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''NON GUADAGNO NIENTE, SONO VENUTO QUI PERCHE' MI INTERESSA LA STORIA''

PARLA TOSCANI, 'LA MIA ERA UNA BATTUTA'
''L'AQUILA NON MI PIACEVA, MA ORA E' MIA''

Pubblicazione: 17 luglio 2013 alle ore 20:18

Oliviero Toscani
di

L’AQUILA - Le carezze più belle, nella vita, sono quelle che vengono da mani callose e ruvide. Sono quelle che lasciano una traccia. Sembrano graffi, ma sono impronte. Sigilli. Patti.

Gli sguardi più belli, nella vita, sono quelli che ti fanno sentire nuda, quelli che mettono in evidenza ogni difetto. Quelli che ti spogliano. Quelli che è un sussurro quasi impossibile da sentire, ma mormorano: “voglio te”.

Oliviero Toscani ha accarezzato storie in ogni continente. E in ogni storia ha cercato l’anima, la radice. Quell’attimo di realtà che alza le braccia e lascia cadere la maschera.

“Sono venuto all’Aquila perché mi interessa. Mi interessa la sua storia recente, quello che è successo e soprattutto quello che non è successo. Sono passati 5 anni, quasi”, Oliviero si ferma, si guarda intorno, stringe la sua macchina fotografica, “è un tempo immenso. Non ho committenti. Non ho nulla da guadagnare. Ma sono curioso. Devo capire. E posso capire solo guardando le persone negli occhi”.

Il suo progetto, quello per il quale sta girando il mondo, si chiama Razza Umana. La vita raccontata attraverso i ritratti, volti che possano ricordare, testimoniare, fermare la Storia. Qui all’Aquila è testimonial della campagna ideata da Aquilani Digitali (www.aquilanidigitali.nuvolaverde.org) a sostegno della città terremotata. Obiettivo comune, restituire a questo luogo una visibilità internazionale.

È una giornata strana, questa. C’è sole e soffia un vento insistente. Via Fortebraccio è un cantiere aperto che non nasconde gli squarci cicatrizzati male.

“Ero già stato all’Aquila prima del terremoto. Non farò come fanno in molti, voglio essere sincero. Non l’ho mai trovata bella, non nel senso classico del termine, almeno - ammette - Mi ha sempre trasmesso, e mi rendo conto dell’ironia di quanto sto per dire, un senso di solidità. Sai, il fascino di quelle belle ragazzone di montagna, robuste, resistenti alle intemperie. È accaduto qualcosa di molto grande. Occorrono grandi risposte”.

Porto la conversazione sulla reazione scatenata tra gli aquilani dalle sue dichiarazioni. Non è un uomo che si lascia guidare, Oliviero.

Ha una sua bussola che parte forse dagli occhi o forse chissà. Di certo ci sono solo le sue mani. E quei movimenti che sembrano geroglifici sulla sua macchina fotografica: è appesa al suo collo, ma non la lascia mai. E non c’è angolo che sfugga al suo sguardo incorniciato dalla montatura rossa dei suoi inseparabili occhiali.

“Io sono nato a Milano. Mio padre lavorava per il Corriere della Sera. Faceva reportage. Ho cominciato così anch’io. Poi mi sono stancato. Non era più una città aperta. Non ascoltava chi ospitava. E se tu non ascolti quello che hanno da dire le persone che arrivano, vuol dire che sei chiusa in te stessa - racconta - Mia madre mi diceva Oliviero, se perdi la capacità di aprirti agli altri sei morto. Sono andato via. Ho lasciato la mia città. Ma non ho smesso di indignarmi, perché se ci tieni, se le cose e la vita ti toccano o sfiorano, non puoi rimanere inerte. Tempo fa ero a Napoli per un progetto. Una signora di una associazione mi disse che avevano uno scopo: rifare le facciate alle chiese. Risposi che certo, un po’ come mettere il rossetto a una donna con le mutande sporche. È venuto giù il mondo. Ma io non mi tiro indietro. Io continuo a guardare, a cercare non dico la verità, ma la realtà. La fotografia riesce a farlo, è la lettura dei fatti che ci circondano. Non mi fermo. Non l’ho mai fatto”.

Il termine che ha fatto arrabbiare e risentire un po’ tutti è puttana.

“Può essere puttana, una città? Ovvio che è una battuta. Ovvio che non è riferito alle case, agli alberi, alla terra - spiega oggi - È riferito a chi deve saper conoscere il proprio territorio e tradurre situazioni che tengano, proteggano, non uccidano”.

Chi conosce il percorso di Toscani sa che non è uomo alla ricerca di pubblicità. Non è un uomo che parla per stupire, anzi. È un uomo silenzioso. Sembra quasi che le parole lo disturbino, che disturbino il suo sguardo, la sua ricerca. Dietro ogni persiana chiusa, dietro ogni porta sbarrata, c’è la vita che si è fermata.

“C’è l’odore che c’era a New York quindici giorni dopo l’11 settembre”. Se le guardi, quelle mani che mai si allontanano da quella macchina fotografica se non per tirare su gli occhiali che scivolano sul naso, se le guardi noti un tremore. Impercettibile, quasi. Intimo. Le macerie parlano. È un lamento, è un respiro quasi ultimo. E ogni click è un massaggio cardiaco disperato. Vivi, sembra dire. Vivi.

Qualcuno chiede ad Oliviero se mai tornerà in questa città, dopo il trattamento ricevuto. Dopo che parte degli appuntamenti presi in giornata con il Comune sono saltati. Dopo una infinità di j’accuse piovuti nella rete da ogni dove.

“Certo che torno. Magari questo lavoro diventerà una mostra da fare proprio qui. E non è una sfida, non è sfacciataggine - assicura - Io tornerò perché L’Aquila è di un aquilano quanto è mia. Anzi, forse è più mia. È troppo facile amare il posto in cui sei nato. È capitato, niente di più. Una città è di chi la vive, vive davvero, è di chi la sceglie. L’Aquila è mia”.



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