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L'OPUS DEI, L'OPERA PADRONA D'EUROPA
PINOTTI, ''L'AQUILA UNA SEDE IMPORTANTE''

Pubblicazione: 03 luglio 2013 alle ore 08:05

La targa dedicata a Josemaria Escriva' accanto alla Basilica di Collemaggio
di

L'AQUILA - Da una parte loro, gli eletti, i migliori. In una parola, l'élite. Quella più estrema e più segreta.

Dall'altra la gente, la maggioranza. Il resto del mondo che va educato e tenuto sotto scacco, in una cattività studiata e programmata a tavolino. Per il suo stesso bene, il mondo che deve accettare acriticamente e senza fiatare ogni decisione presa nelle stanze che contano.

L'Opus Dei, l'Opera di Dio, appartiene a quella cerchia di ideologie che non prevedono il libero pensiero.

Chi arriva a farne parte, e deve generalmente essere persona di un determinato ceto sociale e con buone disponibilità economiche, ha sostanzialmente un dovere: lasciare che l'io, l'io migliore inteso come mezzo per sentirsi parte integrante dell'umanità, venga demolito e spazzato via per fare posto a un Dio particolare, che, secondo le regole dell'Opera  vuole che si lascino anima, corpo, mente, soldi e proprietà di vario genere all'Opera stessa, una “chiesa all’interno della Chiesa”, uno “Stato all’interno di un altro Stato” con “migliaia di adepti nel mondo e con enormi e capillari infiltrazioni nei settori che contano come l’economia, la finanza, la politica, i media”.

Uno “Stato nello Stato", dunque, spinto da un motore reazionario, che prevede punizioni corporali, contrario per natura a qualsiasi concetto di democrazia e al messaggio cristiano di fratellanza e di uguaglianza tra gli uomini e le donne. Contrario anche alle aperture democratiche di un’istituzione che democratica non è, il Vaticano.

Il giornalista e scrittore Ferruccio Pinotti ha analizzato e continua ad analizzare ogni angolo dei settori oscuri della società, Opera compresa, "presente con forza anche all’Aquila”, dove la via della Porta Santa della Basilica di Collemaggio è intitolata al fondatore dell'Opus Dei, Josemaría Escrivá de Balaguer.

E ha raccolto, con enorme difficoltà, le testimonianze di chi è riuscito a mettersi in salvo. Di chi ne è uscito.

Il tutto è quindi confluito in un libro, “Opus Dei segreta”, del 2006, che ha avuto successo e ha scatenato polemiche a non finire.

Pinotti, la sua definizione di Opus Dei.

Parto da quella ‘tecnica’, è una prelatura personale del Papa nata nel 1928 su iniziativa di Josemaría Escrivá de Balaguer, un presbitero spagnolo, canonizzato nel 2002 da Papa Giovanni Paolo II, che con il tempo ha ottenuto riconoscimenti giuridici che l’hanno portata sotto il pontificato di Woytjla a ottenere l’ambito status di diocesi cum populo proprio, extraterritoriale. Dal punto di vista politologico, è una potentissima lobby di potere politico-religiosa con una grandissima influenza in tutti i settori della società, una lobby che conta migliaia di adepti ovunque e che può vantare tra gli affiliati banchieri del calibro di Ettore Gotti Tedeschi, ex possidente dello Ior, la banca del Vaticano.

Perché a un certo momento della storia qualcuno ha sentito il bisogno di superare un concentrato di potere come il Vaticano?

L’Opus Dei nasce sulla base di diversi elementi storici. Innanzitutto, affonda le sue radici nell’epoca del Franchismo, della guerra civile spagnola, un periodo di forte contrapposizione fra una Chiesa di destra vicina al dittatore Francisco Franco e le forze democratiche che in Spagna cercavano di instaurare la Repubblica. Da allora ha mantenuto questo carattere ultraconservatore. Nel dopoguerra la sua espansione ha avuto un’accelerazione, Escrivà si è stabilito a Roma, dando impulso all’esigenza di imporre l’ideologia ultraconservatrice, qualcosa che imitasse la massoneria, un compartimento segreto con diversi livelli di appartenenza fino a creare una casta di eletti completamente dedita all’Opera, con un insieme di categorie di affiliati a livelli più bassi. Durante l’era di Giovanni Paolo II  e in parte di Benedetto XVI altre realtà simili si sono sviluppate, parlo di Comunione e Liberazione, Neocatecumenali, Legionari di Cristo, quindi l’integralismo cattolico.

L’aspetto psicologico è essenziale nell’Opus Dei, fin dalla ricerca dei possibili adepti.

Assolutamente sì. L’Opera ha messo a punto metodi raffinatissimi di ‘cattura’ delle persone, che in genere entrano a farne parte da giovanissime, anche da minorenni, con una personalità e una psicologia non ancora sviluppate. Per tirarle dentro viene usato molto il love bombing, un vero e proprio bombardamento affettivo che le attira e le ingabbia. Parliamo di un mondo di completa adesione, totalizzante direi, che coinvolge tutte le sfere della vita, fino a comprendere il lavoro e la vita di tutti i giorni. C’è poi chi entra in età avanzata, ma soltanto perché fa parte di un network dei grandi agganci con la finanza, l’industria, il business, la politica. Insomma, per ragioni strategiche, di conferma e aggiornamento del potere.

Quanto è difficile uscire dall’Opus Dei e riprendersi dai danni subiti?

È difficilissimo. In Italia sono pochissime le persone che ce l’hanno fatta a uscire senza avere grossi problemi. In altri Paesi come Germania e Francia esiste qualche spiraglio in più, dovuto sostanzialmente a una minore influenza religiosa nella società, ma sono pur sempre spiragli. Anche all’estero è difficilissimo uscirne, però qualche supporto, psicologico e materiale, si può trovare. Per l’Opera l'uscita di un affiliato equivale ad alto tradimento, viene fatto percepire come tale, come qualcosa di estremamente grave. Purtroppo chi riesce a uscire ha lasciato tutto all’Opera, soldi, proprietà. Tutto. E se lavora, spesso lo deve all’appartenenza all’Opera, quindi anche dal punto di vista professionale ci si trova di fronte a grandi problemi. Per uscire e non avere conseguenze occorrono forza, supporto familiare, reti di aiuto tali da poter reggere il confronto con un gigante delle ramificazioni come l’Opera. Senza dimenticare un elemento importantissimo: quasi tutti quelli che escono dall’Opus Dei cercano immediatamente di buttarsi in un rapporto sentimentale, scoppia la voglia di avere una famiglia. Un’ulteriore complicazione nel processo di ripristino di una vita dignitosa, umana.

Si è mai chiesto quale fosse l’obiettivo finale, lo scopo massimo, di chi ogni giorno, ogni ora, costruisce l’Opus Dei?

Alcune idee dell’Opus Dei hanno come base la santificazione del lavoro, non una novità, basti pensare al benedettino ‘Ora et labora’, solo che nell’Opera viene trasposto in una logica di dominio, di potere, di dimensione esclusiva, di denaro. È un progetto non chiaro ma che guarda comunque all’occupazione dei luoghi di potere in modo totalmente elitario, in netto contrasto con il messaggio cristiano di carità, di fratellanza, di aiuto a chi è in difficoltà. Vedremo come Papa Francesco si comporterà con l’Opera.

Il livello di influenza nell’Europa Unita? La testimonianza di Alain Parguez, ex collaboratore dell’ex presidente francese Francois Mitterand, ha parlato di un’Unione Europea gestita dall’Opus Dei e da settori chiave dell’Unione che in sostanza si rifanno a una cultura fortemente elitaria e reazionaria.

Sicuramente è molto forte. Parecchi tecnocrati europei sono vicini all’Opus Dei, ce ne sono in Francia, Germania, in Belgio. L’Opera è molto radicata, direi capillare, nei settori decisivi della società, per capirlo basta dare un’occhiata al settore bancario, anche italiano. Un nome su tutti, Gianmario Roveraro (ucciso in circostanze misteriose) una specie di ‘pioniere’, che con la sua Akros Finanziaria ricoprì un ruolo fondamentale nella vicenda Parlamat. Anche Roberto Calvi ebbe strani rapporti con l’Opera nella fase finale della sua vita, quando, prima di ritrovarsi impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra, cercava di salvare il Banco Ambrosiano. Anche Silvio Berlusconi è in rapporti con l’Opera.

L’ex premier Mario Monti?

È in buoni rapporti, così come con il mondo cattolico. Monti ha sicuramente canali molto aperti.

Che impressione le ha fatto il Professore? Lei lo ha intervistato per il Corriere della Sera. A molti è sembrato un personaggio freddissimo, quasi impalpabile.

È un uomo preparato, intelligente, senza dubbio molto controllato, che però nasconde, dietro la freddezza, alcune insicurezze che mi hanno stupito. Mi è sembrato un uomo alle prese con situazioni molto più grandi di lui, si è trovato al centro di un giro di pressioni che arrivavano dal Vaticano e dal Quirinale. Penso che la scelta di entrare in politica non lo convincesse molto, ma i rapporti con i poteri forti e sovranazionali restano e sono anche evidenti. Suo padre ha lavorato in banche importanti, una galassia finanziaria da cui Monti proviene e con la quale ha avuto a che fare, specie durante il suo mandato a Bruxelles come commissario. La sua esperienza è stata breve, tutto sommato.

Però ha lasciato gravi conseguenze. La sua è stata una politica fortemente elitaria, che ha guardato in alto e non ai ceti più bassi della società.

Senza dubbio il suo è un approccio che si forma in un certo ambiente, in contesti sovranazionali. È un approccio elitario, non vi è alcun dubbio.

Gli strumenti più utili per contrastare l’avanzata delle forze reazionarie come l’Opus Dei?

Occorre una maggiore informazione. Io ho cercato di portare alla luce realtà nascoste attraverso i libri che ho scritto. E l’obbligo di trasparenza per queste ‘associazioni’. Se un magistrato appartiene alla massoneria, o a Comunione e Liberazione, o all’Opus Dei, si deve sapere pubblicamente.

Sono molti o pochi i magistrati, i giudici che appartengono all’Opus Dei e alle logge massoniche?

Sono molti. Giri ristretti, lì il potere si coagula, la trasversalità ‘salda’ i rapporti. Io le chiamo ‘camere di compensazioni’, si incontrano personaggi culturalmente e politicamente molto distanti. L’élite, come dire, si ‘compie’ su questi terreni di intesa. È la logica del potere elitario, in Italia consolidatissima.

La stupisce l’intitolazione all’Aquila della via di una basilica importantissima come quella di Santa Maria di Collemaggio?

Non più di tanto. Pur avendo L’Aquila una tradizione massonica molto forte, un po’ fa riflettere che sia diventata uno dei centri più importanti dell’Opera, che annovera ‘amici’ aquilani anche nel mondo dell’informazione. Però se ci si pensa è lo stesso paradigma del potere elitario che le dicevo. Prima o poi ci si incontra e si trova un modo per rinnovare il potere.

È stato faticoso scrivere e pubblicare un libro sull’Opus Dei?

Ho impiegato circa 2 anni di lavoro. Ho avuto delle difficoltà nell’approcciare le persone che hanno fatto parte dell’Opera, nel farmi capire, nel convincerle che non avrei mai e poi mai approfittato delle loro esperienze drammatiche per fare gossip.

Domanda scontata: ha avuto dei problemi per la pubblicazione del libro?

Sì.



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