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MUSICA: GIADA SANTORO, SOPRANO AQUILANA
''GIOVANI E FANTASIA PER INNOVARE LA LIRICA''

Pubblicazione: 24 novembre 2013 alle ore 10:43

Giada Santoro
di

L’AQUILA - Giada Santoro, giovane soprano, non si ferma un attimo: “Sto facendo audizioni a Genova e San Pietroburgo, portando in scena lo spettacolo ‘One’ con Teatro Dedalus, poi ho un progetto su Rossini e il cibo, mentre nei ritagli di tempo mi dedico pure a ristrutturare casa”.

Un destino cosmopolita, unito a un grande amore per L'Aquila, la città dov’è nata e vive.

Com’è la vita qui per una persona che fa il tuo lavoro?

Vivere all'Aquila è difficile. Al di là del post-terremoto, che comunque non aiuta, questa è una città che tende a etichettare le cose da sempre. Secondo me cercare di “comprimere” la complessità in un'etichetta è un atteggiamento un po' provinciale. Io ho la fortuna di fare un lavoro che mi porta in tanti posti diversi e che mi fa “respirare”, ecco, L'Aquila avrebbe bisogno di respirare, cultura, arte, idee. In ogni modo, questa è la mia casa, e tornare a casa è sempre importante.

Giada, come comincia l'avventura con la lirica?

Ho “respirato” un’atmosfera artistica da quando sono nata: mia madre è un’attrice, la mia famiglia ama tutte le forme d’arte. Fin da piccola adoravo cantare e sapevo che avrei studiato canto. La lirica è stata una scelta quasi obbligata, visto che all’epoca (primi anni ’90, ndr) non c’erano molte altre scuole per imparare una tecnica. La mia prima insegnante è stata la grande Iride Martinez, con cui sono rimasta solo un anno, ma che mi ha dato il miglior “imprinting” che si possa desiderare: le basi tecniche e l’amore per la lirica.

Poi come hai proseguito?

Mi sono iscritta al Conservatorio, ma i primi anni sono stati davvero duri. Quella scuola tende a dare un’impostazione standard uguale per tutti, cosa che, secondo me, nel canto è sbagliata. Il cantante non “suona” uno strumento, ma è lui stesso uno strumento: la voce subisce variazioni dovute a tantissimi fattori ed è diversa per ognuno. Insegnare la tecnica senza adattarla al cantante non serve. Quest’esperienza mi ha fatto disamorare della lirica: ho cominciato a cantare altri generi, soprattutto jazz, iscrivendomi a varie scuole di musica romane per trovare una tecnica adatta a me. Poi, però, a 25 anni, ho capito che non potevo stare lontana dall’opera, il mio primo amore.

Buona la seconda, insomma.

Sì (ride), ho ricominciato a studiare con Valentina Di Cola, poi mi sono iscritta nuovamente al Conservatorio e stavolta sono riuscita a finirlo. Ora continuo a perfezionarmi con Giuliana Valente, a Roma: così ho ritrovato quell’amore per la lirica che avevo perso. L’esperienza mi ha fatto rendere conto del perché è difficile, oggi, che i giovani si avvicinino a questo tipo di musica: la lirica non si “mette in gioco” quasi mai, raramente si sperimenta qualcosa di nuovo. Quando si prova a fare qualcosa fuori dagli schemi, magari in accordo con le scuole, la risposta dei ragazzi è molto soddisfacente. Io ho l’esempio dei miei nipoti, di 6 e 11 anni, che hanno studiato il Rigoletto a scuola, in maniera molto stimolante, e adesso ogni volta che ci vediamo si divertono a cantare le arie d’opera con me.

È solo la rigidità di certi schemi che tiene i giovani lontani dall’opera?

No, assolutamente. In primo luogo, secondo me, è il costo dei biglietti che è proibitivo: si arriva a 70/80 euro per un posto, per molti ragazzi è una somma eccessiva. Poi, invece, si scopre che gli enti gestori dei teatri regalano i costosissimi biglietti per le “prime” a persone ricche e in vista, che si potrebbero ben permettere di pagarli: tutti incassi persi. Ci si lamenta che i teatri non hanno soldi e lo Stato non li finanzia, tutto giusto, ma si dovrebbero anche rivedere alcune scelte economiche perdenti.

Riavvicinare gli italiani alla lirica: missione impossibile?

No, beh, non direi, in fondo la lirica era la musica popolare di una volta, le opere appassionavano soprattutto il popolo. I temi trattati sono attuali ancor oggi: l’amore perduto o ritrovato, le differenze sociali, il povero che vince sul ricco con l’astuzia... basterebbe presentare le cose diversamente. Con la pianista Marcella Coletti abbiamo organizzato un progetto su Rossini e il cibo: il grande compositore, negli ultimi anni della sua vita, si dedicò più alla cucina che alla musica, e noi proponiamo una cena con piatti di sua invenzione, accompagnata con alcune delle sue arie più famose. Bisogna pensare alle cose con un po’ di fantasia, è questo il segreto.



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