perché nei periodi successivi i manifesti hanno poi perso il loro interesse artistico, perché sono stati realizzati principalmente con composizioni fotografiche. E dunque dicono tutto sommato poco sui contenuti del film. Prima il manifesto doveva essere una sintesi del film, riportava i volti, le espressioni degli attori, le scene e le situazioni emblematiche dell’opera: era questo che invogliava l’uomo della strada ad andare al cinema.

Come nasceva la creazione di un manifesto?

L’idea partiva da un bozzetto. Spesso erano veri e propri capolavori di artisti, anche pittori che sottoponevano le loro opere alle case di distribuzione cinematografica. Ma per esempio negli anni Cinquanta il giudizio della censura era molto rigido: se aveva lo “sta bene” il manifesto aveva l’approvazione per essere esposto, altrimenti se c’erano modifiche da fare venivano riportate dietro la tela, sul dorso la tavoletta del cartoncino su cui era stato disegnato il bozzetto, che poi veniva consegnato alla tipografia per la stampa definitiva. Molti di questi capolavori si sono persi perché allora non c’erano regole che tutelassero i diritti d’autore di questi artisti. E questi bozzetti erano considerati di nessun valore: tant’è vero che poi venivano distrutti. Solo dopo molti anni si è capito il grande errore che era stato fatto. Alcuni di questi artisti erano pittori: penso per esempio a Cesselon, che era anche un apprezzato restauratore di cappelle della pianura veneta.

Ma oggi non esistono manifesti d’autore?

No, non se ne fanno più. Forse esiste qualche eccezione, ma è molto raro trovarne. Oggi è cambiata la maniera di concepire un manifesto, di realizzarlo. Prima queste opere d’autore centravano davvero il loro obiettivo, raccontavano il film semplicemente con uno sguardo. A me infatti succede spesso una cosa curiosa: guardando alcuni disegni riesco ad associarli a film già visti. È incredibile come questi autori raggiungessero perfettamente l’obiettivo di raccontare il film con un’immagine.

Il suo collezionismo rispecchia i suoi gusti?

Non direi. Specie all’inizio, ho acquistato le locandine secondo un ordine sparso, del tutto casuale. Poi mano a mano ho fatto scelte più mirate. Posso solo dire che non amo molto il genere horror e questo ha certo influito sul carattere della mia collezione. Mi sono appassionato alla commedia, specie quella italiana ma anche ai filoni western, di azione, d’avventura. Ma principalmente i manifesti che ho sono di commedie, di documentari, in particolare quelli che ho chiamato ‘dal mondo’. C’è poi un aspetto che mi incuriosisce molto, quello che riguarda la censura cinematografica e più in particolare le locandine censurate. È un universo affascinante, fatto di aneddoti anche curiosi e divertenti.

Ce ne può raccontare uno?

Prendiamo per esempio la locandina del famosissimo film La gatta sul tetto che scotta con Liz Taylor e Paul Newman. Sulla locandina italiana del film (vi invito a vedere il mio sito alla sezione ‘Le mutande della censura’) l’attrice americana sembra nascondere dietro le spalle di Newman il suo corpo nella sua presunta completa nudità. Ma la locandina ‘stranamente’ non ebbe problemi con la censura. Poi si seppe che aveva avuto il visto perché per caso l’autore del bozzetto, Silvano Campeggi, aveva accennato due pennellate di colore per raffigurare la presenza del soprabito. Ma la mannaia della censura fu implacabile verso altri film come il caso de Le svedesi o Poveri ma belli e spesso si tendeva a coprire il manifesto stesso con lingue di carta, anche riportando commenti. Emblematico come esempio è quello del film Il solco di pesca con Gloria Guida. Il manifesto originale fu sequestrato e sulla nuova versione, che copriva le avvenenti fattezze delle protagoniste, la censura scrisse: “nell’intimità della sala cinematografica vi diranno cos’è ‘il solco di pesca’. Alcune volte l’immagine veniva resa più opaca, specie nelle zone del manifesto dove si ritraevano parti più intime. Ma in realtà bastava poco per provocare l’ira implacabile della censura: nella locandina ‘L’anticristo’, sul titolo appare una T come una croce rovesciata. Questo per il moralismo di allora era inconcepibile, inammissibile.

Gli artisti di queste locandine avevano uno stile? Erano riconoscibili?

Alcuni certamente sì. Ma bisognerebbe fare uno studio su questo. Penso sia un aspetto molto interessante. Cesselon, per esempio, era un pittore che metteva in primo piano scene con colori e tonalità molto calde. Anche Simeoni aveva uno stile tutto suo. Ma lui aveva una caratteristica: come nella locandina I racconti di Canterbury, si divertiva a prendere in giro la censura, quasi sfidandola, nascondendo particolari davvero scandalosi all’interno del bozzetto, in cui disegnava scene non facilmente riconoscibili. Quando lo incontrai un giorno, mi disse che si fece le più matte risate quando la censura approvò la locandina de I racconti di Canterbury perché non si era accorta che nel disegno c’era una scena in cui una donna masturbava un uomo.

Lei ha già fatto altre mostre?

Sì, sempre grazie all’Istituto cinematografico dell’Aquila ‘La lanterna magica’ a Rocca di Mezzo, l’anno scorso, ho organizzato una mostra su Roma e la sua storia. L’idea mi è venuta sempre grazie a mia figlia: lei vive a Parigi e mi aveva regalato un libricino, una raccolta molto bella di manifestini francesi. Su questo testo ci sono delle immagini graficamente splendide. Il libricino si chiama Paris s’affiche. E da qui mi è venuto in mente di fare qualcosa su Roma. È venuto fuori un bel lavoro: “Roma si mostra - Tra storia e mitologia”: ho voluto raccontare la Capitale del tempo dei papi, degli anni del fascismo, della ‘rinascita’ della città, ma anche quella violenta, la Roma di fine millennio.

Ha qualche altra idea nel cassetto?

Con la mia collezione si potrebbero davvero organizzare rassegne interessanti. La Cineteca di Bologna ha nel suo database circa 30 mila titoli di manifesti e locandine, grazie a un cultore che li aveva collezionati e poi donati all’istituto. E grazie a questo immenso archivio può organizzare all’infinito mostre ed eventi. È un patrimonio inesauribile. Con il mio archivio di circa 5 mila titoli le idee, le occasioni non mancheranno di certo.



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