PAPPONETTI, VITA NEL CALCIO: ''TAVECCHIO MI
PORTAVA LA BORSA, GRAVINA OK PER LA FIGC''

Pubblicazione: 17 dicembre 2016 alle ore 07:52

Antonio Papponetti
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L’AQUILA - Una vita nel calcio quella di Antonio Papponetti, 73 anni, aquilano, “padrone” del pallone abruzzese negli anni Ottanta e Novanta prima di scalare incarichi nazionali nella Federazione italiana gioco calcio (Figc).

È stato arbitro, presidente della sezione Aia aquilana, designatore degli arbitri abruzzesi, poi presidente del Comitato della Figc Abruzzo dal 1984 al 2001, quindi presidente nazionale del Settore giovanile e scolastico nazionale dal 2002 al 2005, e subito dopo, per altri quattro anni, vice presidente del Settore tecnico.

Nel 2009 ha provato a scalzare dal Comitato abruzzese quello che era stato il suo delfino, Daniele Ortolano, senza riuscirci, e da allora i rapporti sono gelidi. Nel 2015 il salto come presidente dell’Amiternina, la società del circondario di Scoppito, un’esperienza, però, conclusa con la retrocessione in serie D.

Oggi, alla luce della sua esperienza e conoscenza delle personalità, delle situazioni e degli angoli dei “palazzi” del calcio, con AbruzzoWeb fa il punto della situazione a 360 gradi, parlando dello sport cittadino, delle imminenti elezioni nel Comitato abruzzese che ha guidato per quasi vent’anni, ma soprattutto della corsa alla presidenza nazionale della Federazione che, a suo dire, potrebbe premiare a sorpresa un altro abruzzese, l’ex presidente del Castel di Sangro dei miracoli Gabriele Gravina.

Da quanto tempo conosce Carlo Tavecchio? Anni e anni fa pensava mai che sarebbe potuto diventare presidente della Figc?

Lo conosco da una vita, mi portava la borsa quando era un semplice consigliere. È stato bravo a inserirsi nella Lega dilettanti, ha fatto belle iniziative. La prima volta che si è candidato gli ho chiesto se ci avesse riflettuto bene. Mi ha risposto di sì, perché le ambizioni ci spingono a fare passi. Ma ora non credo sia contento di come vanno le cose.

Secondo lei ha chance di riconferma?

Tutto può succedere. Intanto è stato nominato Gravina presidente della Lega di serie C, ebbene lui è un competitor che ha qualità. Ha tutte le competenze per fare il presidente federale, un posto dove non può andare una persona improvvisata. Potrebbe provarci già da queste elezioni, perché no. Con un certo “saper fare” è stata rinviata più volte dal tribunale nazionale federale l’assemblea della Lega di serie C, fin dallo scorso settembre. Spero non si volesse fare in modo che Gravina non avesse modo di competere.

Si vota anche per la presidenza del Comitato abruzzese, come vede la possibile conferma di Ortolano e in che rapporti siete oggi?

Ho lasciato nel 2001, quando è subentrato lui, e da allora non ho mai più avuto contatti. Non ho nessun rapporto con Ortolano, però so che qualcuno dentro il Comitato è inferocito della sua gestione. Di me dicevano che ero un dittatore, ma li ho portati tutti sulle spalle per 15 anni. Ai miei tempi l’Abruzzo faceva la politica a livello nazionale nella Lega dilettanti, oggi svolgiamo il compitino e ci accodiamo agli altri.

Sono cambiati i tempi.

Mi ritengo fortunato perché ho fatto quello che mi piaceva e a buoni livelli. Se ho ricordi sono positivi e non tristi. Ai miei tempi si faceva tutto con grande passione e senza calcoli. Dalla nomina a presidente del Comitato regionale, a quella di presidente del Settore giovanile, fino a quella di vice del Settore tecnico, attenzione l’unico vice, non come oggi che sono in tanti. Posso dire di aver fatto un viaggio nel “jet set” del calcio e ho ancora tante amicizie che mi ricordano. A Roma, qualche tempo fa, mi ha riconosciuto un dirigente di settore giovanile di Palermo, tanto per dirne una.

Lo sport nella sua città in che stato di salute versa?

Ormai si fa tutto per business, il terremoto del 2009 ci ha rovinato la vita. Io in passato ho partecipato molto alla vita sportiva e non di questa città. L’ho fatto per la squadra di calcio, nel primo fallimento, quello del 1993, quando l’allora presidente Antonio Matarrese ci inserì in Eccellenza, era la prima volta che una squadra ripartiva da quel livello con il titolo sportivo, e da lì siamo ripartiti. Nel 2003 stessa cosa, ero in Consiglio federale a Roma, dopo che si era riaperta la situazione con il caso Catania: non è che comandassi io, ma state sicuri che qualche parola l’ho detta per far riammettere L’Aquila in serie C1.

L’Aquila che oggi ha un nuovo stadio, che ne pensa?

Avevo il “Fattori” sotto casa, lo spostamento fa perdere anche qualche abitudine di decenni! Comunque a parte questo mi auguro di andarci quanto prima e vedere questo nuovo impianto che è un fiore all’occhiello e che, per fortuna, è stato fatto. Merito a chi ha portato a conclusione quanto cominciato dall’allora vice sindaco, Giampaolo Arduini. Mi dicono, tuttavia, che non ci si possa giocare in notturna perché i riflettori non hanno l’altezza giusta...

Manca sempre qualcosa per l’eccellenza, per ospitare i grandi eventi, la Nazionale...

Ma noi abbiamo accolto la Under 21 di Cesare Maldini, quella che non andava nei piccoli centri di provincia, ma solo nelle metropoli. La mandò Matarrese sempre dopo le mie pressioni, ma mi disse: se incassi meno di 80 milioni paghi tu. Per fortuna lo stadio “Fattori” era pieno, anche se Maldini si lamentò per il terreno di gioco.

Dopo tanti incarichi nelle stanze dei bottoni del calcio, il passaggio dall’altra parte della barricata, come presidente dell’Amiternina, che esperienza è stata?

Una parentesi molto piacevole, peccato averla conclusa con la retrocessione, ma sono felice che, sempre tenendo a bada i conti, si sia riusciti a ripartire e a disputare il campionato d’Eccellenza. Devo dire che a Scoppito, al di là di una decina di persone che danno anima e cuore per la squadra giallorossa, non c’è interesse di enti e commercianti ed è un peccato perché si tratta di una bella realtà. Non sono riuscito a creare una joint venture con L’Aquila Calcio, l’Amiternina poteva essere una bella succursale, ma qualcuno non ne aveva voglia.

Presidente di un organo federale o di una squadra, che differenza c’è e quale incarico ha vissuto con più passione?

In generale sono due cose ben diverse. Da dirigente federale hai un compito di equità e di legalità, mentre da dirigente di una squadra vivi tutto con maggiore passionalità e hai tutti i risvolti di stare in mezzo alla gente. Devi trovare risorse, imbatterti in chi ti tratta pure male, e poi vivi la partita in modo diverso. Anche se io vivevo le partite della Nazionale maggiore con molta frenesia, ammetto che mai ne ho avuta quanto da presidente dell’Amiternina. È un ruolo più sacrificato, ma con maggiori soddisfazioni.

C’è una grande personalità del calcio italiano che le è rimasta impressa?

Marcello Lippi nel periodo di “calciopoli”. Ho vissuto una giornata a Coverciano quando vennero il commissario Guido Rossi e il presidente del Coni, Gianni Petrucci. Ero nel mio studio e vidi Lippi sospendere l’allenamento. Non era mai accaduto prima, perciò mi affacciai e notai che tutti entravano dentro la stanza della presidenza. Si sentirono discussioni animate, gli chiesero di dimettersi per la questione del figlio (Davide Lippi, agente di calciatori, all’epoca socio di Gea World e accusato, ma poi assolto, di associazione per delinquere, ndr) e lui disse che sarebbe andato avanti perché si era meritato i Mondiali. Ricordo bene quelle serate con i giocatori che non sapevano in quale categoria e in quale squadra avrebbero giocato. Quando stavano salendo sul pullman ero con Fino Fini, direttore del Centro tecnico, quando Gennaro Gattuso, ai nostri in bocca al lupo, rispose: andiamo a vincere questo Mondiale. Sono frasi che in questi casi si dicono, ma andò proprio così.

Chi è stato il miglior presidente federale con cui ha avuto a che fare?

Ne ho conosciuti tanti. Federico Sordillo, Luciano Nizzola, Matarrese, Antonio Carraro, Giancarlo Abete, il commissario Petrucci... Matarrese ha avuto un compiuto più facile, ai suoi tempi la federazione aveva tanti soldi. Abete è stato un grande mediatore, in otto anni non si è litigato oppure dopo i contrasti si ricomponeva.

E la vicenda calciopoli? Ha cambiato qualcosa?

Con Guido Rossi si è persa un’occasione. Vista la situazione, poteva riformare il gioco del calcio e mettere a capo della federazione soggetti che avessero terzietà, non interessati. Oggi ci sono le varie componenti che sono come “partiti” che devono decidere sulle sorti del calcio italiano, e non sono mai d’accordo. Rossi non ha fatto niente di tutto questo, anzi, ha cercato di rimanere e di lasciare un vice commissario suo amico. Quello che accade oggi è conseguenza di allora Oggi è cambiato tutto, sì, ma in peggio.

Il nuovo presidente della Fifa, Gianni Infantino, come le sembra?

L’ho conosciuto a Firenze, spesso veniva a Coverciano. È uno che viene dall’ambiente, non si è inventato nulla. Comunque oggi a livello internazionale conta il maggior business, vedremo chi offre di più, si guardi ai Mondiali in Russia e Qatar. In quest’ottica le Olimpiadi di Roma le avrei fatte, il 2020 è lontano e si poteva riuscire a fare un buon lavoro. Se c’era il rischio che qualcuno rubasse, bisognava controllare e si poteva recuperare.

Come andrebbe cambiato il calcio italiano?

La serie A non riesce a decollare, uno squadrone come la Juventus va ad alto livello internazionale e soffre: vuol dire che bisogna cambiare politica. Quella giusta è la politica dell’Atalanta e del Sassuolo, già nel 2011 invitavo a fare investimenti sui giovani. Sulle seconde squadre c’era un progetto già dal 2002, quello di rifare un “De Martino” (campionato per riserve e giovani svolto negli anni Cinquanta e Sessanta, ndr): una volta, quando giocavano il sabato gli stadi erano pieni, oggi non c’è passaggio di denaro e a qualche presidente non conviene.

Intanto, però, sono arrivati i capitali cinesi alla guida di due delle società più importanti.

I cinesi non comprano Milan e Inter, comprano un marchio che noi non siamo riusciti a far decollare. Non comprano la squadra. I risultati non arrivano, neanche con gli americani a Roma, perché antepongono gli affari e il fatto economico a quello sportivo, con il marketing James Pallotta i soldi li fa. Lo stesso faranno i cinesi. I risultati arriveranno, l’Inter ha fior fiore di giocatori prima o poi la formula la troverà. Questo è il nuovo calcio, ma resta il rimpianto di non aver saputo valorizzare il marchio.

I “suoi” giovani come sono messi? Anche lì serve una riforma?

Bisogna ripartire dalle basi, non è possibile che in serie D giochi gente di 35 anni. Schierare gli “under” non dovrebbe essere un obbligo, dovrebbe essere una scelta delle società. Invece di prendere ragazzetti dall’estero, i club di serie A e B dovrebbero pescare dalla D. Prima era così ora no, le primavere hanno tutti stranieri.

Manca anche la cultura?

È soprattutto un fatto di cultura. Comincia dalla famiglia, passa per la scuola e arriva, poi, al campo sportivo. Se non insegniamo la cultura, non la risolveremo mai. Il campo di calcio rispecchia la crisi di valori nel Paese. Se tutti rubano, perché il calcio dovrebbe andare come un orologio? È come sotto le armi: tra i militari c’è il ricco, il povero, il delinquente e la brava persona, c’è tutto quello che c’è nella società. Allo stesso modo va il calcio.



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