• Abruzzoweb sponsor

DON RENZO, ''VI SPIEGO L'INFERNO DEL 41 BIS, DOVE CI SI ADEGUA O SI MUORE''

L'AQUILA: IL PRETE DEL CARCERE DURO,
''IO CHE CONSOLO E ABBRACCIO I MAFIOSI''

Pubblicazione: 02 maggio 2013 alle ore 08:09

di

L'AQUILA - Quasi ogni giorno entra in carcere, stringe mani, dà baci, abbracci, una parola di conforto.

Si districa tra mafiosi, camorristi, persone che hanno ucciso bambini, sciolto gente nell'acido senza battere ciglio.

E lui li ama, perché sono “i più disgraziati dei disgraziati”.

È don Renzo, cappellano del 41 bis del carcere dell'Aquila, che da tre anni ha adottato tanti nuovi figli a cui dare amore, a cui dare cioccolato o un sostegno spirituale.

Perché 24 ore in una cella, nel carcere duro, mettono davanti alla scelta più difficile della vita: rassegnazione o morte.

Lui di suicidi ne ha visti, di assassini che, non potendo trovare pace dentro di loro, hanno scelto di impiccarsi o tagliarsi le vene, ma ha visto anche la redenzione, quella di chi ha trovato la misericordia di Dio e che anela ogni giorno il suo arrivo, solo per ricevere una carezza, perché a volte “era il primo abbraccio che ricevevano in vita loro”.

Ma quando la serratura dei cancelli blindati del 41 bis si chiude, quando i detenuti si ribellano e sbattono gli oggetti alle sbarre, quando c'è il test dell'acciaio, allora il rumore ripetitivo e assordate di ferro battuto invade le orecchie, il cervello, le membra del corpo e anche un sacerdote ha paura, e sente la “carcerite” invadere prepotente il suo corpo.

Ogni giorno, però, quelle sbarre si riaprono, e la “carcerite” diventa musica. Fino alla sera successiva.

Cosa fa il cappellano di un carcere?

Sono la guida spirituale dei detenuti e anche di tutti quelli che ne hanno bisogno. Negli ambienti di chiusura non si parla mai espressamente e anche il confronto diventa difficile rimanendo vittime dei pregiudizi e vivendo con una visione distorta della realtà. Il sacerdote rappresenta l'umanità, l'accoglienza gratuita che loro non hanno ricevuto neanche dalla famiglia.

Da quanto tempo lavora nel carcere dell'Aquila?

Ho iniziato tre anni fa, dopo il terremoto.

Come è articolato il penitenziario?

È diviso in sezioni. C'è il regime del carcere duro del 41 bis, dove sono detenuti i partecipanti alla criminalità organizzata come mafia, ndrangheta, camorra e sacra corona unita. Poi ci sono i lavoranti chiamati anche 'comuni', che hanno commesso piccoli furti, rapine, violenza, anche omicidi, ma il loro regime è molto più soft. Sono tutti giovani extracomunitari: su una 20ina ci sono forse cinque italiani.

Loro svolgono i lavori necessari per mandare avanti la struttura, dalla mensa alla cucina, distribuiscono il vitto, tagliano i capelli, gestiscono la lavanderia e fanno le pulizie. Poi vengono portati anche detenuti in attesa di essere ricollocati e infine troviamo i semi liberi che possono uscire solo ed esclusivamente per lavoro. E questi sono tutti extracomunitari.

Secondo lei perché il braccio operante della microcriminalità è costituito principalmente dagli immigrati?

Vengono in Italia pensando di trovare l'America e a causa di necessità economiche e di primo sostentamento si lasciano assoldare per commettere piccoli reati. Così entrano subito in carcere. Sono tutti bravi ragazzi con cui ho stabilito un rapporto bellissimo.

Come si avvicina a loro?

Si deve partire dal presupposto che il carcere non fornisce nulla, nessun indumento, neanche gli slip. Si rimane così come si è pescati a delinquere. Alcuni non possono farsi neanche la doccia perché non hanno il cambio. Io per prima cosa faccio una spesa di grandi quantità di magliette, tute e biancheria intima. Nell'ufficio dove mi appoggio ho armadi dove conservo gli indumenti e quando c'è bisogno glieli do. A volte gli porto anche dolci, libri. Inizio subito un percorso di umanizzazione, cercando di far capire loro il perché di alcune loro azioni, insegnando che la legge della vita è saper controllare le reazione e avere nei confronti di tutti uno sguardo positivo. Con me si instaura subito confidenza, forse se fossi un genitore sarei stato troppo indulgente.

Parliamo del 41 bis, cosa succede a un detenuto quando “approda” al carcere duro?

Quando arrivano hanno problemi di adattamento terribili, su di loro si deve tenere uno sguardo particolare perché covano pensieri autolesionisti e autosoppressivi. In molti si tagliano le vene, o il dorso, anche solo per attirare l'attenzione.

Come può un uomo che ha operato nella malavita organizzata tagliarsi le vene solo per attirare l'attenzione?

Sono tutte persone spietate che, anche se si fa fatica a capirlo, fanno un'esperienza drammatica vivendo la soppressione della libertà. Non è facile stare in una celletta 23 ore su 24, esclusa l'ora d'aria, la maggior parte di loro sono detenuti che si possono dimenticare di tornare in libertà.

Un lettore immagina un mafioso come una persona spietata, che non guarda in faccia nessuno, capace di uccidere a sangue freddo un bambino o una persona cara. Possono provare sensi di colpa?

Sono tutti uomini che diventano spietati fino a non provare più alcun senso di colpa. Dentro di loro non provano emozioni e affermano di compiere determinate azioni come fossero atti dovuti alle loro associazioni che rappresentano lo stato dal quale si sentono protetti e sono remunerati. Lì non si fa fatica a entrare, ma poi non si può tornare indietro e se ne diventa schiavi. Spesso mi trovo a chiedere loro “Cosa avverti quando ammazzi una persona?” e loro mi rispondono “Niente”.

Nel rito di affiliazione gli viene tolta l'empatia, la paura e il senso di colpa e loro nutrono fedeltà assoluta nei confronti della loro associazione. Operano perché il boss lo vuole. E, nonostante tutto, sono anche molto religiosi, ma è una religiosità diabolica. Prima di andare a compiere qualche omicidio o qualche crimine pregano il Signore affinché tutto vada bene. E poi sciolgono esseri umani nell'acido e uccidono bambini con violenza inaudita: si sentono onnipotenti nella loro crudeltà.

Che persone sono?

Trovo persone educatissime e posso dire che non mi sono mai sentito cosi amato in vita mia come da loro. Le loro esperienze sono state parentesi dolorose dell'esistenza, a volte sono passati molti anni dai delitti e non sono più gli stessi, quella è una carcerazione di chi potrebbe essersi emendato.

Allora da dove nasce tanta disumanità?

Nasce da generazioni e generazioni di tradizione mafiosa. In questo carcere ci sono tutti cognomi di famiglie note. Quando li abbraccio capita anche che mi venga detto “è il primo abbraccio che ricevo in vita mia”.

Cosa prova per loro un sacerdote?

Quando li vedo dietro le sbarre scatta un amore profondo perché comprendo che sono gli sventurati degli sventurati. Non è facile portare sul groppone omicidi del genre, è il gesto più autolesionista che possano farsi. Anche se inizialmente bypassano la coscienza, inconsciamente, nella loro zona sacra viene tutto registrato. Infatti, per non perdere la loro autostima, dichiarano di essere innocenti. Poi alcuni, se hanno fiducia in me, mi raccontano quello che hanno fatto. Io come cristiano porto la parola di Dio e tento di ridare loro la speranza per farli ripartire, anche se non usciranno mai di lì. C'è un dato di fatto da accettare: i loro reati e il carcere. Con questo presupposto ci si adegua o ci si suicida.

Cosa fa lei per evitare che si tolgano la vita?

Parlo della misericordia di Dio e che Dio perdona. Do loro i Vangeli, i libri di preghiera, li aiuto a scegliere buone letture. Li guardo uno per uno, negli occhi. Se fanno richiesta di parlare e gli viene concessa mi dedico a loro singolarmente, ma di solito mi prendo mezz'ora per fare l'omelia e diventa l'occasione per dire tutto, loro vorrebbero che durasse all'infinito. Gli si innesca un fenomeno di regressione che io chiamo “passivizzazione”, diventano totalmente dipendenti dalle persone che vivono all'esterno, è un vero e proprio ritorno all'infanzia.

Di cosa ha bisogno il loro spirito?

Hanno fame di verità.

Le è mai capitato di parlare con un innocente dietro le sbarre?

Qualche innocente a volte entra. C'era un giovanotto che apparteneva a una famiglia malavitosa da generazione in generazione e tutti i suoi parenti erano in carcere. La polizia l'ha preso e messo dentro alla prima avvisaglia di “pericolo”. Ma poco dopo l'ha liberato perché era innocente.

Che cos'è che la spaventa del carcere?

La sera. Alle 20 in carcere finisce tutto: si blindano i cancelli, le celle, i corridoi. Si sente questo rumore di serrature che si chiudono ed è agghiacciante. Così come quando protestano. I detenuti prendono tutti gli oggetti che hanno e iniziano a sbatterli alle grate. Fa impressione, il carcere provoca la carcerite: la depressione che molto spesso colpisce anche alcuni agenti penitenziari. Si entra in un altro mondo. Però la mattina i blindati si riaprono, e quel suono che la sera era rumore diventa una musica speciale.

Secondo le quale può essere la cura?

L'amore. È determinante. Loro sono persone che si sono sempre rapportati con violenza e l'amore è lenitivo. I detenuti hanno la devianza più brutta, la violenza e la povertà, e per questo non gli si rapporta nessuno perché sono assassini. Secondo me si dovrebbe attuare il metodo educativo più di quanto si faccia adesso. Dovrebbero essere liberi di lavorare all'interno del carcere, senza avere rapporti con l'esterno ma relazioni mediate.



© RIPRODUZIONE RISERVATA


ALTRE NOTIZIE

 CONTATTA LA REDAZIONE 2003- 2019 Enfasi srl
INFORMAZIONI COMMERCIALI .
Enfasi srl - Quotidiano digitale registrato presso il Tribunale dell'Aquila con decreto n°501 del 2 settembre 2003
Iscrizione al ROC n. 26362 - P.IVA 01812420667
Direttore responsabile Berardo Santilli

La redazione può essere contattata al


Politica d'uso dei Cookies su AbruzzoWeb

Alcune foto potrebbero essere prese dal Web e ritenute di dominio pubblico; i proprietari contrari alla pubblicazione potranno segnalarcelo contattando la redazione.
Powered by Digital Communication  -  Developed by MA-NO
 
X

Questo sito utilizza dei cookie per monitorare e personalizzare l'esperienza di navigazione degli utenti. Continuando a navigare si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito.
Per avere più informazioni o modificare le impostazioni sui cookie clicca qui