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MARCELLO MARIANI: UNA VITA PER L'ARTE,
''L'AQUILA LA MIA SPOSA, MA TEMO PER LEI''

Pubblicazione: 19 febbraio 2014 alle ore 08:09

Marcello Mariani
di

L’AQUILA - Una vita dedicata all’arte quella di Marcello Mariani, pittore aquilano e uno dei principali maestri storici nel panorama dell’espressionismo e dell’astrattismo europeo contemporaneo.
 
Una passione, la sua, che nasce negli anni della giovinezza e che ancora oggi, attraversando tutta l’arte internazionale degli ultimi cinquant’anni e soffermandosi con forza sull’amore per la sua terra natale, sembra essere ancora viva e potente. La sua prima esposizione personale risale infatti al 1954, mentre sono solo di qualche anno fa le sue mostre alla Biennale di Venezia e al Vittoriano di Roma.

Il suo celebre trittico “Inferno, Purgatorio, Paradiso”, già decantato nel 2008 nel reportage Marcello Mariani. Percorsi di luce dal fotografo contemporaneo Gianni Berengo Gradin e conservato nella chiesa di Sant’Agostino almeno fino al sisma del 2009, è stato esposto di recente nei locali della discoteca aquilana "Set action stage".

Lo avremmo sicuramente incontrato nel suo vecchio studio se non fosse per il fatto che il terremoto, come per gran parte degli edifici del centro storico, se l’è portato via. Quello che però il sisma non è riuscito a scalfire è l’amore per la sua terra, un amore che, nonostante tutto, continua a essere vivo nel cuore dell’artista.

“L’Aquila è un po’ come se fosse la mia fidanzata - racconta con un po’ di malinconia - Negli anni della giovinezza, ho viaggiato tanto, sono stato a contatto con moltissime culture, ma alla fine il mio cuore mi ha sempre riportato a casa. Ora è una città fantasma, ma il mio amore per lei non finirà mai”.

Come nasce questa sua passione per l’arte?

Da ragazzino. Ho sempre avuto questa passione. Fu però mia madre a sottoporre i miei disegni a un professore di storia dell’arte che, vedendoli, disse che avevo del talento e che, quindi, dopo la scuola media, avrei assolutamente dovuto frequentare un istituto attinente. Andai così all’Istituto d’arte all’Aquila e, dopo il diploma, mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti di Napoli. È sempre stato uno spirito libero, soprattutto negli anni della giovinezza.

Quanto il suo talento l’ha aiutata in quegli anni? 

Ai tempi della giovinezza, potevo definirmi un vero e proprio girovago. Non stavo mai fermo in un posto. A 19 anni addirittura scappai di casa per andare a Parigi a visitare lo studio di Modigliani; allora, però, si raggiungeva la maggiore età a 21 anni, quindi l’Interpole mi prese e mi riportò a casa nel giro di qualche giorno. In ogni caso, il coraggio e la voglia di sapere non sono mai continuati a mancarmi, così, nonostante non avessi molti soldi, ho continuato viaggiare, prima per l’Italia, poi, in paesi come Germania, Svizzera e Australia. Anche in queste occasioni, sono state le mani e la mia passione ad aiutarmi a vivere: riuscivo infatti a mangiare, bere e dormire proprio attraverso lavori come piccoli ritratti o commissioni simili.

Quanto questi viaggi giovanili hanno influito su di lei e sulla sua arte?

Tutti i miei viaggi mi hanno insegnato qualcosa, sia quelli in giro per l’ Europa, ma anche e soprattutto quelli in posti più lontani come Australia o in Madagascar. È proprio in questi posti che ho avuto la possibilità, attraverso il contatto con popoli diversi, come gli aborigeni o i malagasi, che ho realmente potuto di approcciare con il mondo nella sua essenza più vera. Da allora ho sempre avuto la predilezione per le culture povere, in quanto sono le uniche in grado di avvicinarci all’irrazionalità del diverso.

Quanto è cambiato rispetto agli esordi?

La mia è un’arte in continua evoluzione. Un’evoluzione senza inizio e senza fine. Vengo dal figurativo ma l’arte è un qualcosa che sedimenta e cresce continuamente dentro di noi, si evolve. Per quanto mi riguarda, l’astratto a un certo punto ha avuto la meglio sul figurativo e, ancora oggi, continua ad essere così. L’astratto stesso è infatti terribile e infinito: ti tocca in continuazione nell’anima nella sua natura più profonda, è imprevedibile e irrazionale. A volte, per esempio, mentre mi sto dedicando a una tela, mi capita di accorgermi dei richiami di un altro lavoro che pensavo di aver finito già da 4 o 5 mesi. A quel punto, è quasi come se incominciassimo a discutere. Il nostro diviene subito un dialogo interessante e la discussione continua fino a quando, osservandolo, non mi rendo conto che manca qualcosa di cui prima non mi ero accorto. Comincio così a dedicarmi di nuovo a questo lavoro, a studiarlo e, quindi, a riempire i vuoti di cui prima non mi ero reso conto. L’arte astratta è un po’ come la musica perché, se in un’orchestra cade un violino,  allora tutti gli altri strumenti non avranno lo stesso valore; è però al contempo profondamente irrazionale: esprime ciò che abbiamo dentro, ma è un qualcosa che va oltre i pensieri e il cervello, qualcosa che ci tocca l’anima a livello incoscio.

La sua arte ha subito quindi molte evoluzioni…

Non so dire con precisione come e quanto sia cambiato nel corso del tempo: quando un fiore cresce, cresce e basta, senza pensare a perché e dove. Lo stesso vale per la mia arte. Vivendo, conoscendo e parlando con la gente, mi arricchisco quotidianamente, continuo a crescere e mi completo. È nello scambio di tutti i giorni che si esplica la mia arte.

C’è un lavoro a cui è più legato rispetto agli altri?

Assolutamente no. Io sono legato a tutta la mia arte, un’arte intesa come molecola primaria e fondamentale della mia esistenza. Senza questa molecola non sarei quello che sono e, forse, neppure esisterei.

Nonostante i viaggi, in un modo o nell’altro è sempre tornato a L’Aquila. Come mai?

Sono aquilano al 100 per cento. L’Aquila è la mia prima e più autentica musa ispiratrice e con lei ho sempre avuto un rapporto di odio-amore: ogni volta che avevo la necessità di andare via e di viaggiare per il mondo, infatti, il cuore non vedeva l’ora di tornare. È stato vivendo qui, più che altrove, che la mia anima è stata profondamente ispirata. Negli anni passati mi capitava spesso di ritrovarmi a dormire nei sagrati delle chiese, solo per svegliarmi di notte e scrutare l’effetto della luce della luna sulla pietra di piazze e piazzette, oppure di soffermarmi ad ascoltare il rumore del vento o dell’acqua che scorreva dalle fontanelle.

Con il terremoto del 2009 le cose sono cambiate quindi?

Ho sempre considerato L’Aquila un po’ come la mia sposa. Con il terremoto c’è stato il divorzio. Ormai è solo una città fantasma di cui non riuscirò più a carpire nulla. Ho paura che non riuscirò più ad entrare in contatto con la sua essenza e, quotidianamente, penso piuttosto che appassirò con lei

Oggi sta lavorando ora a qualche progetto in particolare?

A tutto e a niente. Non lavoro mai a qualcosa di particolare, il mio lavoro è una continua ricerca di me stesso. Non ho mai agito a comando o con l’esclusivo intento di fare una mostra perché l’arte è una cosa talmente irrazionale e irresistibile che non può assolutamente essere controllata.

 



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