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LA LIBIA AI TEMPI DELL'AQUILA CALCIO: QUELLA PARTITA A TRIPOLI...

Pubblicazione: 31 agosto 2011 alle ore 17:01

Al Saadi Gheddafi con Jehan Muntasser, libico dell'Aquila Calcio nel 2001
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L’AQUILA - Sono giorni terribili in Libia, con il regime di Muammar Gheddafi che sta cadendo e sanguinosi e continui combattimenti.

C’è qualcuno, nel capoluogo, che può vantare una conoscenza del Paese nordafricano superiore a quella di tanti altri: sono i “reduci” dell’Aquila Calcio 2001/2002 che, nove anni fa, fecero una trasferta-lampo in Libia per giocare contro l’Al Ittihad.

La prima (e fin qui unica) partita internazionale del club rossoblù fu organizzata dal presidente dell’epoca, Michele Passarelli, che collaborava con uno dei figli del Rais, Al Saadi Gheddafi, l’“Ingegnere”, che poi sarebbe divenuto famoso in Italia come azionista della Juventus e improbabile calciatore di Perugia, Udinese e Sampdoria, e che è stato arrestato la settimana scorsa.

Detto fatto, la squadra partì e tornò a metà settimana, improvvidamente prima di un derby decisivo per la salvezza a Castel di Sangro.

Tra l'altro in rosa c'era anche un libico, l'ala Jehad Muntasser, preso forse come "cadeau" per i partner nordafricani ma che si rivelò in campo un giocatore vero e decisivo, tanto da finire poi in serie B. Muntasser che quella volta fu capitano di giornata.

Vittoria per 4-1 davanti a 30 mila persone con annessa esultanza degli ultrà dell’Al Ahly, rivali dell’Ittihad, che tifarono per i rossoblù per tutti i 90 minuti.

Queste le testimonianze di tre protagonisti dell’epoca, l’allenatore, Augusto Gentilini, il bomber, Andrea Cecchini, e il medianaccio, Alessandro Tatomir, raccolte da AbruzzoWeb.

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GENTILINI: AI GIOCATORI DISSI CALMI SENNO’ NON CI FANNO TORNARE


Un’esperienza molto bella. Ci hanno accolto nel migliore dei modi dall’inizio alla fine, al di là delle loro abitudini, come i passaporti sequestrati all’inizio e restituiti quando volevano loro, o i continui cambi degli orari degli allenamenti e della partita per paura di eventuali situazioni strane verso Al Saadi.

L’Ingegnere lo ricordo come una persona intelligente, amante del calcio, molto appassionato. La maggior parte dei discorsi con lui li ho fatti sul pallone, veramente avrei voluto chiedergli anche qualcosa sulla situazione del suo Paese ma mi sembrava indelicato. Com’era come calciatore? È cosa risaputa che in serie A in Italia lui ci ha giocato per discorsi extracalcistici, pubblicità, interessi. Il padre l’ho visto solo da lontano: un giorno che eravamo in albergo, quando usciva lui bloccavano tutta la città.

Il fallaccio di Tatomir? Era una situazione particolare, mi è uscita la classica battuta da romanaccio: ‘Calmati che non ci fanno torna’ a casa’. Comunque quell’entrata era la dimostrazione che i ragazzi avevano preso la mentalità giusta e infatti poi in C1 si sono salvati. La partita ha avuto lo spirito della gara vera, con quell’impianto molto bello, lo schermo gigante, i tanti spettatori. È stato stimolante.

CECCHINI: AL SAADI PENSAVA SOLO A DIVERTIRSI


Io mi sono divertito moltissimo, è stata una fantastica esperienza. Ho impresse le due tifoserie, quella della squadra dell’Al Ahly, che era contro Gheddafi e sugli spalti tifava per noi. Ci avevano detto prima di scendere in campo: mi raccomando, non picchiateli. Alla prima palla che toccò lui, invece, Tatomir gli fece quell’entrata incredibile!

Fuori dal campo ci hanno portato dentro al forte di Gheddafi, quello che si vede oggi preso dai ribelli. Ci hanno fatto vedere la casa bombardata dagli americani, a qualsiasi ospite la facevano vedere e il Rais l’aveva lasciata intatta com’era. Era tutto un mondo diverso. Un pomeriggio eravamo in albergo e hanno cominciato a suonare sirene, la città si è svuotata: era Muammar Gheddafi che andava a farsi l’aperitivo!

Problemi con il cibo? Chiunque ne avrebbe. Abbiamo mangiato un pollo piccantissimo, e per fortuna che avevamo anche un cuoco italiano. Finita la partita, poi, andammo a cena in un posto a Tripoli dove c’era una sedia da re per il figlio di Gheddafi e le due squadre che mangiavano l’una di fronte all’altra.

Al Saadi anni dopo l’ho conosciuto anche a Genova, a malapena si ricordava di me. Lui era un personaggio occidentale. Non era per niente un musulmano, dico solo questo! Comunque una bella persona. Mi dispiace che l’abbiano arrestato, lui era completamente al di fuori del regime, pensava solo a divertirsi e a spendere.

TATOMIR: GIA’ ALL’EPOCA UN CLIMA SURREALE, COSTRUITO


Mi ricordo la casa, lo stadio, l’albergo dove alloggiavamo. È stata una full immersion, siamo partiti mercoledì e tornati giovedì perché la domenica avremmo dovuto giocare. Noi eravamo in viaggio di speranza, ci avevano detto, infatti, che ci avrebbero pagato gli stipendi.

Ricordo la casa di Gheddafi, la cena la sera del mercoledì con il figlio. C’era un clima surreale anche all’epoca, mi è sembrava tutto abbastanza costruito. Un mio compagno, Kenneth Zeigbo, nigeriano, ci spiegò che lì c’era un modo di vivere abbastanza controllato. Della Libia abbiamo visto quello che ci hanno voluto far vedere, nei loro tempi e nei loro modi.

La mia entrataccia su Al Saadi? Non me lo ricordavo, visto come stanno andando le cose direi che sono stato fortunato! Scherzi a parte, è stata un’esperienza molto bella e soprattutto inusuale per una squadra di serie C. La partita? Davanti a 30 mila persone, fu molto poco un’amichevole. Lo stadio poi era molto bello e accogliente.



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