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PIERLUIGI FRACASSI, DEEJAY DA L'AQUILA AL BRASILE
''CAMBIO PAESE MA QUESTA CITTA' VUOLE RINASCERE''

Pubblicazione: 29 giugno 2013 alle ore 08:05

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L'AQUILA - Aveva un negozio di vestiti proprio su via Cavour, all'Aquila, si chiamava Scilla e Cariddi, e faceva il deejay. La notte era tutta sua e la illuminava con la pazienza e la bravura di chi conosce il suo popolo e sa dargli ciò di cui ha bisogno.

È Pierluigi Fracassi, un uomo che ha dato tanto alla città dell'Aquila e da essa ha preso molto, tutto quello che è diventato fino a ora. E proprio grazie al bagaglio di esperienze che ha fatto nel capoluogo abruzzese e in giro per l'Italia, ha deciso di rimettersi in gioco.

Nel '95 si è trasferito ad Alba Adriatica (Teramo), dove vive con la sua compagna ma è da qualche anno che sta ventilando la possibilità di fare i bagagli e andare a vivere in Brasile, dove c'è più “voglia di creare, reinventarsi”.

“Lì c'è molta presenza turistica, francesi, neozelandesi, messicani, vengono veramente da tutto il Mondo - spiega ad AbruzzoWeb - e io me ne sono innamorato e lì voglio sviluppare il mio progetto per una vita futura”.

“Perché in Abruzzo il mondo della notte si è bruciato, non esistono più le discoteche degli anni '80 - si confida - i locali sono mal frequentati e i veri professionisti non esistono più”.

Cosa l'ha spinta a decidere di cambiare aria e continente?

Il Nord del Brasile è un po' la nostra Italia degli anni '80. È uno stato in continua evoluzione e lì è possibile ancora crescere, vedere nuove cose, trovare locali diversi, anche innovativi, cose che in Italia non ci sono più. Non a caso l'anno prossimo ci saranno i Mondiali di calcio e le Olimpiadi nel 2016.

Cosa sta progettando di realizzare?

Ho acquistato terreni in Brasile, ma quello dove voglio costruire la mia attività si trova a Praia da Pipa, nel Nord-Est del Paese. Il mio locale farà l'aperitivo cenato, una novità per chi frequenta quei posti, e tornerò a fare serate con buona musica, soprattutto bossa nova brasiliana, ma con forte accento italiano. Vorrei che fosse un punto di ritrovo per i frequentatori.

Con chi andrà?

Insieme a Michaela, la mia compagna.

Ma lei ha lasciato L'Aquila già un po' di tempo fa...

Ora vivo stabilmente ad Alba Adriatica, ma mi muovo in tutta l'Italia. Credo che nella zona dalle Marche in su ci sia ancora molto da dire a livello di movimento musicale. Dove c'è il mare c'è sempre più apertura mentale.

Quando ha deciso di iniziare a dedicarsi al divertimento della gente?

Facevo l'imitatore sin da bambino, e l'ho fatto per molti anni vincendo anche premi importanti. Poi ho iniziato a lavorare nella radio aquilana, Radio Capital e mentre facevo lo speaker, a 15 anni, ho fatto la prima serata in una discoteca di Tortoreto Lido, al Sayonara. E poi non mi sono più fermato.

Il suo lavoro l'ha portata a viaggiare molto, dov'è stato?

Ho lavorato molto all'estero, soprattutto in Francia, a Saint Tropez. Uno dei locali al quale sono più affezionato si trova proprio lì ed è il Vip Club, dove ho fatto tante serate e sfilate. L'Italia l'ho girata in lungo e largo sono stato molto a Riccione, e a San Benedetto del Tronto, dove c'è un altro luogo al quale tengo molto, i Bagni Andrea di Sandro Assenti, qui mi sono sempre divertito e ci passano tuttora vip di tutti i calibri.

Come si è trovato, da deejay, all'Aquila?

Ho lavorato nel capoluogo abruzzese negli anni 80 fino al 95. Mi sono trovato molto bene, soprattutto con alcuni locali come il Magoo di Michele Morelli e Adolfo Scimia. Anche il Cavour era un posto interessante, versatile, cambiava spesso e dava stimoli. C'era bella gente e un buon movimento di universitari, ma ciò non toglie che la mentalità è sempre un po' legata alla frase simbolo della città, “immota manet”, che descrive perfettamente un luogo che non esce da certi schemi. Avevo anche ottimi colleghi di lavoro, come Enrico Di Paolo, Ruggero Grieco e Fausto Tatone.

Cosa pensa della vita notturna dell'Aquila post terremoto?

La movida evidenzia la parte forte del terremoto, che ha sicuramente reso ancora più piatta la vita della notte. Non c'è tanta voglia di divertirsi, i locali sono tutti uguali. Ci sono troppi bar e si sta sviluppando eccessivamente la parte alcolica del divertimento. Alcuni rischiano anche di cedere alla trappola nefasta dell'uso esagerato di alcol, così come sta succedendo con gli antidepressivi. Nel centro non ci sono spazi culturali che vi esulino. Ma devo anche dire che vivendo lontani dall'Aquila, si vede che è una città pulsante che vuole risorgere.

Perché ha smesso di fare il deejay?

Negli anni '80, quando lavoravo io, c'era un bello sviluppo musicale e nei locali c'era sempre bella gente. Ognuno aveva il proprio lavoro e lo portava a termine, i proprietari erano sempre presenti e sapevano organizzare tutto. Nel tempo la qualità è scemate, le figure professionali son venute a mancare e oggi ci sono troppi dj, troppe ingressiste, pr, è tutto molto confuso. Tutti si improvvisano tutto, il mondo della notte è in caduta libera.

Esistono delle istituzioni che tutelano la vostra professione?

Fino a qualche anno fa eravamo tutti iscritti all'associazione nazionale Dj, del presidente Renzo Arbore.

Lascia l'Italia fiducioso?

Sì.



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