QUEL SILENZIO SULLE DONNE CARNEFICI, ''LA REALTA' E' FATTA ANCHE DI 'ALTRE' VITTIME'' Abruzzo Web Quotidiano on line per l'Abruzzo. Notizie, politica, sport, attualitá.

''50 SFUMATURE DI VIOLENZA. FEMMINICIDIO E MASCHICIDIO IN ITALIA'', IL LIBRO
DELLA BENEDETTELLI FA GIA' DISCUTERE, ''E' L'EPOCA DELLE RELAZIONI MALATE''

QUEL SILENZIO SULLE DONNE CARNEFICI,
''LA REALTA' E' FATTA ANCHE DI 'ALTRE' VITTIME''

Pubblicazione: 25 novembre 2017 alle ore 07:30

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L'AQUILA - “Le donne sono le prime vittime di violenza nel mondo degli affetti ed è bene che ci siano giornate come quella che si celebra oggi, ma purtroppo possono essere crudeli anche loro".

Il suo ultimo libro 50 sfumature di violenza - Femminicidio e maschicidio in Italia (Cairo editore), fa già discutere a pochi giorni dalla pubblicazione. 

Anche nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Perché, per farla breve senza cadere nella banalizzazione, Barbara Benedettelli, saggista e attivista, dopo anni dedicati sul campo accanto alle vittime di violenza ha scelto un tema non proprio morbido per scardinare la costruzione che ha portato, come spiega in un libro che parte da una sua esperienza personale, a considerare gli uomini “tutti carnefici” e le donne “sempre vittime” e per “restituire dignità a tutte le vittime, guardando dentro a un fenomeno che include, sì, il femminicidio, ma chiama in causa il 'maschicidio', termine controcorrente per nominare l'altra faccia della stessa medaglia”.

Attraverso, beninteso, storie che “non intendono in alcun modo decostruire il lavoro fatto finora per le donne, che sono oggettivamente le prime vittime di questa violenza, ma per allargare il punto di vista verso la comprensione di un malessere che sta diventando emergenza sociale, con sullo sfondo alcuni mali del nostro secolo come l’analfabetismo emotivo, l’anaffettività, l’aggressività, il congelamento dell’empatia. Siamo tutti coinvolti, uomini e donne, nello sfacelo delle relazioni non soltanto sentimentali, ma globali.

“Il libro è frutto di una ricerca lunga e faticosissima - ammette l'autrice ad AbruzzoWeb.it - anche per una questione di algoritmi del motore di ricerca Google che permettono di tirare fuori da internet le cose più cercate. Quelli che se anche digiti 'donna aggredisce uomo' viene fuori il contrario”.

"In Italia, nella realtà mediatica, politica, ideologica, direi propagandistica, mancano le altre vittime. In Italia non ci sono, per esempio, studi istituzionali verso la violenza femminile (da parte delle donne) all'interno delle relazioni affettive malate. E le vittime maschili non solo spesso non vengono credute, ma non trovano sostegno”.

Alla fine, comunque, “sono riuscita a far emergere dalla cronaca locale un quadro molto importante che una società civile deve assolutamente prendere in considerazione, da un lato perché ci sono 'altre' vittime di abusi e violenze domestiche che meritano dignità e giustizia, dall'altro perché ci sono intrecci e sfumature che vanno visti e riconosciuti per poter prevenire”.

“Altrimenti, si continua con l'errore gravissimo di cristallizzare il tutto in uno stereotipo che si vuole in realtà abbattere, 'donna uguale vittima' e 'uomo uguale carnefice', una vera follia. Che non corrisponde alla realtà umana. Le donne continuano a morire nonostante i passi avanti, è evidente che si sta sbagliando qualcosa nell’approccio al problema”, spiega ancora la Benedettelli.

E qui la scrittrice fa un nome che qualcuno in Italia potrebbe non conoscere, nonostante l'enorme importanza del personaggio: Erin Pizzey, la donna, odiata a morte da molte femministe, che aprì nel 1971 a Londra il primo rifugio per donne vittime di violenza domestica “che non avviene solo contro le donne”, ammonisce la Benedettelli e che parlò e scrisse, tra le altre cose, del 'carattere di reciprocità' nelle violenze domestiche.

Dunque con abusi da parte di entrambi i partner in misura abbastanza simile, riassumendo che “women can be just as abusive as men”, cioè “le donne possono essere violente tanto quanto gli uomini”.

“Su 100 donne accolte nel suo primo centro - ricorda la Benedettelli - 60, per loro ammissione, dissero di esser violente tanto quanto i loro compagni. Ecco, dovremmo cominciare da qui, dal riconoscere che ci può essere reciprocità della violenza, in un quadro di distruzione dei rapporti che è in primis tra esseri umani”.

“Può accadere che, in questo quadro di violenza trasversale - precisa a questo punto -  la donna, essendo fisicamente meno forte dell'uomo, può diventare vittima se l'uomo che reagisce. Il che ovviamente non significa giustificare la violenza, ma se pensiamo che le azioni preventive debbano interessare soltanto una parte, che è quella maschile, commettiamo un errore: non preveniamo nulla”.

Esistono, d'altra parte, non solo i centri anti-violenza per le donne, ma anche i centri per i maltrattanti, “che sono senza dubbio necessari, perché curano l'uomo che ha una modalità relazionale violenta, ma - si chiede l'autrice del libro - la donna che ha lo stesso problema, come fa a farsi aiutare?”.

Nell'analisi, inoltre, alla saggista non sfugge neppure un altro capitolo, un altro tassello della propaganda a senso unico. 

“Si pensa spesso che quando la donna uccide, o in generale faccia del male all'uomo, sia per difendersi. In realtà, secondo le ricerche internazionali - che dovrebbero essere fatte anche in Italia per avere un quadro più realistico del problema - viene fuori che la simmetria della violenza è maggiore rispetto alla violenza per autodifesa”.

In pratica, “le modalità e i moventi della violenza da parte di donne sono del tutto simili a quelle da parte di uomini. Anche la donna soffre di senso di possesso, di gelosia, ma non c'è la volontà di andare a fondo, dunque si continua a semplificare il problema: donna/vittima  uomo/carnefice la causa il patriarcato ovvero il maschio”.

“Nonostante il mondo negli ultimi cinquant'anni sia cambiato e ormai cambi a una velocità incredibile - fa notare la Benedettelli - si continua a dare la colpa al patriarcato. Che invece è in coma irreversibile e di cui al massimo sono rimasti, in Italia, echi generazionali e costumi. Da abbattere certo, ma che non sono l'unica ragione di tutto questo orrore. Inoltre, studiando le donne vittime di violenza, si tende a credere che in passato, da bambine, siano state picchiate dal padre, cioè dal patriarca, quindi dal maschio. E il ruolo delle madri?”.

Domanda diretta che apre mille scenari. 

Perché, afferma a questo punto, “sono soprattutto le donne che crescono i figli maschi che domani saranno i carnefici. Sono le mamme, le insegnanti, le babysitter, lo abbiamo visto anche in questi giorni nel caso dell'asilo di Vercelli, lo dimostro nel libro riportando i fatti di cronaca”.

“Nell’indagine Istat sulla violenza contro le donne- prosegue - di cui oggi si menziona soltanto il risultato finale senza andare a vedere il particolare, emerge un dato che non viene considerato nonostante abbia un'importanza enorme: il maggior numero di uomini che colpiscono le donne ha vissuto da bambino una forma di violenza dai genitori. Nello specifico, nel 30 per cento dei casi hanno assistito a episodi di violenza tra genitori, nel 34,8 per cento l'hanno subita dal padre e nel 42,4 per cento dei casi l'hanno subita proprio dalla madre" 

“Bisogna trovare la forza di denunciare ciò che resta sepolto dall'ideologia e dai media - è la speranza della Benedettelli - Anche gli abusi non soltanto dei padri, ma pure delle madri nei confronti dei bambini, degli uomini degli anziani. Uomini e donne non possono essere giudicati in compartimenti stagni, in ognuno sono presenti il bene e il male e la necessità quotidiana di scegliere tra l'uno e l'altro. Noi donne scegliamo sempre il bene?Io stessa, lavorando all'inchiesta, sono stata costretta a mettere in discussione la mia visione dell’uomo e di me stessa, abituata a ritenermi sempre vittima in quanto donna. Mentre invece, come ogni essere umano, anche io ho delle responsabilità”.

“Dobbiamo costruire sì una società ‘post-fallica’, ma anche ‘post-uterina’. Invece c’è in atto una guerra assurda tra uomini e donne che sono i complementari necessari alla vita, all’esistenza stessa della razza umana. Un’esistenza nella quale ognuno di noi può cadere anche della morsa della depressione quando, per esempio, si trova ad affrontare separazioni difficili. Accade, purtroppo, che gli uomini arrivino a suicidarsi e a portare con sé i loro figli. Facciamo dunque attenzione a dire che la causa è il senso di possesso maschile, perché un uomo che vede la sua vita distrutta, che è privato della casa, del lavoro, dei figli (che a volte anche le donne usano come ‘armi’ di ricatto) può cadere in una depressione profonda che deve essere riconosciuta e curata.

Infine, inevitabile un giudizio sull'universo legato al termine femminicidio, “che non è un termine giuridico, ma criminologico, sociologico. Non esiste nel codice penale, ma ormai è entrato nel vocabolario della lingua italiana, nei trattati internazionali e non solo. Non ha senso contrastarne l'uso, però è necessario riportarlo nella sua dimensione originale. Perché oggi ogni omicidio di donna viene definito tale e questo è scorretto. Inoltre in tal modo si genera un senso di ingiustizia verso le altre  vittime”.

Perché, “se mettiamo la donna anziana uccisa dal vicino di casa, o dai rapinatori in questa categoria, che riteniamo più allarmante di ogni altra,  che valore ha la vita dell' anziano ucciso per lo stesso motivo?”

“Al di là di questo - conclude - il fenomeno violenza domestica, che non equivale a violenza contro le donne, come ben distingue anche la Convenzione di Istanbul, dove per altro si legge a chiare lettere che anche gli uomini possono esserne vittime, ruota intorno alla relazione. E una relazione vede in causa più persone, ognuna delle quali ha responsabilità proprie nella sua distruzione. Che cos'ha di malato la relazione? Quali sono i ruoli, effettivi, di ognuno? Il male si sconfigge se la verità è completa, se ogni elemento, o sfumatura, sono sul tavolo. Le mezze verità non portano lontano, soprattutto non aiutano a mettere in atto azioni preventive efficaci”.



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