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LIBRI: ''NON FATE TROPPI PETTEGOLEZZI'', IL VIAGGIO
NEL MONDO DELLA SCRITTURA DI DEMETRIO PAOLIN

Pubblicazione: 17 marzo 2014 alle ore 10:18

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L'AQUILA - “C’è un posto a Torino che non riesco a sentire indifferente, che nonostante la fretta, le cose da fare, se ci passo davanti mi punge come una spina nella carne: è l’Hotel Roma in piazza Carlo Felice, che sta lì piantato a pochi passa dalla stazione di Porta Nuova. In quell’edificio c’è una camera e in quella camera – le camere d’albergo sono tutte piene di ogni comfort eppure sole e vuote – ci fu un uomo. È di spalle seduto a un tavolino, scrive poche righe, poi si uccide. L’uomo è Cesare Pavese, che muore dando le spalle alle sue colline, lontano da esse.”

È l’incipit del saggio che Demetrio Paolin dedica a Cesare Pavese nel suo ultimo libro Non fate troppi pettegolezzi (Liberaria Editrice, pagg. 119), una gemma breve ma luminosa che comprende altri tre saggi: su Emilio Salgari, Primo Levi e Franco Lucentini. Tutti e quattro gli scrittori hanno in comune perlomeno due aspetti: sono vissuti a Torino e sono morti suicidi. Ma il filo conduttore che li unisce fra loro – e che li unisce all’autore – è un elevato senso di responsabilità nei confronti della scrittura. A un certo punto, riflettendo sulla vita parossistica di Salgari, Paolin si sofferma sul mistero del talento e della sua realizzazione, frutto di volontà ma anche di coincidenze, fortune e sfortune. È qui che tocchiamo a mio avviso il cuore del libro, la dinamo creativa. Paolin è un uomo e uno scrittore che s’interroga sul proprio destino e la propria vocazione, e lo fa con una serietà fulgida, simile a un raggio di luce che attraversi il cristallo.

Mi preme però sottolineare almeno altri due aspetti di questo libro sui generis, che cavalca il saggio senza identificarvisi appieno, rimanendo a mezzo fra una modernissima flanerie e un’antichissima devozione a ciò che v’è di mitico e perfino di sacro nella letteratura, in questa faccenda così misteriosa eppure così prossima. Il primo aspetto è la sottile empatia che Paolin dimostra verso i suoi predecessori e interlocutori – egli non manifesta alcun fanatismo, solo un limpido rispetto. Penso al passo sul biglietto d’addio che Salgari lasciò agli editori prima d’andarsi a sgozzare in un parco pubblico; Paolin riflette su un semplice verbo, lo spezzando dell’ultima frase (“Vi saluto spezzando la penna”), e opera un’immedesimazione tanto profonda con l’inventore di Sandokan – tracciandone per di più un’acuta analisi psichica – da muovere alla meraviglia. In questa speciale vicinanza si trova un amore problematico per la scrittura e la lettura, un amore composto di sentimento e raziocinio, un grumo di nervi e di pensieri che vibra e arde.

Il secondo aspetto è l’attaccamento per Torino. Chiunque l’abbia visitata almeno una volta sa che è una città speciale: più europea che italiana, elusiva, raffinata, fredda eppur capace d’improvvise e folgoranti aperture. Paolin intreccia i protagonisti del suo libro con la città che fece da sfondo alle loro esistenze e fa da sfondo alla sua; potremmo anzi affermare che in mezzo ai quattro saggi ce n’è in filigrana un quinto, e c’è dunque un quinto protagonista: Torino appunto. “Torino ha una luce maestosa e regale che ora illumina tutta la città e immagino che abbia accecato Salgari nei giorni di primavera o d’inverno, quando le nubi spariscono; e guardo il cielo, come fosse quello che Salgari ha trattenuto sulla retina come l’ultimo barlume della sua esistenza.” Oppure: “L’ippocastano è ancora lì. Tutte le volte che ci passo penso alla lirica scritta da Levi per l’albero che ogni giorno vedeva davanti al suo portone e che stava lì ad aspettarlo, quando lo scrittore usciva per andare a lavorare o quando rincasava dopo otto ore di fabbrica.” E ancora e ancora, dall’inizio alla fine, in un contrappunto che è geografia ed emozione.

Numerosi sarebbero gli ulteriori aspetti da sottolineare, ma qui devo accontentarmi di semplici accenni: i riferimenti alla Bibbia e alla grande tradizione letteraria, da Omero a Dante, dai classici greci a quelli europei, indici d’una vasta e meditata cultura; le considerazioni metafisiche che si diramano con naturalezza dal “racconto” degli scrittori in esame; lo studio sul corpo dei brani fin nelle sfumature, nelle pieghe grammaticali e morali; e poi il vissuto dello stesso Paolin dall’infanzia all’età adulta, che s’insinua fra le righe in maniera quasi invisibile, come fosse giusto e addirittura necessario che lui sia là in mezzo a questi quattro scrittori grandi e importanti e commuoventi: e magari è davvero così.

Nei giorni 19 e 20 marzo lo scrittore interverrà presso alcune scuole aquilane per parlare del suo libro.

 

* romanziere e intellettuale aquilano



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