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PARLA UNO DEGLI AUTORI DEGLI SCHERZI TELEFONICI AL BIDELLO AQUILANO

MAURIZIO VIDETTA, LE ANTICHE MURA CHE RESISTONO
''MAGNOTTA AL MAP DI ASSERGI? SI SAREBBE PERSO''

Pubblicazione: 28 aprile 2013 alle ore 10:26

Mario Magnotta con Maurizio Videtta e Antonello De Dominicis
di

L’AQUILA - Quando entriamo in trattoria, Maurizio Videtta è seduto su una comoda sedia in un chiassoso via vai di gente che ha appena finito di mangiare, o che è lì lì per finire di gustare le prelibatezze aquilane.

Videtta, per chi non lo sapesse, è uno dei due geni che hanno firmato quelli che senza ombra di dubbio sono gli scherzi telefonici più celebri della storia.

È lui il ‘provocatore’ finale, nei panni di un fantomatico commerciante di lavatrici, di Mario Magnotta, leggendario bidello aquilano che col suo urlo ‘ancestrale’ ha straziato di risate centinaia di migliaia di adoratori in Italia e nel mondo. 'Quel' Mario Magnotta che per Videtta "si sarebbe sicuramente perso se fosse stato mandato a vivere che so, ad Assergi, dopo il terremoto".

Siamo all’osteria ‘Le Antiche Mura’, pezzo pregiato della ristorazione dell’Aquila.

Maurizio è seduto a guardare il tg con un po’ di stanchezza a causa di un fastidio antipatico, ma ha l’occhio sempre vispo. E la mente 'affilata' continua a lavorare senza sosta.

L’altro genio, Antonello De Dominicis, compagno di reparto di Maurizio (per tutti Bullo') in centinaia di scherzi telefonici, è indaffarato e fa su e giù per il ristorante dall’interno del quale molti di quegli scherzi sono stati pensati e messi in atto.

Dallo sguardo che ci regala è evidente che ha capito di cosa vogliamo parlare, ma non può fermarsi.

Anche qui, per chi non lo sapesse: siamo all’Aquila. L’Aquila che è stata e che viene tenuta in vita nei posti come questo, con umana ingenuità a fermare il tempo e a pensare che quattro anni fa non c’è stato alcun terremoto.

Videtta, come vanno gli affari?

Si soffre, come per tutte le attività commerciali, ma teniamo duro. Il nostro è un locale che ha storia e che è rimasto nello stesso posto di sempre, a differenza di molte altre attività che a causa del terremoto hanno dovuto riaprire altrove. Però la gente spende di meno rispetto a qualche tempo fa. Ci tengono in piedi i ‘fedelissimi’ che vengono da noi perché amano la nostra cucina e ci conoscono da tempo. Un po’ di rabbia c’è ancora, non posso nasconderla. Penso a chi è stato costretto ad andare in cerca di un altro locale per continuare a lavorare con dei costi a dir poco insostenibili. Mi chiedo perché lo Stato italiano abbia fatto ‘figli e figliastri’ con questo terremoto. Perché si ricostruiscono le case ma non le attività commerciali? Sono state assegnate case gratuite o a basso costo a chi l’aveva persa nel sisma, però nulla del genere è stato fatto per i commercianti la cui unica fonte di reddito era e resta il negozio.

Sarebbe bastato, secondo lei, trovare un luogo unico per costruire una cittadella commerciale con affitti e costi bassi?

Penso di sì. Purtroppo, all’Aquila hanno rivinto determinati giri e adesso si pagano le conseguenze. Non è possibile sostenere un’economia in crisi pagando spese folli per l’affitto, andavano trovate altre forme di garanzia per un settore economico importantissimo per la nostra città, forse il motore più grande per L’Aquila se non si calcola la ricostruzione comunque non ancora partita. Le istituzioni non capiscono che mille aziende danno lavoro ad almeno mille dipendenti. Se non si difendono, ecco come si finisce.

Qui in viale Corrado IV i lavori ‘epocali’ su pezzi di strade enormi stanno creando parecchi problemi a chi fa commercio in zona.

Bastava mettersi d’accordo con chi esegue i lavori. Non si può lavorare sempre in orari di ufficio, così si fa male, molto male, a chi ha bisogno di clientela. Si poteva fare in modo di lavorare più volte durante il giorno, lasciando spazi vitali per le attività commerciali. Si poteva anche lavorare di notte. Invece si è scelto di ‘ammucchiare’ tutto come al solito.

Il vostro ristorante resiste lo stesso.

Qui la clientela c’è sempre stata, certo mancano il tribunale e altri uffici come l’Anas che spero riapriranno presto. Ciò non toglie che vanno scelte soluzioni che non facciano male a nessuno.

Lei se fosse un commerciante del centro storico avrebbe riaperto dov’era prima?

No. Senza agevolazioni, sarebbe stato un investimento da salto nel buio. A chi ha riaperto andava data una mano più solida. Lo Stato, pur con qualche errore, non è mancato nell’immediata emergenza, poi è letteralmente scomparso. Nessun controllo, tutto va bene, niente soldi, niente investimenti. I risultati si vedono, L’Aquila è ferma a quattro anni fa.

È distrutto, ma il centro storico manca a tutti.

In qualunque città del mondo si possono costruire periferie stupende, nuovi quartieri, ma senza centro storico una città non esiste, non è una vera città. È in centro che ci si incontra, che si vive il sapore di un luogo, figuriamoci di un posto di grande importanza storica e culturale come L’Aquila. Mia moglie l’ho conosciuta in centro, migliaia di aquilani hanno fatto lo stesso. Le amicizie si consolidavano in centro, L’Aquila era figlia del centro, uno dei più belli del mondo.

Ha mai avuto voglia di lasciare questa città dopo il sisma?

Antonello e io siamo andati sulla costa abruzzese per renderci conto se potevamo spostarci. Poi l’amore per L’Aquila ha stravinto, credo fosse inevitabile anche se è stata molto dura riaprire dopo due anni (nel 2011, ndr) senza certezze, senza sapere niente sul domani più immediato. Il mio, poi, è stato un terremoto particolare, visto che, per ragioni di salute, non ricordo più chi mi ha preso alle sei di mattina di quel maledetto giorno e mi ha portato quasi nudo in un ospedale di Teramo per le cure di cui avevo bisogno.

Come si stanno comportando le istituzioni locali e nazionali sulla questione aquilana?

Troppi litigi, ma guardo anche alla cittadinanza, a chi brinda perché ha ottenuto qualche favore per rifarsi una bella casa. In una città distrutta, senza centro storico e senza lavoro, una bella casa non serve a niente a meno che non ci si voglia chiudere dentro quatto mura.

Si potrebbe dire la stessa cosa per l’Italia intera.

In questo Paese la classe dirigente non ha capito nulla del valore che ha l’Italia. In Europa e nel mondo c’è chi ha scelto di puntare alle eccellenze, in Italia si è fatto l’opposto. Cosa abbiamo? Mare, sole, storia, cultura, cibo. Cosa serve? Rimettere in piedi l’economia? Si punti a questi settori in cui non siamo e non saremo mai secondi a nessuno. Ma non credo che con tutto quello che sta succedendo si riesca a farcela. Guardo all’Europa e vedo un Continente sull’orlo del fallimento, se non già fallito completamente.

Si è presentato qualche riccone per rilevare la vostra attività?

Assolutamente sì e pure con parecchi soldi dalla Cina e dall'Europa dell’Est. Ci hanno provato, ma non abbiamo venduto. Facciamo questo lavoro da 25 anni con grande passione, per noi le ‘Mura’ sono come un figlio. È vero che ogni cosa ha un suo prezzo, come è vero che non tutte le cose possono essere comprate.

Lei appartiene a una generazione venuta su in tempi difficili ma che alla fine si possono considerare decisamente migliori di questi.

Mio nonno ha fatto la guerra, mio padre ha ricostruito quanto era andato distrutto. Io ho vissuto i frutti di chi prima di me ha creato l’economia e le condizioni giuste affinché potessi vivere dignitosamente. Oggi all’Aquila non si riesce a pianificare e a costruire un vero luogo di incontro per evitare che i più giovani ‘pascolino’ senza meta per strade anonime e che gli anziani muoiano di solitudine. Che differenza, eh?

Secondo lei L’Aquila deve inventarsi un festival, o un evento simile per ricominciare a far parlare di sé e attirare investimenti e interessi, come accade, ad esempio, per Perugia con la vera festa del cioccolato?

L’Aquila va ricostruita a livello economico e strutturale, poi si può cominciare a parlare di queste cose. C’è voluta una fatica enorme per cercare di risolvere i problemi di poche decine di ambulanti, per ricostruirla e rimetterla in piedi quanto ci vorrà? Nel 1700, nonostante i terremoti, L’Aquila era una città ricchissima. L’occasione per riportarla ai fasti di non molto tempo fa sono capitate, qualcuna c’è ancora. Ma cosa facciamo vedere ai turisti che vengono qui? Solo macerie? E gli offriamo alberghi costosissimi? Vogliamo cominciare a vendere le cartoline della Casa dello Studente? Ripeto: L’Aquila va ricostruita, altrimenti resterà per molti anni una città senza città. Lavoro, case, poi le chiese. Come in Emilia-Romagna.

Il suo vecchio amico e bersaglio Magnotta avrebbe avuto motivo per incazzarsi ogni giorno, ma se n’è andato pochi mesi prima di quel maledetto sisma. Un segno del destino.

Mario... Sì, si sarebbe incazzato e pure tanto. Lui ha vissuto, come me, come molti di noi, L’Aquila del centro storico e dell’immediata periferia. Non riesco a immaginarmelo sbattuto in un Map di Assergi, si sarebbe pure perso. Lo conoscevo troppo bene, non avrebbe mai accettato una casa lontano dalla sua L’Aquila. Ne sono sicuro.  



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