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MAURO PETRARCA: POETA CIMITERIALE TRA MACABRO E GROTTESCO

Pubblicazione: 29 ottobre 2012 alle ore 08:26

Mauro Petrarca
di

CASTEL DI SANGRO - Sul dizionario etimologico, alla voce “epitaffio” troviamo scritto: dal greco epitáphios, discorso funebre, per meglio dire iscrizione (in genere poetica) che sta letteralmente ‘sopra una tomba’.

Nell’uso comune poi sappiamo bene come certe parole possano assumere connotati diversi, spesso per consuetudine più utili e pratici per la ‘vita’ di tutti i giorni. Ma spesso non del tutto autentici e raramente raffinati.

Se su una lapide trovassimo ad esempio, come nel nostro caso, il nome di Mauro Petrarca, classe 1972, nato a Castel di Sangro (L’Aquila) senza la data della sua presunta ‘dipartita’, nascerebbe un sospetto, quantomeno verrebbe da farci una domanda lecita: Chi è? Sarà ancora vivo?

Siamo certi che lui non si offenderebbe di questa nostra umana e irriverente perplessità: tutt’altro. Magari in una notte di luna piena, e immaginiamo già dove, ce lo vedremmo spuntare da dietro da un’antica stele, in mezzo a tanti afrori e fumi sepolcrali.

Ma poi, con modi garbati e cortesi ci verrebbe stranamente incontro. Niente paura. A pochi passi da noi troveremmo sua maestà l’artista, l’attore, il cantastorie: un musicista e un poeta eccentrico, stravagante, che ci metterebbe subito a nostro agio. Persino divertendoci, facendoci sognare.

AbruzzoWeb ha incontrato e (ri)scoperto un vero talento, sempre meno incompreso, che alcuni anni fa, in una vecchia puntata del talent show X-Factor, in prima serata su Raidue, fece parlare molto di sé.

Da allora Petrarca ne ha fatta di strada. E sulla rete oramai impazza il suo nome, i suoi video sono cliccatissimi. Devoti, adepti, adoratori del macabro e del crepuscolo, ammiratori o più semplicemente curiosi. Lo si può amare o detestare, schernire o adulare, non importa.

Ma una cosa è certa: checché possiate fingere di restare indifferenti, sarà difficile dimenticarsi di lui.

È in fondo il destino di ogni grande, celebre vampiro, che nonostante le apparenze, non riesce mai a morire. Per carità, sempre suo malgrado.

Come nasce in lei la creazione di questo personaggio?

Ci sono voluti anni per definirlo. Il percorso è stato tortuoso ma in fondo naturale, si trattava di mettere insieme tanti elementi in maniera equilibrata. Un personaggio è fatto di fisionomia, sfaccettature, e anche contraddizioni. Quest’ultima cosa mi ha sempre affascinato della creazione di un personaggio, ovvero le tensioni che nascono da opposti comportamenti che però risultano straniatamente omogenei: accoppiare la morte con l’ironia, la musica tonale con l’acidità lirica, parole auliche e neologismi.

Da poeta cimiteriale a poeta crepuscolare, lei ha avuto un’evoluzione un po’ bizzarra. La vuole spiegare?

Il macabro rispecchia il mio primo grande amore, per i camposanti e gli ossari. Il crepuscolare, apparentemente meno viscerale e più raffinato, è figlio del mio amore per i poeti italiani del primo ‘900 ossia i cosiddetti Crepuscolari.

Oltre a esserne l’unico inevitabile interprete, lei è autore dei testi e insieme della musica dei suoi brani. Ma sono in realtà le parole o le note la sua fonte primaria di ispirazione?

Negli ultimi anni è sempre stata la parola a guidare i miei scritti. Definito un testo, è come se la musica fosse già lì, insita nelle parole. È anche vero che spesso è la musicalità che fa da linea guida, e che si presenta con parole senza significato ma con significante chiaro. Se la musica funziona, allora mi convince anche l’incoerenza del testo: male che vada, invoco la licenza poetica.

Si diverte a giocare con le parole, quasi spiazzando, provocando, calembourando, sfidando il prevedibile. Ci può essere un’affinità tra il sublime e il ridicolo?

Il sublime e il ridicolo si riallaccia a quanto detto prima: contraddizioni che creano forti tensioni in cerca di risoluzione. Giocare con le parole credo sia l’unico modo per reinventarle o per dare loro una nuova connotazione, magari straniata.

Le sonorità dei suoi brani attingono a una certa tradizione gobliniana, e in alcuni titoli dichiaratamente cinematografica. Penso alle atmosfere macabre, ridanciane, naif di un certo cinema argentiano. Non è così?

Argento, Mario Bava, Lucio Fulci eccetera sono stati per me importantissimi, fondamentali. Negli anni me ne sono un po’ distaccato, ma le radici affondano nel cinema artigianale italiano, negli anni d’oro del b-movie. Sono personale amico di Luigi Cozzi, collaboratore storico di Argento e anch’egli regista. È per me un privilegio che Cozzi abbia diretto il videoclip del mio brano Marta la cornacchia.

La nenia, la filastrocca, il suono di un carillon per esempio richiama certe suggestioni macabre, ma anche grottesche, in bilico tra Edgar Allan Poe e Corazzini. Quali sono i suoi referenti letterari e più in generale artistici?

Hai citato i miei maggiori referenti. Aggiungerei Tarchetti e tutta la scapigliatura nera, nonché il misterioso Ambrose Bierce e chiaramente Lovecraft.

Tra poche settimane è la festa di Halloween. Come mai questa sua simpatia per una festa per nulla europea e molto distante dalla sua caratterizzazione poco metropolitana?

Halloween è una festa che amo, non per la sua natura o per la sua connotazione, bensì per l’atmosfera che porta nelle strade delle città. In quel giorno, un artista dark di nicchia diventa “commerciale”, e questo i primi tempi mi dava molta sicurezza. Ma è chiaro che io sono figlio dell’artigianato cinematografico italico, e non dell’esterofila festa delle streghe. Anche perché, a oggi, non mi sono ancora occupato di streghe e cose affini. Questo Halloween, 2012, mi ha dato un grande regalo, però: la mia splendida compagna mi ha fatto una zucca vera, regalo graditissimo e impagabile. La prima zucca non si scorda mai, hi hi.

Il caso del poeta cimiteriale esplode una sera a X-Factor. Com’è andata quell’esperienza?

X-Factor era alla prima edizione, non se ne sapeva nulla. Per me era un disco degli Iron Maiden e mi sembrava il titolo di un potenziale film horror. Insomma, mi ispirava. Così mi presentai, senza grandi aspettative. E fu molto divertente.

Ci vuole parlare prendere a esempio alcuni brani, che possono un po’ raccontarci e riassumere la sua esperienza di artista?

Il brano Lo spaventapasseri e suo figlio Austizio racchiude tanto del mio percorso, delle mie intenzioni, delle mie ambizioni. Potrebbe essere il soggetto di un film macabro, narrando la storia di un ragazzo che fa del proprio padre morente uno spaventapasseri: il padre vuole rimanere nella sua terra per sempre, il figlio vuole la sua felicità ed esaudisce l’ultima richiesta paterna. Musicalmente si tratta di una ballata a mo’ di cantastorie, scarni accordi ripetuti all’infinito. Un linguaggio tetro ma anche bambinesco: “E allora mio figlio Austizio, che odia i passeri e la morte, volle vestirmi a lutto. Col cappotto corvino e il cappello nero diventai lo spaventapasseri del mio orto...”. Come tanti altri miei lavori, si gioca sull’essenzialità di vari elementi che poi, uniti, creano un’apparente complessità. Ma bastano un paio di ascolti per capire che io sono molto “più popolare” di quanto sembri.

Qual è stata l’offesa più brutta che le hanno fatto?

Innanzitutto ho trovato offensivo che, mentre il web si occupava della mia esperienza televisiva, e mentre giornali scrivevano di me su costume e società, nessun critico musicale mi abbia preso in considerazione (erano troppo occupati a sottolineare l’eterna grandezza di una Pausini o di un Ramazzotti). Sono comunque una persona che difficilmente se la prende a male, ed essendo molto umile riconosco la mia piccolezza. Ma sono anche un artista con un ego, come è inevitabile, quindi non posso non notare alcune cose. Musicultura, per esempio, bocciò la mia candidatura definendo il brano che proposi (Il Cafone) un lavoro mediocre: mi sa che hanno le idee un po’confuse in fatto di mediocrità.

E il complimento più gratificante?

Spesso mi scrivono cose lusinghiere, addetti ai lavori, fan, curiosi. Lo apprezzo sempre molto ma non mi esalto mai: meglio mantenere il distacco, altrimenti quando arriva l’insuccesso e il fallimento ci si abbatte troppo. Faccio il mio lavoro, cercando di mantenere sempre una forte dignità artistica e umana.

Alcuni suoi testi sono profondamente coraggiosi, altri cinici e ossessivi, altri ancora inaspettatamente satirici. Penso a un brano che lei ha dedicato all’Aquila, ma anche al suo Tangentopolino. Sono solo digressioni?

I due brani citati sono effettivamente digressioni, tra i tanti che scrivo con intenti sperimentalistici: valuto nuovi orizzonti, nuovi terreni, e poi magari si approfondisce. Il brano dedicato all’Aquila era dettato dalla rabbia contro i potenti e contro la casta, che diede il peggio di sé nel periodo del terremoto. Tangentopolino è uno sguardo macchiettistico su Mani Pulite.

Quali esperienze professionali hanno segnato la sua carriera artistica?

La collaborazione con Radio 24 - Il Sole 24 Ore ha fatto di me un Poeta Cimiteriale. Il giornalista Gianluca Nicoletti mi ha tenuto nel suo programma radiofonico per due anni, e lì ho capito che potevo occuparmi di ogni faccenda e trasformarla in poesia macabra. Prima partivo dai cimiteri per narrare dei cimiteri, con Nicoletti ho capito invece che potevo partire dal più bieco fattaccio di gossip per arrivare a cantare una poesia dei sepolcri dal soggetto tanto futile.

Dagli esordi orrorifici a una certa malinconia vampiriana, un certo sapore grottesco non è riuscito mai ad abbandonarlo. Alle volte si compiace nel ridanciano. Le piace scherzare sulla morte? O preferisce sberleffare la vita?

Entrambe le cose. Mi sembra che oggi i cantautori si prendano troppo sul serio, ossia che scrivano cose trascurabili (parlo dei cantautori stile sanremese) ma che le propongano come stessero esibendo una grande opera sofferta.

Lei è nato a Castel di Sangro. Un abruzzese possiamo dire di confine. Come hanno influito i luoghi, la sua gente, la sua educazione sul suo carattere artistico?

Amo Roma e lì svolgo la mia attività artistica, ma l’Abruzzo e la mia Castel di Sangro non li scambierei con niente: mi dà possibilità di fare tutto, di comandare sul tempo che invece nella città tende a schiacciarmi.

Non basta solo suonare e cantare, per lei. Ma per interpretare dei brani è essenziale anche recitare. Come vive il ruolo dell’attore sul palcoscenico?

Per anni ho solo scritto, poi mi sono fatto coraggio e ho mostrato il muso. Sono timido e riservato, i primi tempi sul palco era un incubo! Ma se non avessi fatto il grande passo, non sarei cresciuto e avrei continuato a comporre solamente nel mondo dei sogni dorati. Meglio affrontare la grigia realtà e imparare a illuminare questa di squarci di sogni, anche se non propriamente dorati.

Lei fa concerti anche dal vivo. Si sente a suo agio sul palco?

Oggi affronto anche le situazioni più imbarazzanti con una certa professionalità. Se c’è un bel palco va benissimo, se la situazione scenico-tecnica è ai limiti del disastroso, cerco di dare comunque il meglio e di valorizzare quel poco che ho.

Che tipo di costume indossa durante le sue performance?

Per la scena uso vestiario di velluto classico oppure abbigliamento dark - new wave anni ‘80, a seconda che debba rappresentare il mio repertorio macabro-crepuscolare oppure il surreale-grottesco. Mi circondo di gingilli vari come sintetizzatori portatili, diamoniche, pianoforti giocattolo e tanto possa aiutare la scena e la sonorità onirica della performance.

Discorso a parte merita il trucco sul viso: ho sempre amato la maschera, il trucco forte, tanto forte da annullare la riconoscibilità dei miei lineamenti. Ma, ahimè, sono due anni e più che una dermatite allergica ha invaso il mio viso e il mio corpo, quindi devo stare attentissimo con queste cose. Negli ultimi tempi mi si può vedere in faccia, nei live, usando io un trucco essenziale. Prima esibivo con estrema gioia una vera e propria maschera di cerone, ombretto, cipria, rossetto e tanto altro. Gli eventi mi hanno fatto diventare un moderato, ma soltanto sul trucco facciale. Ma non mi arrendo: un giorno molto vicino tornerà l’adorata maschera!

Ha inciso già qualcosa?

In commercio si trova il mio Canzoniere Crepuscolare, un concept prodotto per l’etichetta milanese Fermenti Vivi. Il direttore artistico è Franz Di Cioccio, che con la sua Pfm ha fatto da colonna sonora a tanti miei anni di studio musicale. Per ora è la mia unica esperienza discografica completa, ma spero ce ne siano presto altre.

A quale progetto sta lavorando. Può anticiparci qualcosa?

Lavoro al mio nuovo cd. Si chiama Canzoniere Grottesco e nei testi spinge pesantemente sul calembour e sul nonsense. Mi auguro di riuscire a portarne almeno un brano in televisione, al più presto.

Conosce L’Aquila?

Sì, certo, vi ho studiato Lettere qualche anno: lì ho concepito tante delle mie prime storie, davvero una città magica per me.

Non trova che L’Aquila potrebbe essere l’ambiente ideale per girare un film horror? Ma non mi fraintenda: non di un altro Draquila, ma un gotico vero. Che ne pensa?

Sarebbe perfetto. Ma anche un bel videoclip musicale del macabro non sarebbe male!

Vorremmo pubblicare sulla nostra testata un suo video. Quale vorrebbe dedicarci?

Vi dedico Il Cafone (sono bravo con ago e paglia), videoclip girato a casa mia con amici ma che, a mio avviso, rappresenta bene il mio mondo campagnolo e tetro. 



© RIPRODUZIONE RISERVATA

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