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RUGBY: MARCHETTI, IL 6 NAZIONI PALPITA IN UN LIBRO
''QUESTO SPORT CONTA; L'AQUILA, STOP 'TROMBONI''

Pubblicazione: 28 febbraio 2013 alle ore 08:42

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L'AQUILA - 5 febbraio 2000. Data storica e spartiacque per il rugby italiano che si accomoda tra i cinque Paesi del torneo più antico del mondo, facendolo diventare quello che è oggi, il 6 Nazioni.

È proprio da qui che ha inizio La grande meta, il primo libro di Christian Marchetti, giornalista sportivo aquilano appassionato di rugby che collabora con il Corriere dello Sport, Il Messaggero e Rtl ed è autore del blog solorugby.org.

Italia-Scozia di 13 anni fa, raccontata attraverso gli occhi di chi ha schiacciato la primissima meta italiana in un 6 Nazioni, Giampiero De Carli.

“Vincemmo 34-20. Fu un risultato inaspettato, perché l’Italia veniva da un Mondiale che gli aveva rotto le ossa, mentre la Scozia era la vincitrice dell’ultimo 5 Nazioni del 1999 - spiega Marchetti - Parto da lì per raccontare il torneo e della partecipazione emotiva dei sei Paesi che ne fanno parte. Il 5 Nazioni è servito molto agli italiani per imparare e guardare agli altri come modello, in particolar modo la vicina Francia. Cercavamo di imparare dai maestri”.

Un libro scritto in collaborazione con Angelo Croce, ex atleta del Rugby Roma che ne ha curato la prefazione con un intervento molto intenso e appassionato su uno sport che ha caratterizzato gran parte della sua vita.  “Angelo ora ha un ristorante molto noto a Roma che è diventato ritrovo di molti rugbysti” spiega.

Come sta andando il libro?

Il 6 febbraio è finita la prima fase di distribuzione in tutta Italia, non abbiamo ancora riscontri, ma i molti ordini sono un segnale incoraggiante. La casa editrice è Castelvecchi che ha da poco inaugurato una collana parallela, Ultrasport, per Lit edizioni.

Come racconti il Torneo del 6 Nazioni?

Parto dalla consacrazione degli Azzurri in Italia-Scozia per poi allargare il discorso a tutto il 6 Nazioni raccontato guardando più che altro alla partecipazione emotiva delle nazioni che vi prendono parte.

Come è cambiata l’Italia del rugby negli ultimi 13 anni?

Beh, sono cambiate tantissime cose. Il problema ci fu nel dopo Dominguez che fu costretto a fare altri tre 6 Nazioni, fino al 2003, perché non c’era nessun altro che fosse in grado di rimpiazzarlo e tutt’oggi ancora non riusciamo a trovare un mediano d’apertura come lui. Quella di Diego Dominguez è una questione annosa: l’Italia è andata avanti nella ricerca spasmodica di un faro nella nebbia. È anche vero che abbiamo creato un buon retroterra, ma non abbiamo ancora un ricambio valido di giocatori. Tra gli aspetti positivi, adoro lo spirito che è riuscito a inculcare Jacques Brunel, quello secondo cui si può anche far male al proprio avversario, anziché logorarsi per 80 minuti in difesa.

Il rugby inizia a prendere piede in Italia, rispetto agli anni passati.

Oggi è uno sport importante che riempie lo stadio Olimpico per partite importanti, con dati che fanno invidia al calcio. È senza dubbio un notevole passo avanti di questo sport che oggi riesce a catturare le prime pagine dei giornali. Fino a 10 anni fa era davvero impensabile! Anche se ancora oggi se ne parla troppo poco, cioè solo in occasione dei Mondiali, del 6 Nazioni o dei test match di novembre. Il massimo campionato, per esempio, è tenuto ancora ai margini.

Scelte sbagliate da chi decide?

La Federazione ha scelto una strada rischiosa, portando avanti il movimento dall’alto e rischiando uno scollamento dalla base. Credo sia giusto portare avanti la Nazionale, come si fa, perché ci rappresenta nel mondo ed è di certo il traino per il movimento, ma così si può rischiare di creare un gigante con i piedi di argilla, dando poco risalto al massimo campionato e scarsa attenzione alla base, sebbene il progetto delle accademie può dare i suoi frutti. Il tanto criticato ex presidente federale, Giancarlo Dondi, secondo me, ha lasciato da vincente la presidenza della Fir.

I rugbysti stanno diventando dei divi come i calciatori?

Ma non credo! Risultano subito simpatici e stanno conquistando una grandissima fetta di pubblico, basti guardare ai vari spot che vedono protagonista Martin Castrogiovanni!

Cosa ti piace e cosa non ti piace del rugby aquilano?

Mi piace l’orgoglio della mia gente e l’amore profondo che ha per il rugby. In nessuna altra parte d’Italia si segue il rugby come all’Aquila. Della palla ovale aquilana non mi piacciono i vecchi tromboni, e l'incapacità di molti di fare autocritica, non cogliendo il cambiamento che questo sport ha avuto nel corso degli anni. È mancato un valido ricambio ai vertici, secondo me. Poi c’è stata la stagione disgraziata del 2009/2010 che doveva sancire l’ingresso dei neroverdi nelle coppe europeee, ma la qualificazione non è arrivata. È stata una vera mazzata per L’Aquila. In seguito ci furono le polemiche tra la dirigenza Pasqua e la conduzione tecnica. Da lì la squadra non si è più risollevata.

L’Aquila Rugby riuscirà a salvarsi in questa stagione?

Sì, in maniera rocambolesca, ma secondo me si salverà, anche se non so quale sarà la disponibilità economica. Hanno intrapreso una buona strada, soprattutto ora, con il progetto sportivo di Massimo Mascioletti. È stata un’ottima scelta, è un grande del rugby e a lui è stato affidato un compito difficile, cioè di riunire la Polisportiva con la 1936. Ai tempi criticai molto questa spaccatura. È un buon progetto, non mi pare che dalle altre squadre del Super 10 siano stati presentati piani faraonici.

Gli ultimi risultati non sono confortanti, però.

Rimango basito perché non capisco. L’Aquila Rugby ha una rosa di giocatori dalla fisicità impressionante, ha nomi importanti in mischia, come Maurizio Zaffiri ed Edoardo Vaggi, ma continua a stentare e non decolla. È un gruppo rinnovato e giovane, ma non si trova la quadra nei ruoli di apertura ed estremo. Inoltre, mi sarei aspettato numeri da campione da Robinson e Cocagi, per esempio.

Da grande appassionato seguirai tutto il rugby. Preferenze?
Mi piace il campionato francese e seguo molto la Celtic League.

Hai mai giocato a rugby?
No, mai. Ma ci ho provato! La mia passione è nata sugli spalti, da tifoso.



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