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RUGBY FEMMINILE: L'AQUILA,
L'ADDIO DI CAPITAN MANNUCCI,
GUERRIERE SI NASCE

Pubblicazione: 08 aprile 2013 alle ore 13:58

Stefania Mannucci
di

L'AQUILA - Non  poteva concludersi in modo migliore la carriera ovale dell’ex capitano dell’Aquila Rugby Femminile Stefania Mannucci che ieri pomeriggio ha giocato la sua ultima partita con i colori neroverdi.

Una vittoria delle guerriere guidate dai coach Giancarlo Silvestri e Fabio Andreassi sul Pesaro Rugby che vale il secondo posto nel campionato di serie A e una meta personale della Mannucci suggellano 8 anni di rugby intensi e pregni di emozioni, dall’esordio alla fascia di capitano, fino ad arrivare al trionfo nel campionato di Coppa Italia Seven a Casale, l’anno scorso.

“Se fosse stata scritta, non serebbe riuscita così bene - dice in riferimento alla partita che ha sancito l'addio - Paola Pasta, attuale capitano, ha scelto di darmi la sua fascia ieri. È stata un’emozione indescrivibile poter fare il mio ultimo discorso in campo e poter schiacciare l’ovale della mia ultima meta alla prima azione”.

Uno sport che ti scava dentro e resta lì per tutta una vita: non si diventa mai ex rugbysti, lo si è per sempre. Sudore e fango le hanno insegnato la fatica e il lavoro duro, ma anche l’altruismo e la generosità di una leader indiscussa dentro e fuori dal campo, punto di riferimento per le sue compagne.

“Per problemi fisici avevo scelto di concludere la mia carriera lo scorso campionato - racconta ad AbruzzoWeb - ma le mie compagne non ne hanno voluto sapere e mi hanno pregato di restare ancora una stagione. Non ho saputo dire di no e sono tornata, non più come capitano. Nel frattempo era stata scelta per questo ruolo Paola che guiderà la squadra dopo di me”.

Com'è stato questo addio?


La partita è stata praticamente perfetta e le mie compagne strepitose. Hanno montato un video con le immagini più belle della mia carriera, alternate a videointerviste a mammà e papà e ai giocatori della prima squadra. Un video divertente, ma anche commovente che mi ha fatto emozionare. Ho persone meravigliose intorno!

Ultima partita sul campo del Centi Colella, scenario del tuo esordio e del tuo addio.

Un’altra coincidenza capitata ad hoc, direi... È stato bello giocare sul campo dove sono cresciuta e dove abbiamo vinto il campionato di Coppa Italia Seven. Forse nulla arriva per caso!

Come ti sei avvicinata a questo sport?

Ci sono nata dentro. Mio padre, ex rugbysta mi ha trasmesso la passione per la palla ovale. Ero solo un cromosoma quando a casa mia già si parlava di rugby!

Hai praticato altri sport prima?

Certo! Pallanuoto e pattinaggio per molti anni, fino al 2005, quando ho iniziato a correre dietro a un ovale. Devo dire di aver preso molte mazzate anche praticando la pallanuoto!

Ricordi... Momento più bello e quello più duro?

Il più bello è senza dubbio la vittoria dell’anno scorso a Casale. Quello più duro è legato al terremoto e al mio brutto infortunio del 5 aprile 2009. Mi ruppi una mano in partita e piansi molto quel giorno perché avrei dovuto affrontare un nuovo intervento. Ero davvero a pezzi. Tornando in autobus da Perugia, in autostrada guardai L’Aquila dall’alto e mi accorsi che sulla città c’era una strana cappa, una cupola di nebbia che mi incuriosì e un po’ mi inquietò. La notte stessa ci fu quella scossa incredibile. Fu un misto di dolore per quello che ci era accaduto e per il mio stop di 3 mesi.

Come si fa a conciliare femminilità e rugby?

Bisogna essere donne anche con la tuta! È facile esserlo su un tacco 12, molto più complicato conservare la femminilità indossando scarpe da ginnastica e calzoncini. Non è difficile, ma credo che siano doti naturali e soggettive.

Cosa ti ha regalato questo sport, oltre ai successi? 

È una scuola di vita vera. Ti insegna a essere umile e a capire che tutti hanno bisogno di tutti. È uno sport di squadra dove tu sei fondamentale per gli altri, ma nel contempo non puoi fare a meno dei tuoi compagni. Lo farei provare soprattutto alle persone prepotenti di cui è pieno il mondo. A molti servirebbe una gran dose di umiltà sparata in endovena!

Come si gestisce una squadra da capitano?

Ci vuole polso, ma anche empatia e vicinanza, soprattutto nei confronti delle più piccoline per le quali diventi guida e supporto. Ci vuole serietà spesso per inquadrare le nuove leve nell’ottica del lavoro e del sacrificio.

Resterai nel mondo del rugby?

Ancora non lo so. A fine estate deciderò cosa fare.



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