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INTERVISTA A TITOLARE RISTORANTE 'WOKI WOKI': 'QUI NON E' FACILE INSERIRSI'

L'AQUILA CON GLI OCCHI A MANDORLA
JIAN HU, ''INTEGRAZIONE E' LA VIA GIUSTA''

Pubblicazione: 13 maggio 2013 alle ore 08:08

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L'AQUILA - Il loro sangue scorre più lentamente rispetto al nostro e questo li rende più calmi, riflessivi, poco calorosi rispetto agli italiani, molto più veraci, sanguigni e passionali.

Sarà anche per questa differenza biologica che la comunità cinese dell’Aquila, che conta circa 140 elementi provenienti in gran parte dalla regione dello Zhejiang, vive silenziosamente e distaccata dal resto dei cittadini del capoluogo.

Difficile avvistarli in giro: dedicano la loro vita al lavoro per poter mandare soldi a casa, all’altro capo del mondo.

"Ho studiato questa differenza tra cinesi e italiani - dice Jian Hu, 34 anni, titolare del ristorante Woki Woki - ed è vero che il nostro cuore pompa più lentamente il sangue al cervello. Gli italiani sono più passionali, prendono subito fuoco, sono più impulsivi. A noi non succede questo, teniamo le emozioni dentro e ci innamoriamo più difficilmente: siamo come dei diesel, ci accendiamo lentamente, ma duriamo di più".

Una comunità schiva e silenziosa che difficilmente si mescola a quella aquilana, un po’ perché "imparare la lingua è molto difficile", spiega Jian, un po’ perché “i cinesi sono dediti al lavoro e molto poco al divertimento”.

Jian vive in Italia da oltre 12 anni. Prima a Sanremo per lavoro, poi a Milano per 8 anni e infine nel capoluogo abruzzese, dove ha aperto un  ristorante e trovato l’amore, aquilano. È la referente della comunità cinese a L’Aquila e dà una mano ai nuovi arrivati, in particolar modo agli studenti, per ambientarsi, capire la lingua e cercare casa.

"Negli ultimi anni sono arrivati circa 40 studenti cinesi - spiega - la maggior parte frequenta la facoltà di Ingegneria. Il mio ristorante è il punto di riferimento per loro, vengono spesso per chiedere aiuto per cercare un appartamento, per avere consigli e dritte su come districarsi con la lingua, le abitudini e gli usi di un paese per loro completamente nuovo".

La loro vita in Cina ha ritmi molto diversi da quelli occidentali, molto più calma e rilassata, scandita con precisione svizzera in ogni momento, dal lavoro al rientro a casa, dalla cena fuori quasi ogni sera, al rito rilassante e imprescindibile del lavaggio dei piedi serale, con oli essenziali e massaggi.

In Italia si corre troppo? Come vi adattate a una vita con ritmi così diversi?

Quando torniamo in Cina in vacanza ci rilassiamo molto. Si vede anche dal viso, siamo più sereni, qui si corre molto e siamo sicuramente più stressati, ma ci abituiamo ai ritmi.

Perché i cinesi fanno così fatica a inserirsi rispetto ad altre etnie?


Al di là delle culture totalmente opposte, ognuno di noi sente molto il senso di responsabilità e della famiglia. La nostra vita è casa- lavoro-casa. Questo ci consente di inviare ogni mese un bonifico alle famiglie, anche per questo ci integriamo poco, perché non usciamo quasi mai. Ai miei dipendenti, per lo più  giovani, dico spesso di uscire, ma non lo fanno volentieri. Escono con me anche per fare la spesa. Ci muoviamo in gruppo di solito, come una colonia. Siamo molto uniti. In generale, è difficile che si creino occasioni, i cinesi sono molto chiusi.

In molti pensano che non abbiate interesse a inserirvi, è così?

Proveniamo tutti dalla stessa regione, lo Zhe Jiang, come fosse l’Abruzzo, quindi si crea una cultura tra corregionali che inevitabilmente si chiude all’altro. Questo però succede soprattutto nei piccoli centri come L’Aquila, dove la gente tende a mettere distanze. Nelle grandi città, sembrerà un paradosso, è più facile inserirsi perché c'è meno diffidenza.

Come ti trovi all’Aquila?


Mi trovo benissimo qui e ho anche trovato l’amore. Il ristorante va bene, anche se come tutte le attività, risente della crisi e il lavoro dal 2010 al 2012 è sceso un po’, ma il 2013 è iniziato meglio dell’anno passato.

Vi piacerebbe avere un luogo di culto dove potervi riunire per pregare?

Certo! Nelle grandi città, come Milano, ad esempio, esistono chiese cinesi. Il luogo di culto, comunque non è indispensabile, perché se  si vuole pregare lo si può fare ovunque. In Cina, al mattino, andiamo in chiesa a pregare Buddha, ma lo facciamo anche a lavoro. Le statuine sono ovunque.

Negli ultimi anni i cinesi stanno invadendo il mercato italiano, ma sono restii a dare lavoro agli italiani. Perché?

In generale è così, ma ci sono anche le eccezioni. Nel mio ristorante, per esempio. ho assunto dipendenti italiani, ma anche rumeni e filippini. I cinesi assumono altri cinesi in un'ottica di fiducia, solitamente. Un italiano preferisce prendere un italiano, e così anche i cinesi. Non c’è fiducia tra culture, ma ci si può incontrare. Ci vuole molto tempo. 

Comprate solo in negozi cinesi o anche in quelli italiani?

I cinesi vanno spesso nei bazar gestiti da connazionali, non perché non vogliano far girare l’economia italiana, ma semplicemente perché si spende meno.

Quali sono le maggiori differenze che noti tra occidentali e orientali?

Gli italiani sono più calorosi, ti abbracciano per salutarti e ti baciano. Noi cinesi siamo più freddi, più diffidenti e non ci comportiamo in questo modo. Gli italiani sono anche più libertini e tradiscono anche di più. Noi, invece, siamo fedeli. Se finisce il sentimento i cinesi non abbandonano la famiglia, hanno un forte senso del dovere, anche se non c’è più sentimento.

Ci si può sposare senza amore anche in Cina?

Anni fa succedeva questo, oggi non più. Ci si sposa per amore, ma per mandare avanti un matrimonio,spesso ci si sacrifica. 

Ci descrive una tipica giornata di lavoro di una persona cinese?

Ci alziamo e andiamo a lavoro come tutti. Il pranzo è una cosa abbastanza veloce, e alle 17 tutti  a casa a riposare. Si va quasi tutte le sere a cena fuori, ma noi non abbiamo la cultura della cena lunghissima come gli italiani, che restano ore al ristorante il sabato sera. È il lavaggio piedi il momento più bello della giornata, un’ora di relax in un centro benessere, con acqua calda ed essenze curative. A soli tre euro ci si rilassa. È un po’ come la pausa caffè in Italia. 

Sei mai stata vittima di razzismo?

Mai. Né all’Aquila, né a Milano, dove ho vissuto per 8 anni. È la mancanza di conoscenza che crea la paura del diverso, non è la cattiveria umana. Se ci si conosce, questa mancanza si colma e la convivenza diventa più serena.

 



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