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MACCARONE, ''E' VERO, CHIUDO IL BAR GRAN SASSO''
SIPARIO SU UN PEZZO DI STORIA, 'COME UNA FAMIGLIA'

Pubblicazione: 14 gennaio 2013 alle ore 08:04

Mario Maccarone davanti al cartello con cui annuncia di cedere il suo bar
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L’AQUILA - Difficile scegliere per Mario Maccarone, proprietario dello storico Bar aquilano, il ricordo più bello di oltre mezzo secolo di attività, di una vera istituzione cittadina.

La triste notizia dell’imminente chiusura del suo locale, un simbolo per L’Aquila, che aprì nel lontano 1955 e che neanche il terremoto del 2009 è riuscito a far fallire, ha raggiunto i cuori e la mente di tanti aquilani, specie quei fedeli compagni di vita del bar di Mario, che lì dentro non erano semplici clienti.

Ma qualcos’altro: gente come parti di una grande e onesta famiglia, di una storia cittadina inevitabilmente tramontata in dissolvenza tra le macerie del sisma e i fragori dirompenti delle nuove, ignare generazioni.

AbruzzoWeb ha rivolto a Mario qualche domanda a telefono, anche nella speranza caparbia e inarrendevole che per L’Aquila questa notizia sia solo un brutto sogno.

Ma allora, se rispondi, sei ancora aperto?

Sì, ma in tutti i casi solo per questo mese. La verità che è che mancano da tempo gli incassi, un minimo appiglio di sostentamento per dare seguito alla mia attività. Ma non posso continuare così. È praticamente impossibile sostenere i costi. I clienti non ci sono più e quelli che avevo, soprattutto dopo il terremoto, si sono persi, hanno in molti cambiato la loro residenza. E li capisco. I miei fedeli amici vengono spesso a trovarmi. Ma non basta per mantenere aperto il bar.

Sono anche altri i motivi che ti spingono a chiudere, non è così?

In effetti sì, lo confesso: lavorare in queste condizioni è impraticabile. La notte non si può vivere con questi ubriaconi della movida. Questi ragazzi di oggi che concepiscono la vita, il divertimento così, non li comprendo. E poi spesso sono pericolosi. Io ho la mia età, ma non sono neanche vecchio. Ho gestito il mio locale dal 55 con mio fratello Vincenzo. Ringrazio Iddio che mi ha permesso di arrivare fino al terremoto. E anche oltre. Avevo molte speranze e infatti dopo quella tragica notte, scelsi di riaprire subito.

E com’è andata?

I turisti che sappiamo non sono mancati. E mi è andata bene, ma solo per il primo anno dopo il 2009. Ma poi i nostri clienti più affezionati erano intanto andati ad abitare fuori città e quelli giornalieri si erano così irrimediabilmente persi.  Se vengono a trovarmi una volta, due al mese, è grasso che cola. La verità è che siamo stati invogliati a riaprire dal Comune, con la promessa di belle speranze. Ma poi la storia di questi ultimi quattro anni ci ha dimostrato l’esatto contrario. E poi per tenere un locale come il nostro si devono pagare le tasse. E senza introiti, non ha davvero più senso.

Come è cambiata L’Aquila secondo te?

Lo scenario è disarmante, desolante. La gente non c’è più. Secondo me la città non si riprenderà mai più. La gente non passa, ma non davanti al mio negozio: ovunque. Anni fa eravamo felici, tranquilli. Ma è anche vero che nel centro storico c’erano almeno un migliaio di attività. Si chiudeva alle otto di sera, in compagnia di amici. E la risata, lo sfogo tra noi era il miglior modo di volerci bene, di ingannare il tempo. Ricordo che negli anni 60, quando chiuse lo storico bar Scataglini, sono stato io ad avere la maggiore clientela aquilana.

Anche i ritmi di lavoro, immagino, erano diversi?

Eh già. Chiudevamo alle 3 di notte. Ma con l’amore e la passione che nessuno mai potrà regalarci. Ma è anche vero che i miei amici erano gente di un’altra epoca, di un’altra educazione. Ora non è più così. Dopo il terremoto il mio bar ha riaperto. Io e mia moglie avevamo un grande entusiasmo per la nostra città, fino al punto da guidare i forestieri e parlare con loro, raccontando quello che era accaduto. E loro erano interessati. Il mio mestiere è il più bello del mondo: stai a contatto con la vita, la gente.

La tua gente, soprattutto...

Sì, la mia gente, che è stata e sarà sempre la mia famiglia. Siamo cresciuti insieme. Insieme alla nostra città, che non c’è più. Non ci sarà mai più.



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