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IL RACCONTO DEL FIGLIO CRISTIAN: DAL VAJONT ALLE PASSEGGIATE IN CENTRO STORICO

L'AQUILA: RICORDO DI VILLANI, GIUDICE GENTILUOMO: COLTO, RISERVATO E DEDITO AL VOLONTARIATO

Pubblicazione: 30 dicembre 2015 alle ore 08:18

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L'AQUILA - Un uomo colto e riservato, dedito al volontariato e dal grande senso dello humor, che alla fine delle sue giornate di lavoro amava passeggiare con suo figlio per i vicoli del centro storico, parlando dei suoi autori preferiti, da Spinoza a Turoldo a Bernanos. 

Cristian Villani, figlio dell'ex presidente del tribunale Antonio Villani, ricorda così suo padre, al quale lo scorso novembre è stata intitolata l'aula magna del tribunale di via XX Settembre, ricostruito dopo i danni del sisma del 2009.

Villani, un noto esponente della magistratura italiana, è stato presidente del tribunale del capoluogo dal 1998 al 2006. 

Entrato in magistratura nel 1961, ha esercitato la professione per quarantacinque anni. 

Molti sono stati i casi che, in ruoli diversi (requirente e giudicante), ha trattato, come il processo di primo grado del Vajont nel 1968, quello per la strage di Patrica di cui fu giudice istruttore nel 1979, il processo per il delitto di Case Castella, a Balsorano nel 1991, il processo per lo scandalo “Pop” che, nel 1994, vide coinvolta la Giunta regionale abruzzese; il caso del Crocifisso nella scuola di Ofena nel 2003.

Fu anche molto attivo sul fronte del volontariato, ma la sua riservatezza, anche su questo punto, "rimane un tratto proverbiale della sua personalità", racconta il figlio. 

Da dove partirebbe dovendo raccontare di suo padre?

Devo partire, per forza di cose, dalle nostre passeggiate socratiche e walseriane delle quali ho sinceramente grande nostalgia. Alla sera, quasi tutti i giorni, verso le ore diciotto, lo andavo a trovare nel suo studio al Palazzo di Giustizia. Poco dopo ne uscivamo per perderci nei deliziosi vicoli della nostra amata città. Tutto questo è durato per moltissimi anni. Ricordo, all’inverno, l’inconfondibile odore proveniente dai camini accesi nelle case e i lampioni gialli che fiocamente illuminavano quei vicoli: tutto questo contribuiva, se mai fosse stato possibile, a dare una maggiore intimità ed unicità al nostro cammino.

Parlavamo di ogni cosa e devo dire che eravamo in buona compagnia. Difatti i suoi autori preferiti - Baruch Spinoza, Padre David Maria Turoldo, George Bernanos, solo per citarne alcuni - facevano capolino da ogni dove. Poi, man mano che io progredivo negli studi filosofici e letterari, se ne aggiunsero altri ancora.

Il tema di fondo delle discussioni era quello dell’eterna lotta tra bene e male che, detto così può sembrare banale, ma in quelle occasioni veniva declinato quasi all’infinito e da due posizioni ben diverse: quella più prossima all’irruenza dovuta alle mie inclinazioni giovanili e quella in cui predominava la saggezza di un uomo che molto sapeva e molto aveva visto e che, soprattutto, riusciva a dare, con discrezione, suggerimenti estremamente validi.

Quelle passeggiate non mancavano poi di momenti di grande ilarità, spesso causati dallo spiccato senso dello humour che lo accompagnava; era questo un tratto della sua personalità forse non troppo noto ai più. Devo aggiungere infine, che non parlava mai del suo lavoro. 

Ha detto di non volere parlare del percorso professionale di suo padre, se non per accenni, volendo raccontare anche altri aspetti della sua persona ma è altrettanto vero che questo magistrato ha incontrato sulla sua strada casi giudiziari davvero rilevanti e molto noti. 

Come ho detto non mi ha mai parlato del suo lavoro. Quello che conosco del versante professionale, lo ho appreso spesso dalla lettura dei quotidiani o perché qualcuno me ne ha parlato. Preferisco quindi lasciare ad altri questo ricordo, soprattutto a coloro che a quei tempi hanno frequentato per lavoro il palazzo di giustizia.

Devo però ammettere che indirettamente, attraverso i casi giudiziari che sapevo avesse trattato negli anni, ho avuto la possibilità di comprendere meglio una parte importante della storia d’Italia e della nostra regione. 

Sul caso del Vajont ho letto molti libri, per cercare di capire sempre di più. Sono arrivato alla conclusione di come sia molto difficile il solo avvicinarsi ad avere l’idea di una tragedia così grande. Non posso poi davvero immaginare quello che devono aver passato, nelle loro coscienze, i magistrati che si trovarono ad occuparsi della vicenda.

Molti anni dopo, posso dire che mio padre, su richiesta del noto storico Maurizio Reberschak, autorizzò, per la prima volta, la consultazione della relativa documentazione processuale. Questa cosa ha contribuito notevolmente alla costituzione di quello che oggi viene comunemente denominato l’Archivio diffuso del Vajont che recentemente è stato candidato ad entrare nel Registro della memoria del mondo dell’Unesco.

L’eccidio di Patrica poi, evoca momenti terribili per le istituzioni del nostro paese e per tutti coloro che, in ogni modo, ne vollero tutelare l’integrità anche a costo della loro stessa vita. L’insieme dei casi giudiziari che ha trattato, costituiscono certamente uno spaccato notevole di come e quanto la giustizia si sia dovuta misurare con sé stessa, e con le insopportabili inerzie del sistema, per appagare quanti avevano subito indicibili torti e soprusi, per non dire altro.

Che sensazione ha avuto quando è stata scoperta la targa marmorea nell’Aula Magna  a lui intitolata nel Palazzo di Giustizia di L’Aquila?

Sono momenti troppo intensi, commoventi. La nostra famiglia è stata molto contenta del ricordo affettuoso e sincero che molti ne hanno fatto, in particolare di quello del Presidente  Ciro Riviezzo. 

Suo padre si è  per molto tempo dedicato al mondo del volontariato. Era una dimensione importante della sua vita.

Indubbiamente. Per quarant’anni ha fatto parte dell’UnitalsiI. Ogni estate partecipava, come “barelliere”, al pellegrinaggio che veniva organizzato per andare al Santuario di Lourdes. Questa era per lui una esperienza  molto riservata, come posso dire… troppo intima e, per questo  motivo, credo sia giusto fermarsi qui a parlarne.

Rilevante è stato anche l’apporto culturale che ha dato alla città…

È vero! Voglio ricordare la vicenda significativa del museo della famiglia Pietropaoli, la famiglia di mia madre Annarita. Questo museo, all’epoca dislocato negli scantinati di Palazzo Pietropaoli, consiste in una pregevole raccolta di botanica, entemologia, malacologia e molto altro ancora (risalente alla metà dell’ottocento), realizzata dal canonico e professore Enrico Signorini che, per una lunga parte della sua vita la curò.

Per diretto interessamento di mio padre, il museo fu donato da mia nonna Rosa e dalla sorella Maria Pietropaoli al Museo di Scienze Naturali ed Umane del Convento di San Giuliano. Siamo nel 1984. In quella sede se ne occupò, per molto tempo e con impareggiabile passione, Padre Gabriele Marini. Tutto il materiale esistente, finalmente da lui ordinato e catalogato, fu oggetto poi di una bellissima mostra che ebbe luogo in quel Convento, nel 2005. Devo dire che, ancora oggi, i manoscritti di Signorini - anch’essi donati - che illustravano la fauna e la flora del comprensorio del Gran Sasso di quell’epoca, possono costituire lo spunto per interessanti studi e per pubblicazioni scientifiche di tipo storico.
Mi conceda di aggiungere che spero veramente tanto che il Museo di San Giuliano sia recuperato presto e possa tornare pienamente fruibile da tutti i nostri cittadini e da coloro che vengono a visitare L’Aquila.

Segnalo, ancora, l’apporto che lui ebbe modo di dare per lo sviluppo dello scautismo in città,  riuscendo a trarre spunto da quella che era stata la straordinaria esperienza legata agli scout e agli ex allievi Don Bosco facenti capo al notissimo educatore “Sor” Erminio Iacobacci (che ebbi anche modo di conoscere). Quelle persone che vi avevano preso parte, quando si rivedevano, anche molti anni dopo, sembravano tornare improvvisamente ragazzi, senza malinconie però, memori di avere vissuto la loro gioventù in una dimensione spirituale e culturale unnica, quasi certamente ad altri sconosciuta.

Che ricordo ha di lui in famiglia e, se lo vuol dire, della cerchia dei suoi conoscenti ed amici?

Credo che l’enorme affetto che aveva ricevuto dalla famiglia di origine, lo abbia riproposto tale e quale nella sua. Il padre Eugenio, cui andava molto somigliando progredendo negli anni, la mamma Elena e la sorella Ida erano sempre rimasti per papà punti affettivi di riferimento  imprescindibili. Erano giunti nel ‘43 a L’Aquila (dove vissero sempre nel quartiere della Banca D’Italia) provenienti da Campobasso, città dove lui era nato.

Sul fronte degli amici e conoscenti voglio anche dire qualcosa. Posso infatti affermare di aver conosciuto, attraverso di lui, persone veramente speciali. Ricordo, ma ero piccolissimo, l’impareggiabile persona di Sergio Tentarelli, anch’egli presidente del tribunale della città, come lo fu Domenico Nataloni  che portò sicuramente nei confronti di mio padre una grandissima amicizia.

Qualche volta poi mi torna in mente un incontro casuale che avemmo insieme con il Procuratore Fabrizio Tragnone, un’altra figura che mi ha indubbiamente colpito.
Voglio anche ricordare l’avvocato Amedeo Cervelli e la professoressa Maria Luisa Frasca verso la quale io ho un irrisolvibile debito morale per gli stimoli culturali che ebbe modo di darmi quando ero studente. Poi, altri nomi indimenticabili: Luigi Pizzoferrato, Alberto Segatore, il dottor Liberotti. 

Come lo vuole ricordare da ultimo?

Oltre alla circostanza che mio figlio Antonio porta il suo nome; lui mi piace ricordarlo ritratto su di una grande fotografia che è poggiata sulla scrivania del mio studio. Mi guarda sorridendo, con i suoi immancabili occhiali. Sta in campagna. La natura lì intorno non ispira altro che pace.



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