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MAURIZIO MOLINARI, IL GIORNALISTA NON VEDENTE
TRA I 10 ITALIANI PIU' INFLUENTI A BRUXELLES

Pubblicazione: 17 novembre 2013 alle ore 09:09

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L'AQUILA - La rivista online Glieuros lo considera uno dei dieci italiani più influenti a Bruxelles e lo definisce “la prova che volere è potere”.

È Maurizio Molinari, giornalista professionista di 34 anni, originario di Pescina (L'Aquila), poco incline a montarsi la testa, tanto da affermare “non mi sento una persona influente, il giornalista che ha scelto la mia storia è stato colpito dal fatto che di vite come la mia non ce ne sono molte". 

E la storia di Maurizio è veramente più unica che rara, perché lui è non vedente dalla nascita e per fare la sua professione, dopo aver ricevuto tante porte in faccia in Italia, si è dovuto trasferire in Belgio, a Bruxelles, dove lavora come freelance e collabora con realtà internazionali di prestigio come l’inglese Bbc.

La sua penna continua a scrivere anche per il suo Paese, per la rivista Redattore Sociale, ma "in Italia non è facile fare il giornalista".

Ascoltando la sua storia, sentendo le sue parole al telefono, non trapela una briciola di insicurezza, solo tanta determinazione e amore per la vita.

E il suo handicap viene subito messo da parte, quasi dimenticato, perché emerge un ragazzo come ce ne sono tanti al mondo, uno di quelli che per trovare fortuna è stato costretto a lasciare casa e a muoversi altrove, dove qualcun altro ha scoperto in lui un tesoro.

È dura per un ragazzo come lei affrontare i pregiudizi delle persone?

Per me è faticoso come per tutti. In molti, soprattutto in Italia, mi hanno detto di lasciar perdere il giornalismo, che non è un lavoro che posso fare. Ma si sbagliavano.

Fa un lavoro che ama. Come si sente?

C'è tanta gente che lavora a 500 euro al mese. Io sono abbastanza fortunato, ho esplorato il mondo dei media inglesi che mi ha dato molte opportunità in più e sono riuscito a diventare il giornalista che volevo.

In Italia non sarebbe stata la stessa cosa?

No.

Cosa le ha permesso di superare il gap con gli altri colleghi?

La tecnologia è stata importantissima. Ho un pc con lettore di schermo e nell'Iphone ho installato un software per non vedenti sia di lettura che per rendere accessibile il touch. La tecnologia mi ha reso sicuramente la vita più facile.

Quando ha deciso di fare il giornalista?

Questa passione l'ho scoperta studiando interpretazione all’Università di Forlì, tanto che, dopo essermi laureato, ho frequentato la scuola di giornalismo di Urbino. Ho fatto il praticantato propedeutico all’esame per diventare giornalista professionista all’Agenzia Giornalistica Italiana (Agi) e a Radio Rai, dove spesso mi ritrovavo a montare i servizi al posto di altri colleghi, meno capaci di me. Dopo molti rifiuti da redazioni italiane mi sono trasferito a Bruxelles, dove ho lavorato all'agenzia Ansa. Ho fatto anche uno stage a Liverpool, viaggiando ogni settimana dal Belgio all'Inghilterra e nonostante sia stato molto faticoso, mi ha insegnato molto. Da lì ho iniziato a collaborare con la Bbc, dove lavoro tutt'ora.

Come fa a raccontare scene e vissuti al di fuori di lei che non può vedere?

Li sento. Sento gli odori, i suoni, si sviluppa una sensibilità diversa, ma pur sempre attinente con la realtà e in grado di descriverla.

Conosce colleghi non vedenti?

In Italia si contano sulle dita di una mano. Che io ne sappia siamo in due. All'estero ce ne sono molti di più.

Ma lei non è solo un giornalista, è anche un grande sportivo.

Ho sempre fatto molti sport, tra questi c'è il judo, con il quale ho partecipato al campionato nazionale per non vedenti, a quello europeo classificandomi quinto e partecipando anche al mondiale ma sono uscito al primo turno. Ho fatto poi sci, sci nautico, nuoto, subacquea e altri.

Il suo handicap non è mai stato un limite?

Ricordo un evento importante della mia vita, quando avevo sette anni sono tornato a casa in lacrime perché non potevo giocare a calcio con i miei amici. E mio padre mi disse, 'tu nella tua vita ne fai talmente tanti, di sport, che non potrai portarli avanti tutti'. E aveva ragione.

Chi l'ha aiutata alla scoperta dell'indipendenza?

Sicuramente il mio istruttore di bastone bianco, Marco Fossati.

Indipendenza, che poi, le ha permesso di girare il mondo.

Si. In un periodo della mia vita mi trovavo in un campo di lavoro volontario in Palestina e prima ero stato in Corea e pensavo che il viaggio sarebbe stato il mio futuro. Ma poi ho deciso di fermarmi, per la mia famiglia, per farli stare tranquilli.

Nella sua vita ha un modello al quale si è ispirato?

Ho letto molti testi e penso che la sensibilità anarchica sia molto simile al mio pensiero. Credo si debba sempre diffidare del potere e delle autorità. Si dovrebbe pensare a una società con meno gerarchie dando più voce ai bambini.

Cosa ne pensa del clima che si respira oggi in Italia?

Penso che le persone giovani abbiano poca voglia di fare. Sono un po' troppo presi dal clima di decadenza che permea tutta la loro vita. Si deve sempre sognare e fare progetti, provare a realizzarli dà più energia di vivere.



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