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IL DIRETTORE DEL CORSO SPERIMENTALE MARCELLO FOTI ILLUSTRA LE NOVITA'

LA NUOVA ERA DEL CINEMA A L'AQUILA
''CENTRO PIU' OCULATO DELL'ACCADEMIA''

Pubblicazione: 15 ottobre 2012 alle ore 08:01

Marcello Foti
di

L’AQUILA - “C’è una necessità per L’Aquila di raccontare le vicende, le ferite, i problemi, il futuro, le aspettative, della rinascita, della ricrescita di questa città. Abbiamo pensato che un corso di reportage potesse essere uno strumento senz’altro utile, anzi essenziale per raccontare al meglio questa realtà”.

Sono cominciate da poco le selezioni tra gli aspiranti allievi del Corso di Reportage storico-d’attualità della Scuola Nazionale di Cinema, che dal 2011 ha la sua sede nel capoluogo per volere del suo direttore generale, Marcello Foti.

AbruzzoWeb lo ha incontrato. E in una lunga, appassionante intervista ha scoperto la confessione di un sogno finalmente realizzato.

“L’avventura della sede dell’Aquila è in un certo senso il frutto di un mio sogno, un mio desiderio di dare qualcosa a questa città alla quale sono molto legato”, spiega Foti, ricordando anche le sue origini da Santo Stefano di Sessanio.

Una scuola, quella del Csc, che ha “l’ambizione di formare persone che sappiano fare cinema. Un po’ il modello delle botteghe artigiane del Rinascimento”.

Con Foti si affrontano anche tanti altri temi. A partire dalla precedente gestione allegra dell’Accademia dell’Immagine, oggi defunta. “I debiti che aveva accumulato fino ad allora erano tali e tanti che non era possibile ripianarli: per sostenere più di dieci dipendenti, superava l’ammontare complessivo dei finanziamenti che riceveva”.

Il Centro vuole essere più oculato ma ha bisogno comunque di finanziamenti: “Incontrerò il presidente Gianni Chiodi e l’assessore Luigi De Fanis per far sì che la Regione adempia puntualmente agli impegni finanziari presi e consenta alla struttura di proseguire”, avverte Foti.

E poi c’è la mancanza di una Film Commission in una regione che ha ospitato decine di film, “il Csc mette a disposizione le proprie competenze, per crearla e attrarre produzioni”.

Nel finale una raccomandazione: “Non raccontiamo più il terremoto. Se dobbiamo farlo, facciamolo in positivo. Anche per superare questo dramma, per andare avanti”.

Come nasce il Centro Sperimentale di Cinematografia a L’Aquila?

Nasce a seguito della decisione di dare nuovo corso all’Accademia dell’Immagine. Ci fu una mobilitazione del cinema italiano e anche del ministero subito dopo il terremoto. Tutti si strinsero intorno a questa istituzione per evitare che cessasse questa attività. Subito dopo sono emersi una serie di fatti gestionali che hanno purtroppo messo in risalto gravi difficoltà finanziarie dell’Accademia. I debiti che aveva accumulato fino ad allora erano tali e tanti che non era possibile ripianarli. E quindi si decise di chiuderla. Ora so solo che è inattiva. A quel punto, grazie a un’intesa tra Comune, Provincia, Ministero, Regione e Csc abbiamo aperto una sede. Già da qualche anno noi da Roma abbiamo avviato un processo di regionalizzazione. In aggiunta alla sua sede storica nella Capitale, che è la più antica, abbiamo aperto in Piemonte, in Sicilia, in Lombardia e quindi in Abruzzo.

A proposito della gloriosa istituzione dell’Accademia dell’Immagine, il Centro sperimentale si è molto interessato delle sue sorti poco felici...

L’abbiamo fatto anche per dare un segno di una continuità. Non a caso abbiamo preso alcuni dipendenti precedentemente operanti all’interno dell’Accademia dell’Immagine. Ovviamente non li abbiamo potuti prendere tutti, perché avrebbe significato replicare i passati errori di gestione dell’Accademia che, per sostenere più di dieci dipendenti, superava l’ammontare complessivo dei finanziamenti che riceveva. Noi abbiamo preso tre impiegati: un addetto alla gestione amministrativa contabile, uno alla gestione didattica culturale e un altro alla gestione tecnica.

Quei professionisti dell’Accademia che avete accolto nella vostra Scuola sono una risorsa importante per voi, vero?

È un nucleo essenziale, questo, che insieme ai docenti consente lo svolgimento della nostra attività. L’anno scorso abbiamo aperto a settembre 2011. Abbiamo fatto una prima cosa importante: consentire agli allievi dell’Accademia di completare il percorso formativo interrotto bruscamente con il terremoto. L’ultimo quadrimestre del 2011 è stato dedicato al completamento degli studi. Loro hanno fatto l’esame con le modalità proprie dell’ordinamento precedente e si sono diplomati.

Contestualmente abbiamo fatto un bando di concorso sul modello tipico del Centro e già gennaio 2012 sono cominciati i corsi ordinari della Scuola Nazionale di Cinema del Csc, che durano tre anni. Il corso aquilano è quello di reportage storico d’attualità. Quindi c’è stato un regolare bando, un concorso, e le ammissioni. Ed è cominciato il percorso formativo. È passato oramai un anno dall’inizio di questo percorso. I risultati sono ottimi, sento i docenti che mi relazionano periodicamente.  C’è molta soddisfazione non solo per la qualità dei ragazzi ma anche per il tipo di lavoro che stanno svolgendo.

Come tutta la nostra struttura, quella dell’Aquila non è una rivolta solo agli aquilani, ma è internazionale. Quindi quest’anno ci sono per esempio un ragazzo aquilano e uno di Avezzano, ma anche altri che vengono da Firenze, Ragusa, Messina, Napoli, Salerno, a testimoniare il carattere nazionale della scuola di cinema. Abbiamo pubblicato il nuovo bando per il triennio prossimo. Speriamo di concludere per il mese di novembre in modo che parta da gennaio il nuovo anno scolastico. Ci avviamo così verso una fase di regime, con i ragazzi del primo e del secondo anno. Nel 2014 avremo praticamente tutti e tre gli anni del triennio. Certamente la scuola è in crescita. Abbiamo trovato questa sede che non è totalmente adeguata alle nostre esigenze in quanto a spazio. In termini di adeguamento strutturale, però per i prossimi anni ci va bene. L’abbiamo resa per adesso funzionale.

Avete incontrato molte difficoltà?

La situazione un po’ problematica riguardo la gestione. Noi quest’accordo l’abbiamo pensato con tutte le istituzioni. Stiamo definendo con la Regione la parte che riguarda il finanziamento. Purtroppo le nostre sedi hanno un’autonomia che era garantita dal contributo regionale, che deve avere caratteri di puntualità e di correttezza, altrimenti di questi tempi... Nei prossimi giorni incontrerò il presidente Gianni Chiodi e l’assessore Luigi De Fanis per far sì che la Regione adempia puntualmente agli impegni finanziari presi e consenta alla struttura di proseguire. Sarebbe un vero peccato se ci fossero intoppi perché non saremmo nella condizione di proseguire.

Per quanto riguarda il lavoro io sono davvero soddisfatto per quello che stanno facendo questi ragazzi. Per il primo anno la loro formazione è risultata adeguata. La loro professionalità è importante. In Italia ce ne sono poche di scuole così. Il reportage storico d’attualità è un segmento professionale che all’estero va molto, tira tantissimo, che assomma a sé le qualità del regista e del montatore. Raccontare il territorio, gli eventi e le storie con una conoscenza giornalista storica ma anche con un taglio cinematografico è una cosa importante.

Una figura eclettica?

Sì. Da questo corso uscirà la figura di un film maker ma specializzato.

Come nasce l’idea di fare un corso sul reportage?

Da quando ci fu lo scorso anno la crisi dei paesi nordafricani, libici. Noi vedevamo i reportage in televisione, i giornalisti che raccontavano questa crisi. Ma la raccontavano con un taglio squisitamente giornalistico, con gli eventi che si succedevano, che accadevano giorno per giorno. Oppure con una visione storica perdendo di vista l’attualità. Allora ci siamo chiesti: perché non formiamo una figura che sia in grado di raccontare l’attualità con riferimenti pertinenti dal punto di vista culturale? Questo è l’obiettivo che questa scuola si persegue di realizzare: formare professionisti che abbiamo delle grandi competenze, storiche, culturali ma anche tecniche, giornalistiche. Devono essere registi, montatori, al limite se vogliamo anche produttori di se stessi, e dunque che abbiano la capacità di trovare il modo di finanziare questi progetti, trovare risorse economiche necessarie. Una professionalità che può essere messa al servizio del cinema, della televisione, dei grandi network, per fare reportage, documentari.

Quest’idea del reportage arriva con questo nuovo esperimento all’Aquila. L’idea è quella di portare questa scuola nel capoluogo o è stata la realtà aquilana che ha suggerito, ha ispirato l’istituzione di questa scuola?

Un po’ tutte e due le cose con una prevalenza della seconda scelta. Il cinema ha due componenti fondamentali, un po’ la tradizione, un po’ l’innovazione. Non è un caso che si chiama sperimentale. Allora nel passato il Centro ha vissuto momenti diversi, come un periodo in cui c’era una maggiore connotazione accademica, un’attenzione maggiore per lo studio della storia del cinema. Ma nella società di oggi non dobbiamo formare dei critici cinematografici, studiosi di cinema, perché per questo ci sono i vari Dams in giro per le varie università italiane, che assolvono egregiamente questa funzione. Se uno vuole diventare un critico cinematografico, si iscrive al Dams, studia e diventa storico, critico del cinema.

Noi abbiamo l’ambizione di formare persone che sappiano fare cinema. Un po’ il modello delle botteghe artigiane del Rinascimento. Cioè il cinema si impara facendolo. I nostri corsi sono tutti di tre anni. Il primo anno è maggiormente orientato verso lo studio, l’approfondimento, la teoria. Poi c’è un secondo anno ma maggiormente orientato verso pratica, cioè i ragazzi devono stare sul set. Il cinema si impara frequentando il set a contatto con le maestranze, con le costruzioni scenografiche, con i direttori della fotografia. E questo dà il senso del cambiamento. Noi oggi abbiamo la fortuna di poter disporre di apparati tecnologici e di ripresa che quasi chiunque potrebbe realizzare un prodotto cinematografico. Quindi ciò vuol dire anche prezzi ridotti per realizzare, perché oggi con una telecamera digitale si fanno dei film meravigliosi.

Questo è un altro problema: la pellicola sta lasciando  il posto alla tecnologia digitale. Oggi questa offre garanzie di qualità molto prossime a quelle della celluloide. Sempre più si avvicina alla qualità della pellicola, però con costi molto contenuti. Poi verrà il momento in cui il cinema non avrà più bisogno della pizza, della pellicola. Il materiale andrà su formato elettronico. SI abbatteranno i costi della distribuzione. C’è una necessità per L’Aquila di raccontare le vicende, le ferite, i problemi, il futuro, le aspettative, della rinascita, della ricrescita di questa città. Abbiamo pensato che un corso di reportage potesse essere uno strumento senz’altro utile, anzi essenziale per raccontare al meglio questa realtà.

Una scuola dunque ‘sperimentale’ in tutti i sensi. Ma con uno sguardo attento verso il passato, la storia, la tradizione?

Io sono convinto che per realizzare progetti significativi si debba partire dal passato. Il passato ci appartiene storicamente, culturalmente. Noi abbiamo un grandissimo docente che è il direttore della fotografia Peppino Rotunno. È una persona straordinaria che insegna al Centro sperimentale da tanti anni. Oggi è un signore arzillo, novantenne. Ha fatto la storia del cinema mondiale.  Ed è una persona che parte dalla pellicola. I nostri ragazzi del corso di fotografia partono da questo, studiano sui materiali in celluloide. Se non si conosce questo non si può conoscere il funzionamento delle tecnologie digitali. Per esempio oggi il montaggio che si fa con Avid. Una volta la pellicola era artigianale. Questo aspetto non va dimenticato.  Forse oggi l’ausilio dei mezzi tecnologici ci consente di fare prima e a costi più contenuti ma certamente non di fare meglio. Il meglio si fa anche con la qualità, con la pellicola, con le macchine che c’erano una volta.

Oggi con i mezzi informatici si può fare davvero tanto?

Abbiamo la certezza che la pellicola si conserva per almeno 100 anni; esiste dal 1898 quindi già sono 120 anni che c’è. Non lo so se oggi i supporti informatici consentiranno una durata così lunga. Certamente il progresso sarà sempre più incalzante e arriveranno magari supporti che potranno durare anche mille anni. Poi noi come centro sperimentale siamo anche legati a questo aspetto, perché come oltre a una scuola di cinema abbiamo anche la Cineteca di Stato, quindi viene contemplata la sezione del restauro delle pellicole. Anche le pellicole vecchie, abbiamo una sezione di infiammabili in nitrato di cellulosa, che veramente rappresentano un valore storico prima ancora che culturale, che va salvaguardato. E dunque professionalità che si dedicano a questo lavoro, cresciute nel solco di una tradizione artigianale.

Gorizia, Roma, Bologna, sono in tal senso realtà importanti?

Noi siamo anche Cineteca di Stato. Per legge, del 1949, ci si impone il deposito legale delle pellicole di tutte le produzioni cinematografiche italiane presso il centro sperimentale. Per esempio a Pordenone, ci sono queste giornate dedicate al cinema muto. Ci troviamo di fronte a un segmento davvero di nicchia al momento.

Una carriera poco professionalizzante, vero?

Si, perché si è smarrito un po’ il senso della tradizione ma non solo del cinema: ovunque. Si è perso nella cultura, nell’enogastronomia, nell’arte. C’è una rincorsa sempre al futuro. Il passato invece è pieno di tesori che vanno salvaguardati, che vanno studiati, dei quali bisogna appropriarsi culturalmente. L’altro giorno stavo in Sicilia e sono andato a mangiare in un ristorante: rielaborava e riproponeva in chiave moderna solo ricette antiche, della cultura culinaria siciliana. Una cosa straordinaria. Un esperimento meraviglioso. Uno riscopre il sapore di tanti cibi che sembravano dimenticati. A dispetto del mio cognome Foti, che è calabrese, in realtà io sono nato a Santo Stefano di Sessanio. Quando vado lì mangio quelle zuppe di lenticchie come si facevano una volta, che faceva anche mia nonna. Uno riscopre così i veri valori della cultura contadina che sono la tradizione può regalarti.

Ma allora lei è un abruzzese, anzi, un aquilano?

È una cosa che sanno in pochi. E ci torno sempre molto volentieri, a Santo Stefano. Vedere questo borgo rinascere è stato commovente, anche se l’unico dispiacere è che a fare questo ci abbia pensato non un italiano ma un imprenditore venuto da fuori. Però riscoprire da un punto di vista urbanistico i vecchi borghi è fantastico. Vicino a Santo Stefano c’è un vecchio paesino dove è nato mio nonno, Castelvecchio Calvisio, che se vogliamo è un borgo storico ancora più bello di Santo Stefano. Come Calascio. Ecco bisogna riscoprire questi valori perché la nostra cultura è legata a tutto questo.

Che ricordi ha dell’Abruzzo da ragazzo?

Ricordi straordinari. Poi ovviamente mi sono trasferito a Roma da bambino, però fino a 18 anni io da giugno a ottobre, quattro mesi li passavo in Abruzzo in uno stato di totale libertà psicofisica. Tornavo a Roma e mi veniva da piangere, non volevo. Ricordo che mia madre mi trascinava per convincermi a partire. Giravo in paese con le mazzafionde come uno zingaro con i miei amici perché ero abituato a questa vita di libertà in campagna, in montagna. Ho ricordi bellissimi di quel periodo. Ancora oggi torno sempre molto volentieri in Abruzzo. L’avventura della sede dell’Aquila è in un certo senso il frutto di un mio sogno, un mio desiderio di dare qualcosa a questa città alla quale sono molto legato.

Io poi sono, ma non voglio apparire un presuntuoso, mi definisco un grande sciatore e quindi torno molto volentieri a sciare a Ovindoli, Roccaraso, Campo Felice. Sono molto legato a questa terra. Poi come diciamo noi: “moglie e buoi dei paesi tuoi”. Ed è finita che ho sposato un’abruzzese, non dell’Aquila ma della parte un po’ più ‘volgare’ dell’Abruzzo, quello marsicano. Ovviamente scherzo, io lo dico da buon aquilano e scherzo sempre con mia moglie su questo! La prendo in giro perché è di Tagliacozzo. E poi ho tanti amici da queste parti.

Il rapporto tra Roma e L’Aquila, nonostante la vicinanza, non è mai stato così tanto facile. Non capisco perché...

Ho questa idea. Io che sono metà calabrese da parte paterna e metà abruzzese, essendo vissuto a Roma ho sempre visto il tipo abruzzese, in particolare aquilano come un tipo molto chiuso. A fronte di caratteristiche positive come la generosità, la tenacia, la testardaggine, la voglia di fare, ho sempre ritenuto l’aquilano un tipo chiuso. Forse questo atteggiamento di chiusura, di timidezza per i rapporti interpersonali, questa diffidenza lo caratterizza bene. Entrare nel cuore di un aquilano è difficile. Quando ci si entra poi, si scoprono persone meravigliose.

Questo carattere aquilano ha un po’ condizionato l’aspetto culturale. C’è sempre stata questa chiusura. E poi c’è un altro aspetto negativo: quando qualcuno prende un’iniziativa, nell’aquilano scatta una molla, una sorta di invidia, di volontà di remare contro. Questa caratteristica negativa ha un po’ attraversato la storia di questo popolo. Faccio un esempio: io sono andato al mio paese. C’era uno che si svegliava e magari diceva: “facciamo la Pro loco”. E c’era sempre uno che rispondeva: “Sì, però...”, invece di dire “Sì, andiamo!”. Questo “Sì, però...” è negativo.

Bisogna capire quale può essere il modo migliore per sviluppare la cultura. Per esempio il cinema è vero che è un’arte ma anche un’industria. Dobbiamo renderci conto che sviluppare la cinematografia all’Aquila significa certamente favorire lo sviluppo sociale, civile delle persone. Ma anche dare opportunità. Questa scuola, che abbiamo aperto all’Aquila, serve anche a questo: a dare un’opportunità ai giovani di restituire il loro sapere sul territorio. Se qui nasce una struttura che è in grado di produrre servizi, reportage, va a beneficio di tutti.

L’Abruzzo è una location straordinaria, ne conviene?

Assolutamente sì. Mandai all’assessore De Fanis un elenco di tutti i film girati in Abruzzo, è sterminato. Qui in Abruzzo non c’è una Film Commission. L’ho detto più volte, il Csc mette a disposizione le proprie competenze, la disponibilità per creare una Film Commission, che dovrebbe  avere i presupposti per attrarre produzioni: mettere per esempio a disposizione le strutture alberghiere del posto, favorire vantaggi di natura amministrativa. Se uno deve occupare il suolo pubblico non sarà costretto a girare mille uffici, ma deve avere vantaggi in termini di fiscalità. Questo deve essere il ruolo della Commission, non solo quello di creare un consiglio di amministrazione, un presidente scelto dalla politica di turno e poi non fare nulla. Se si supera questa posizione si possono evitare gli egoismi, i personalismi, le conflittualità. L’Aquila ha mantenuto per troppo tempo questo carattere provinciale, uno spirito di nicchia, autoreferenziale. È ora venuto il momento di aprirsi.

Sembra di capire che i ragazzi del Corso di reportage abbiano un grande entusiasmo, voglia di imparare, è così?

Sì molto, hanno una fortissima motivazione a cimentarsi in questo percorso. Una volta fare un film era un’impresa troppo costosa: oggi è davvero alla portata di tutti. Con l’ausilio degli apparati di ripresa il cinema è alla portata di tutti. I nostri allievi realizzano alla fine un film, un cortometraggio, in qualche caso un lungometraggio. Abbiamo una nostra società di produzione che realizza e aiuta i ragazzi, assistendoli nel lavoro finale. Non abbiamo tanto bisogno di risorse economiche, servono le idee. Oggi con una buona idea e con anche 5 mila euro fai un bel film.

Prendo il caso di Linda Parente, una giovane cineasta che ha realizzato il cortometraggio La tana del Bianconiglio, che racconta in modo originale le vicende post-terremoto. Io l’ho mandato in tutti i festival possibili. Abbiamo spedito un altro corto a Hollywood. A Cannes c’è una sezione che è dedicata ai lavori dei film delle scuole di cinema di tutto il mondo. Ogni anno mandiamo un nostro lavoro; il migliore è sempre quello nostro. Come il caso di Terra di Pietro Messina, un ragazzo siciliano, che con poche migliaia di euro ha saputo raccontare una bella storia di emigrazione. Quello che conta è avere il talento. Il nostro motto è intercettare i giovani che lo abbiano. Poi insieme alle grandi professionalità dei docenti, è importante sviluppare questo talento per dare un contributo al cinema italiano. Se c’è talento si trovano anche le risorse finanziarie.

Ma secondo lei esiste davvero chi ha ancora idee? Negli ultimi anni per esempio la tv sembra dimostrare il contrario. Lo si percepisce da questa necessaria riproposizione di cose già fatte nel passato. Come mai?

Lei pensi a una cosa: il cinema italiano ha avuto il suo momento d’oro nel dopoguerra. Ha avuto un suo filone molto fertile perché ha raccontato le vicende, le disgrazie, la fame però anche le speranze di un’Italia che usciva dalla guerra veramente martoriata dal punto di vista morale, materiale e spirituale. Quindi c’era da raccontare delle storie di umana sofferenza, di grande ‘passione’, ma anche vicende di umana fiducia per il futuro. Quando si è persa questa lena, non si sapeva più cosa raccontare. Oggi a me fa piacere quando si dice che nel 2011 un tale film ha portato incassi meravigliosi, magari surclassando al botteghino un film più d’autore come La vita è bella. Va bene, ci sta. Si sa, il cinema autoriale è sempre più difficile.

Ma il punto non è che mancano gli sceneggiatori. Mancano gli sceneggiatori capaci di raccontare idee originali. Giorni fa sono andato a vedere il film Ted e, pur non essendo un capolavoro, mi è piaciuto perché originale. Il cinema francese ha tirato fuori negli ultimi anni film davvero belli come Quasi amici. In questi giorni sarà nominato come presidente del Csc Stefano Rulli, un grandissimo sceneggiatore. Io sono felicissimo perché questa professionalità, così forte, così marcata, serve anche da stimolo ai tanti ragazzi che frequentano la nostra Scuola. Però bisogna avere il coraggio di osare, osservando la quotidianità, quello che ci accade intorno a noi. Se togliamo questo riferimento, è finita.

E sui recenti tagli alla cultura cosa ne pensa?

Il cinema è anche un’industria e dunque ha bisogno di essere sostenuto. In Italia purtroppo c’è stato sempre questo malinteso che la cultura andava finanziata tanto per toglierci da torno quelli che chiedevano soldi. La politica ha ritenuto la cultura sempre un versante da trattare separatamente. Se non ci convinciamo che in cultura si deve investire siamo sconfitti. Nel  Lazio il cinema è la seconda industria dopo quella delle costruzioni. In Italia il cinema è un’industria vera, dà lavoro, ha più di 350 mila persone. Non è una cosa trascurabile. È ovvio che più risorse ci sono e meglio è. Però è anche vero che il cinema di qualità lo si può fare anche con poche risorse.

Posso solo dire questo: per un ragazzo che abbia talento e voglia davvero imparare il cinema, il Csc è una scuola pubblica, dunque non d’élite. Non costa nulla: 1.500 euro di iscrizione. Veramente un accesso possibile, aperto a tutti: se uno ha qualità noi lo prendiamo. Forse siamo l’unica istituzione dove non esiste la raccomandazione. E cito sempre un esempio personale:  mia figlia Federica a 18 anni mi disse: “voglio fare l’attrice”. Le risposi: “Federica, il fatto di essere una bella ragazza non vuol dire che hai i requisiti giusti, quel talento che secondo me non hai. Però tu fai come vuoi. Prova ad entrare al Centro, fa l’esame”. Ma poi è stata scartata, giustamente, perché c’era magari chi era più bravo di lei. Dunque non sarebbe stato giusto prendere il posto di un altro che aveva maggior talento di lei. Quindi dico questo perché anche per dimostrare che quelli che prendiamo sono davvero i più capaci. Non a caso se si scorre l’elenco di chi ha frequentato il Centro Sperimentale si scopre che dal 1935 a oggi sono passati in questa Scuola tutti i più grandi attori e registi. Non si può prendere per tre anni uno senza talento e fargli fare tre anni di scuola. Ragazzi, se avete voglia, talento, fantasia, noi vi accogliamo. E vi prendiamo.

Gli allievi del corso sono in prevalenza abruzzesi?

Vengono da tutta Italia. Non mi meraviglierei se questi ragazzi che studiano all’Aquila decidessero di rimanere qui, di lavorare qui, valorizzando questo territorio che li ha accolti, questa città che li ha in qualche modo adottati.

E sul progetto di realizzare reportage sulla recente apertura dell’Auditorium del Parco, com’è andata questa esperienza?

I nostri allievi sono andati a girare immagini, a fare interviste. È andata benissimo. Quello che ho detto a loro. Devono essere pronti, devono dormire con la telecamera nel comodino, come fa un giornalista con il suo taccuino e la sua penna, ora il suo registratore. Perché solo così possono sentire di raccontare la città, la sua cultura, raccontando i personaggi, le cose belle, anche i suoi drammi; in verità speriamo più le prime. Questo è l’obiettivo: fare in modo che la città sia raccontata ogni momento e fare in modo che questi ‘racconti’ vengano esportati.

Come vedono L’Aquila i ragazzi che vengono qui?

Con un senso di curiosità. Però gli ho detto una cosa, sin dal primo giorno e anche a tanti amici aquilani: non raccontiamo più il terremoto. Se dobbiamo farlo, facciamolo in positivo. Anche per superare questo dramma, per andare avanti. Perché raccontare ancora la tragedia del terremoto non serve. C’è una ragazza che ha fatto un bel documentario, che descriveva come la socialità, la vita cittadina, il luogo d’incontro si erano spostati dal centro storico dell’Aquila al ‘capannone’ commerciale, un luogo morto che non racconta la storia di questa città. I giovani devono avere la forza di rialzarsi e guardare al futuro. La storia è piena di episodi negativi, come la guerra. Il terremoto è stata una guerra: bisogna rialzarsi, ricostruire, guardare avanti, avere la forza, il coraggio, la vicinanza delle istituzioni.

Il cinema è una famiglia che sa esprimere grandissime solidarietà. Noi le abbiamo vissute dopo il terremoto, portando all’Aquila l’anteprima mondiale di Baarìa, portando attori registi, fotografi, attori. Tutto il mondo del cinema si è stretto davvero forte intorno all’Aquila. Continuerà a farlo. C’è una grande attenzione in tal senso. Ma in questo contesto la città come istituzione, la politica possono dare un contributo fondamentale:  tutti devono credere in uno sviluppo futuro a sostegno della cultura. Perché se non si sostiene questa ricchezza, l’identità di questa città si perderà per sempre.



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