COLLOQUIO CON IL GIORNALISTA WALTER CAPEZZALI SUGLI SCONTRI DEL 1971

QUARANT'ANNI DAI MOTI PER IL CAPOLUOGO
''ALL'AQUILA FU RIVOLUZIONE DEL DOLORE''

Pubblicazione: 01 marzo 2011 alle ore 21:10

di

L'AQUILA - Quarant'anni dai moti che sconvolsero L'Aquila per la difesa del titolo di capoluogo. Tre giorni di disordini, 26, 27 e 28 febbraio 1971, in cui la città fu messa a ferro e fuoco dai suoi stessi abitanti, con le sedi della Democrazia cristiana e del Partito comunista assaltate, le case dei maggiori esponenti politici prese d'assalto, una dura repressione da parte della polizia, con feriti e arresti.

La protesta si scatenò dopo la lettura dello statuto nuovo di zecca (è stato sostituito nel 2007) della neonata Regione Abruzzo da parte del primo presidente, Emilio Mattucci. Un testo di legge messo a punto e approvato dopo frenetiche consultazioni che duravano da mesi, in un clima da guerra civile, per centrare un compromesso storico.

Quello di lasciare all'Aquila, la città del Duecento, storia e cultura, il titolo di capoluogo, e di dare a Pescara, la città del Novecento, economia e progresso, un riconoscimento più sostanziale che formale: assessorati di peso, sedi regionali e una sorta di pari dignità.

Il compromesso, la spartizione, fu visto nel capoluogo come una mezza sconfitta e in riva all'Adriatico come una mezza vittoria: insomma, invece di accontentare, scontentò un po' tutti. E se i moti di Pescara per avere il capoluogo anche in via ufficiale c'erano già stati, nell'estate 1970, con l'assalto alla Standa, quelli dell'Aquila per difenderlo cominciarono la sera stessa di quella lettura di Mattucci.

Secondo alcune ricostruzioni, tutto nacque per un errore: Mattucci lesse "il Consiglio e la Giunta regionali si riuniscono a L'Aquila e a Pescara", ma si sbagliò: quella "e" doveva essere una "o", perché nel testo dello statuto si era usata la disgiunzione e non la congiunzione, forse per rendere il quadro ancora più nebuloso.

La correzione gridata tre volte "O! O! O!" da parte del consigliere Francesco Benucci funse da detonatore per una protesta esplosiva che cominciò quella sera stessa, con un lancio di monetine da parte del folto pubblico aquilano presente nella sala dove si tenevano le prime riunioni, quella del Consiglio provinciale che si trovavava nella prefettura poi distrutta dal sisma del 6 aprile 2009. I moti proseguirono per altri due giorni.

Testimone privilegiato dell'accaduto, il giornalista e storico Walter Capezzali, che all'epoca sosteneva la battaglia per il capoluogo sulle colonne dell'Aquilasette, il settimanale fondato da Remo Celaia, il primo giornalista professionista d'Abruzzo, dove di questa vicenda scrivevano anche cronisti come la compianta Maria Pia Renzetti e Luigi Marra.

In un giornalismo diverso da quello di oggi, L'Aquilasette usciva con titolo al vetriolo come "Vergogna!", sparato nell'edizione straordinaria dopo l'ufficializzazione del compromesso. Pescara, dalla sua, rispondeva sulle pagine della Gazzetta di Pescara, con un non meno velenoso titolo "L'Aquila deve rassegnarsi al ruolo di comprimaria".

Quarant'anni e un terremoto dopo, Capezzali fa il punto per AbruzzoWeb sulle conseguenze della "spartizione" del capoluogo, sui moti che definisce "rivoluzione del dolore" e sulla loro eredità quattro decenni dopo, quando gli aquilani devono scendere ancora in piazza, questa volta per difendere la ricostruzione della città distrutta.

FOTOGALLERIA: LA RIVOLTA NELLE PRIME PAGINE DELL'AQUILASETTE

Qual era la situazione prima dei moti?

Questa vicenda ha visto coinvolti in prima persona ambienti aquilani e pescaresi, con due settimanali coinvolti, L’Aquilasette di Remo Celaia e la Gazzetta di Pescara dell’associazione Pescara Nostra. Tutto questo ha avuto uno sviluppo prolungato nel tempo: si prevedeva la difficoltà all’arrivo al Consiglio regionale che avrebbe dovuto decidere tutto, perché L’Aquila era in minoranza, come sempre.

Nelle settimane precedenti ho scritto una serie di servizi per dimostrare come la storia avesse sempre considerato qui il capoluogo, per dimostrare che si voleva ribaltare una realtà, per dimostrare che ci sarebbero state ripercussioni su una città che già allora viveva di terziario, uffici statali e regionali. In altri articoli, un nostro prestigiosissimo collaboratore, che non si firmava, e neanche oggi vorrei farne il nome perché è ancora vivo, dimostrò che gli aquilani difendevano, a livello costituzionale, un diritto.

Insomma, erano più gli aquilani a difendersi che i pescaresi ad attaccare?

No, anche loro attaccavano. Ricordiamo i moti dell’Aquila, ma quei moti sono stati preceduti da quelli di Pescara! La cosa che si faceva rilevare è che mentre per L’Aquila la perdita del capoluogo avrebbe significato una morte socio-civile ed economica, per Pescara si trattava soltanto di attaccarsi una “coccarda” a quello che effettivamente già era, una città in forte crescita, e che L’Aquila non ha mai contestato. Gli stessi aquilani hanno contribuito a fare grande Pescara, preferendo andare per le loro spese lì piuttosto che a Roma, oppure stabilendosi e lavorando da quelle parti.

Il capoluogo contava di più per L’Aquila.

Pescara poteva solo aggiungere qualcosa alla linea di un progresso già segnato. Questo è importante per capire perché è successo quello che è successo. Nessuna strumentalizzazione, ma una “rivoluzione del dolore”. Nessuno se l’è presa con i pescaresi, ma con i partiti aquilani, tranne il Movimento sociale, perché l’unico consigliere regionale aquilano era missino e votò contro il famoso discorso dello statuto.

Un discorso che ha costituito la causa scatenante dei moti.

Certo, nel momento in cui si lessero i primi articoli e si vide la spartizione del capoluogo di regione. Una spartizione che, più che sotto il profilo della dignità, della titolarità, che rimane, molto vuota, tuttora all’Aquila, era invece sotto il profilo sostanziale, dei più pesanti assessorati.

Che ricorda di quella giornata?

La ricordo bene perché l’ho vissuto in prima persona. Mi trovavo dentro la sala del Consiglio provinciale quando ci fu la reazione che poi dette luogo ai blocchi stradali e agli assalti alle sedi dei partiti, con repressione pesantissima da parte della polizia. Allora la questura si trovava vicino al Grande Albergo e si videro arrivare ragazzi con la faccia sfracellata. In quell’assemblea mi trovavo dietro le transenne dell’aula consiliare, dove potevano circolare i giornalisti, e cominciò una protesta vivacissima, con lancio di monetine verso i consiglieri. C’è stata una rabbia forte nella popolazione a tutti i livelli, dalle professionalità maggiori, come alcuni avvocati.

C’era esasperazione?

Basti pensare a un avvocato aquilano che mi portò in redazione un foglio di carta bollata con una trentina di firme di cittadini che volevano denunciare un consigliere pescarese, poi divenuto presidente del Consiglio regionale, accusandolo di averli offesi in quella seduta perché avrebbe fatto il gesto dell’ombrello. Io c’ero e posso assicurare che alzò le braccia solo per ripararsi dal lancio delle monetine. A quell’avvocato dissi: “La denuncia me la prendo, ma solo per impedirvi di portarla a qualcun altro!”. Questo esempio per dire che c’era difficoltà a essere razionali, in quei momenti.

La stampa come ha raccontato questa vicenda?

Insomma, non c’è da stare molto soddisfatti. Io avevo passato una lunga stagione della mia professione al Messaggero, e proprio quel giornale fece una gaffe enorme, una specie di censimento con la scheda da votare su quale dovesse essere il capoluogo.

Forse voleva vendere più copie a Pescara?

Non saprei.

Che successe in quei tre giorni di rivolta?

Di tutto. Il prefetto dell’Aquila passeggiava per le strade del centro per ostentare tranquillità. Per difendere la casa dell’onorevole del Psi Nello Mariani vennero i celerini da Roma, quelli che fecero la repressione più dura, alla prefettura invece c’erano giovani carabinieri, per i quali gli aquilani ebbero molto rispetto. Prese di mira furono soprattutto le sedi dei partiti, come il Pci a via Paganica, dove buttarono documenti dalle finestre. La Dc aveva una sede a palazzo Ciolina e una a via dell’Ospizio, dietro i Salesiani. L’unico partito non assaltato fu il Msi. L’assicuratore Feliciano Ferri, come detto, fu l’unico che non votò a favore di quello statuto. Alla fine però il testo fu approvato, perché quello era l’unico modo per salvare capra e cavoli.

Che successe successivamente?

Continuammo a fare una pesante campagna per dimostrare che il doppio capoluogo comportava enormi spese in più. Facemmo calcoli perfino sulla benzina che assessori e consiglieri avrebbero speso per andare dall’Aquila a Pescara e viceversa. E un anno dopo ripetemmo il titolo di quei giorni: "Vergogna!".

Quarant’anni dopo, qual è il bilancio di quei disordini?

Oggi è ben difficile dire i danni che L’Aquila ha subìto da quella scelta che ha portato ai moti e se una scelta diversa avrebbe provocato danni per Pescara. Certo è che L’Aquila ha perso gli assessorati più pesanti sotto il profilo della società e dell’economia, che oggi fanno capo a Pescara. Non sono un economista e non sono in grado di quantificare questi danni con precisione, però vorrei che emergesse che in quell’occasione tutto finì senza nessuna particolare incriminazione. Quello che accadde allora fu un moto dell’anima di un popolo esasperato, che si sentiva minacciato nelle speranze di un futuro migliore.

Gli aquilani che vanno in piazza oggi per la ricostruzione sono figli di questi moti?

La denuncia serve, però bisogna stare molto attenti, perché chi detiene il potere e ha gestito l’emergenza e si deve occupare oggi della ricostruzione ha già scelto la strategia di difesa: accusare chi denuncia di essere una parte politica. Purtroppo c’è stato realmente l’accentuarsi dell’aspetto politico di opposizione, e là bisognava essere molto prudenti e molto coerenti, cercando di coinvolgere tutti nei dibattiti, e questo non accadeva, perché a parlare erano sempre gli stessi. Quando sono stato chiamato a dire che ne pensavo ho detto attenzione alle strumentalizzazioni, perché tutto quello che fate di buono rischia di cadere se la gente ha la possibilità di giocare la carta che hanno già scelto di giocare, quella della strumentalizzazione.

Proprio come quarant’anni fa.

Esatto.



© RIPRODUZIONE RISERVATA


ALTRE NOTIZIE

 CONTATTA LA REDAZIONE 2003- 2017 Enfasi srl
INFORMAZIONI COMMERCIALI .
Enfasi srl - Quotidiano digitale registrato presso il Tribunale dell'Aquila con decreto n°501 del 2 settembre 2003
Iscrizione al ROC n. 26362 - P.IVA 01812420667
Direttore responsabile Berardo Santilli

La redazione può essere contattata al


Politica d'uso dei Cookies su AbruzzoWeb

Alcune foto potrebbero essere prese dal Web e ritenute di dominio pubblico; i proprietari contrari alla pubblicazione potranno segnalarcelo contattando la redazione.
Powered by Digital Communication  -  Developed by MA-NO
 
X

Questo sito utilizza dei cookie per monitorare e personalizzare l'esperienza di navigazione degli utenti. Continuando a navigare si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito.
Per avere più informazioni o modificare le impostazioni sui cookie clicca qui