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NARDIS: ''SISMA COME DOPOGUERRA, CINEMA PER TRAMANDARE RICORDO''

Pubblicazione: 03 febbraio 2012 alle ore 08:01

Gabriele Sabatino Nardis
di

L'AQUILA - Una passione di cui ha fatto il lavoro e lo scopo della vita: questo è il cinema per il giovane regista aquilano Gabriele Sabatino Nardis.

"Per me - racconta Gabriele ad AbruzzoWeb - il cinema è una specie di missione. È un'arte non inferiore alle altre e come tale va usata per trasmettere e raccontare. Un po' come per i registi neorealisti del secondo dopoguerra, Rossellini, De Sica, Pasolini: si sono rimboccati le maniche con i pochi mezzi che avevano e hanno dato uno spaccato dell'Italia degli anni '50, ma non spaccato politico, hanno raccontato l'umanità italiana di quegli anni".

"Tutto quello che sappiamo - continua - tutto l'immaginario comune del dopoguerra, deriva da quei film: Roma città aperta, Sciuscià, Germania anno zero, Ladri di biciclette. Come dimenticare la Magnani che corre dietro al camion e si accascia a terra, fucilata?".

Il cinema è la vocazione di Gabriele, la sua passione da quando era ragazzo, nato dall'amore che aveva per il disegno e la pittura, "il passo è stato breve: dal raccontare attraverso l'immagine fissa, sono passato all'immagine in movimento", spiega.

Il percorso, invece, è stato lungo e impegnativo, prima il Dams e poi la Libera Università del Cinema di Roma, oltre a vari corsi di tecnica del cinema, ma continua a impegnarsi giorno dopo giorno per raccontare la sua quotidianità e quello che sente più vero, attraverso l'occhio attento della sua macchina da presa, ispirandosi ai grandi contemporanei: Roman Polanski, Terrence Malick, Steven Spielberg, ma sempre cercando la sua strada personale.

"Dopo il terremoto - spiega Gabriele - ho sentito la necessità di raccontare il nostro vissuto a livello umano. Ho girato due documentari, Il silenzio nello specchio e Identità perdute, ma non sono due lavori giornalistici o politici, raccontano delle persone".

Gabriele, prima del sisma, ha portato avanti la sua missione cinematografica anche attraverso laboratori nelle scuole e con i ragazzi dell'Istituto penale minorile con cui ha girato un corto suggestivo e molto forte sulla loro vita e la speranza di potersi ricostruire un avvenire.

Ha partecipato con i suoi lavori a vari Festival cinematografici, con Identità perdute al Foggia Film festival, l'anno scorso, con la sceneggiatura Una vecchia armonica ha vinto i premi "Vincenzo Di Lascia" e "Rodolfo Sonego".

Sono stati fatti molti documentari sul terremoto dell'Aquila, in cosa si differenziano i tuoi reportage?

Io non sono un documentarista ma sentivo il bisogno di raccontare il nostro vissuto a livello umano, senza che vi fossero sfumature politiche, e l'ho messo allo "specchio". Il primo reportage che, infatti, si intitola Il silenzio nello specchio, è la raccolta di quello che sentiva la gente, sono interviste per imprimere i sentimenti e come la natura umana era cambiata: le persone si erano all'improvviso liberate dalle strutture della società e di quelle personali dell'animo.

C'era solidarietà, eravamo tutti nella stessa barca. Poi abbiamo riacquistato lentamente le sovrastrutture sociali, adesso è tornato tutto alla normalità, ma la mia speranza è che ne sia venuto fuori qualcosa di buono per ognuno.

Invece Identità perdute?

L'ho girato con la collaborazione di Giustino Parisse (capo servizio della redazione dell'Aquila del quotidiano Il Centro, ndr.). Ho sempre sentito il richiamo delle mie radici, radici forti che la mia famiglia ha nel paese di Bagno (L'Aquila). Da bambino ho passato molto tempo con i miei nonni, vissuto la vita dei piccoli centri abitati. Il terremoto ha distrutto i nostri paesi, non soltanto materialmente, ma anche socialmente.

Ho voluto ricordare quello che erano la ricchezza umana, storica e artistica, che credo non potranno più tornare, ma anche quello che sono diventati. Il terremoto ha soltanto accelerato un meccanismo che era già ingranato: un modo di vivere l'esistenza radicato, quasi confinato, nei confini di un paese, che la modernità sta uccidendo, siamo tutti più veloci e viviamo i cambiamenti senza troppi problemi.

Adesso a cosa stai lavorando?

L'anno scorso ho scritto una sceneggiatura, Una vecchia armonica, con cui ho vinto il premio "Vincenzo Di Lascia" e il premio "Rodolfo Sonego". Adesso sto lavorando per farne un cortometraggio. Mi appoggia la casa produttrice Peperonito Film, investendo sul mio lavoro con attrezzature e risorse umane, una troupe di professionisti aquilani al 100 per cento, dalla fonica, alla colonna sonora del musicista Fabrizio Mancinelli. Stiamo raccogliendo i fondi contattando sponsor ma anche attraverso il sito www.produzionidalbasso.com, ognuno può contribuire con una quota minima di 10 euro e diventare produttore del mio film.

Di cosa parla?

Parla di un anziano, che sarà Franco Villani, noto attore del teatro dialettale aquilano, che si trova a vivere in un Map vicino al suo paese d'origine. La storia ruota intorno alla sua ossessione di recuperare dalle macerie della sua casa crollata una vecchia armonica a bocca. Vive con la figlia e il genero, ma è come se vivesse da solo, trascorre i suoi giorni in completa solitudine. È anche sordo e questo lo isola ancora di più perché tutti lo considerano ormai rimbambito e presi dai propri problemi non capiscono l'ossessione dell'armonica: futile follia di un vecchio. Alla fine in un modo o in un altro la situazione si risolve...

Come finisce non vuoi giustamente raccontarlo. Ma la storia ha un significato...

Per me ha importanza innanzitutto la motivazione: lasciare impresso qualcosa di quello che sta succedendo all'Aquila. Come hanno fatto i registi neorealisti nel dopoguerra, ne avremmo saputo ben poco se non avessero girato i loro film. Tra dieci anni sarà un documento prezioso. L'umanità della storia ce la porta l'arte: il cinema, la letteratura. Il significato del corto è la fine di un mondo e l'inizio di un altro. Il mondo degli anziani, che soffrono terribilmente per i cambiamenti dei luoghi della loro vita, irrimediabilmente perduto e quello delle generazioni future: il terremoto è lo spartiacque.

L'armonica è il silenzio: paesi vuoti, silenziosi di vita, odori, sapori. Il silenzio nel senso di assenza, cose che ormai mancano e mancheranno per sempre. L'armonica è appunto la metafora della vita trascorsa, dei ricordi dell'anziano: la ricerca della sua identità. Ma solo lui dà importanza all'armonica e al passato, è sordo davanti alla realtà: quello che era non può tornare, ma in questa ossessione per ritrovarlo c'è la sua forza.

La scena più importante...

L'incontro tra il vecchio e la pronipote di cinque anni. In quel momento lui si rende conto che la distanza è incolmabile: lui è il passato, lei il futuro, non si può tornare indietro. Due mondi inconciliabili, la bambina non lo capisce nemmeno quando parla, non conosce il dialetto stretto del paese: incomunicabilità di valori e modi di vita. E per questo l'armonica è il testimone di quella vita che non potrà più tornare ma che l'anziano vuole comunque trasmettere.



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