di Vincenzo Calvisi
L’AQUILA - Matteo Lombardi, 38 anni, dj aquilano: uno degli animatori storici della città.
“Ormai è più una passione, complemento all’attività professionale”, dice lui, bisbigliando subito dopo: “Ma sono le passioni che ti salvano la vita…”. Fatto sta che lui ha iniziato a far girare i dischi negli anni ’90 e ha continuato fino ai nostri giorni.
E che dopo il 6 aprile 2009, “lo spartiacque” del mondo aquilano, Lombardi è uno di quelli che continuano con tenacia e professionalità estrema ad “animare” la notte in città.
Matteo, che stato vive la “notte aquilana”?
Prima del sisma c’era un fenomeno positivo, che potremmo definire “vis attrattiva” del centro: tutto succedeva lì, naturale e strepitosa coreografia del mondo che ruotava attorno ai locali. Un fenomeno positivo ma che, per certi versi, non aveva permesso un vero e proprio sviluppo “industriale” dei locali; d’altronde i centri storici delle città d’arte non possono ospitare strutture importanti per dimensioni e afflussi.
Bastava una “tazza” in strada fuori dai locali, ricordi? Poi la serata veniva da sé, come per magia.
Esatto, non occorreva dotarsi di grandi sale interne o di parcheggi esterni, anche perché l’architettura dei palazzi dove i locali erano allocati non lo consentiva. L’Aquila, in questo senso, era uno scenario non replicabile: ricordiamoci cosa erano via Cavour, via Sassa, piazza Palazzo, via Verdi, piazza San Pietro e via dicendo: il locale in sé non era necessario, benché ce ne fossero di molto belli: era il contesto urbano storico-architettonico a essere predominante. L’aperitivo lungo aquilano aveva pochi eguali in Italia.
Ora che scenario vive, dal tuo punto di vista, il centro storico?
Il sisma, nella sua tragicità, avrebbe potuto rappresentare una occasione di ripensamento, in realtà forzato, dell’Aquila, non tanto per il centro quanto per la città nel suo complesso: mi riferisco al mondo dell’intrattenimento serale, chiaramente. Ma questo non sta accadendo. È mancata nell’immediato, e purtroppo continua a mancare totalmente, la programmazione amministrativa, ovvero la pianificazione pubblica degli spazi.
C’è un’atomizzazione anarchica dei locali, sparsi per l’intero territorio urbano, che è deleteria per la città, nessuno escluso: abitanti-fruitori, gestori, abitanti-non fruitori, controllori cioè forze dell’ordine.
Siamo passati dal corso… a via della Croce Rossa.
Via della Croce Rossa è, o meglio è stata, un esempio evidente di questo: gesto di reazione della prima ora, è stato un tentativo di aggrapparsi al centro storico. D'altronde era il posto più vicino che fosse disponibile in quei giorni, e per questo va il mio plauso al coraggio e alla determinazione di chi si è ricollocato lì nell’immediato.
Ma è stato un errore amministrativo, secondo me, rilasciare i permessi: locali ammassati, nati in strutture inadeguate poste in una zona inadatta storicamente; tutto ciò ha dimostrato che in città è mancato il coraggio dell’impopolarità,a breve periodo, delle scelte amministrative dopo il terremoto! Occorreva far attendere magari un po’ i gestori e ripensare subito l’allocazione delle attività produttive commerciali in una zona appositamente destinata e adeguata, tutti insieme.
Questo avrebbe giovato ai fruitori, che avrebbero veramente goduto di una movida senza tra l’altro doversi misurare continuamente con il codice della strada, avrebbe giovato ai gestori, non più vittime di “mode zonali”, avrebbe giovato ai cittadini non fruitori, finalmente mettendo la parola fine al malcontento per il disturbo della quiete, e infine avrebbe giovato ai controllori, non più sparpagliati ai quattro punti cardinali per tenere sotto controllo un territorio così vasto. Purtroppo ciò non è stato fatto e siamo al “far west” commerciale!
Alcuni gestori sono tornati in centro storico.
Dopo un po’ alcuni hanno avuto il coraggio di riposizionarsi in centro, spontaneamente e senza alcun aiuto concreto da parte dell’amministrazione. Si può dire di tutto, ma è mia ferma convinzione che è solo grazie a loro che il centro è tornato più o meno subito, e non fra trent’anni, ad avere oggi una, seppur ancora claudicante, vis attrattiva economica, preludio indispensabile di quella che prima indubbiamente aveva, e non solo di sera...
Il sindaco, Massimo Cialente, ha emesso e poi ritirato la famigerata ordinanza sulla chiusura dei locali. Che ne pensi?
È esattamente questo a cui alludevo: è stato un atto profondamente sbagliato, sia dal lato dei gestori che dal lato del cittadino. Colgo l’occasione per un’osservazione: a cosa serve un codice etico sottoscritto se, esattamente per le stesse problematiche, esistono il codice penale o civile? Non occorrono codici etici di sorta: esiste la legge a tutelare l’ordine pubblico e i controlli. Vendere alcool a minori è un reato, avere comportamenti che turbano la quiete e il decoro idem.
A Roma basta andare a Campo dei Fiori per vedere la presenza costante della Celere in tenuta anti sommossa: serve in chiave deterrente, sta lì ferma e nessuno parla di militarizzazione. Anche perché, detto da chi convive da tre anni con i militari veri, suonerebbe quanto meno buffo. E anche i locali avrebbero investito in sicurezza, proprio nell’interesse del cliente-cittadino, e proprio sul versante dei controlli. Lo ripeto, quella delibera è un errore su tutta la linea, causato tra l’altro da quello che è mancato all’inizio: tanto è vero che è stata ritirata.
Stanno tornando all’Aquila i ritmi pubblici, di cui il giovedì universitario è il momento clou?
Il divertimento sta riprendendo i suoi tempi, fissando alcuni elementi spazio-temporali: il giovedì va forte il centro storico, gli universitari fanno la parte del leone in locali come Zenzero, Nero Caffè, Malacoda; il venerdì e il sabato d’inverno ci si ritrova con più facilità nelle nuove periferie commerciali, anche perché più adatte a ospitare pubblico più adulto in location più grandi, necessarie con il clima rigido, come per esempio Novecento10, Dolce Vita, Tropical, Arnold’s. Da primavera in poi il centro penso ritorni a farla da padrone, e nonostante tutte le macerie, non c’è periferia che tenga... A meno che qualcuno non faccia una discoteca vera!
Eh già, la discoteca... Sembra una cosa impossibile averne una in questa città.
Sì, una discoteca manca: manca ora come mancava prima del terremoto. È il più evidente dei problemi la mancanza di spazi adeguati per i giovani e non, e chi amministra non può continuare a ignorarlo. A prescindere dalla semplice discoteca, che potrebbe forse essere un po’ riduttivo come discorso, e a parte, fortunatamente, perché presente ma anch’essa da incentivare a tutti i costi, la musica classica, in questa città non si offre il pop: non ci sono concerti, penso sia l’unica città d’Italia!
La programmazione teatrale è quello che è: come si fanno ad avere ingaggi importanti se non puoi ripagarteli? E questo lo si deve anzitutto alla mancanza di spazi adeguati che non permettono agli imprenditori di creare l’offerta. È, torno a dire, un problema di scelta amministrativa anzitutto, e questo era anche prima del terremoto.
Alla luce di questa chiacchierata, il bicchiere lo vedi mezzo pieno o mezzo vuoto?
Mi permetto di non rispondere... Purtroppo, come ho detto, chi dovrebbe decidere e pianificare le scelte pubbliche, che poi inesorabilmente si riversano sull’attività degli imprenditori del settore nonché dei cittadini, non penso stia facendo un buon lavoro. È necessaria una svolta radicale. Vale non solo per i temi che abbiamo toccato, ma per la città in generale.
08 Febbraio 2012 - 08:07 - © RIPRODUZIONE RISERVATA
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