INTERVISTA A PINO GALLI, IL ''DURO'' DEI LOCALI AQUILANI

Il corso preso d'assalto dai giovani (foto Luca Cardarelli)
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di Vincenzo Calvisi

L’AQUILA - Pino Galli, 46 anni, titolare della ditta Pigal, società che opera nel settore dell’organizzazione eventi e della sicurezza.

Da tutti conosciuto come “il duro” della porta dei locali dell’Aquila, certamente il più noto dei “buttafuori” della città, fisico palestrato.

Appena ci si siede per intervistarlo, la solita stretta energica con la mano, bicipiti muscolosi con tatuaggi “politicamente scorretti”, che vanno dalla croce celtica a Mussolini.

Ci vuole un fisico bestiale per il vostro lavoro, come cantava Luca Carboni.

Non solo il fisico, ma la testa. Il nostro lavoro ha come obiettivo ultimo quello di contribuire a far star bene e al sicuro la gente. La sicurezza è presupposto per la qualità.

Da quel punto di vista c’era una città salotto prima del sisma, poi...

L’Aquila era arrivata a livelli altissimi per la sua movida, dall’apertivo al mitico giovedì universitario, secondo me almeno 20 mila universitari che frequentavano i locali del centro. In Italia poche città di provincia hanno raggiunto questo livello. Oggi purtroppo la qualità è peggiorata, colpa anche del miscuglio di persone che c’è stato dopo il terremoto. I giovani aquilani e universitari si trovano di fronte la tipologia diverse dell’operaio extracomunitario. Anche gli universitari sono cambiati: oggi chi proviene dalle famiglie “bene” non sceglie più L’Aquila.

Che tipo di movida c’è ora in città?

Via della Croce rossa è stato il primo scenario che si è riproposto dopo il sisma, una scelta di necessità. Man mano si sono sviluppate le realtà periferiche e per ultimo sta tornando il centro storico, dove si rivede il clima da giovedì universitario.

Come è andato il capodanno nei locali aquilani?

Ho visto meno gente in giro, colpa sì della crisi generalizzata, ma credo soprattutto a causa della mancanza di locali adatti. I giovani sono disposti a spendere 150 euro per la serata dell’ultimo dell’anno, e molti lo hanno fatto fuori, specie nelle discoteche abruzzesi e soprattutto le marchigiane di Cupra, Porto Recanati, Ancona, San Benedetto: offrivano pacchetti completi di cenone, disco navetta e albergo: una formula molto competitiva.

A proposito di discoteche, all’Aquila mancano da prima del terremoto...

C’è quella che potremmo definire la “maledizione del Greta Garbo”, che fu l’ultimo tentativo di riapertura di un locale, come noto impedito dai vari ricorsi al giudice. Non avere una discoteca è un problema: dopo aver frequentato i locali, la gente si avventura in macchina per andare fuori, o peggio nei night club. E il rischio aumenta, in tutti i sensi.

Per correre ai ripari, il sindaco, Massimo Cialente, ha decretato la chiusura dei locali a mezzanotte, eccezion fatta per i giorni di giovedì e sabato dove la chiusura sarà all’una.

È un provvedimento, a mio avviso, che fa più male che bene: danni sia al commercio, che vede ridotte le sue entrate, sia sotto il profilo sociale: dopo mezzanotte, dopo le “tazze”, i giovani non vanno certo a casa come Cenerentola; molti si avventurano con la macchina fuori città, con il rischio incidenti che aumenta esponenzialmente per sé e per gli altri. Il consumo di alcol in città è infatti aumentato, e non è un bel dato questo.

Era necessario secondo lei questo provvedimento?

No, almeno non in questa forma così drastica. Occorre rivedere l’ordinanza, tenendo certo conto delle esigenze generalizzate. Ma il popolo della notte esiste, non possiamo fingere di non vederlo, o di confonderlo con il cittadino medio che la sera sta a casa davanti al televisore. La sicurezza non aumenta di certo, anche perché i gestori non chiamano quelli che fanno il mio lavoro solo per due ore, cioè dalle 22 a chiusura delle 24. Alcuni gestori erano favorevoli persino alle ronde private.

Ronde come quelle proposte dalla Lega Nord?

No, un’idea più semplice: si tratta di organizzare un servizio d’ordine, pagato dai gestori dei locali, che garantisca una presenza degli operatori di sicurezza in centro storico almeno nel giovedì universitario: il corso sta diventando invivibile dopo la chiusura dei locali, nei vicoli disabitati ci si avventura per fare bisogni e si lasciano bicchieri e bottiglie, con disagio per tutti. E con il rischio di avventurarsi nella “zona rossa” senza alcun controllo. E ora le cose rischiano di peggiorare.

Siamo in conclusione, facciamo un appello. Di cosa c’è bisogno?

Salvare la movida universitaria, tutelare la qualità, cambiare l’ordinanza di chiusura a mezzanotte: dobbiamo tornare ad avere a modello i locali che c’erano, con la gente che c’era, che non veniva selezionata a caso. Ricordiamoci cosa si erano inventati in questa città alcuni imprenditori del divertimento, come i fratelli Tony e Marco Di Sabbato, oppure il mitico dj Enrico Di Paolo, “il Guru”. Il popolo della notte fa bene al sistema socio economico: una volta mi candidai come consigliere comunale e scelsi come motto “Cchiù Pino pe’ tutti” (quasi come il Cetto La Qualunque di Antonio Albanese, ndr). Oggi, invece, vorrei in città “Più Pil (Prodotto interno lordo, ndr) pe’ tutti”!



08 Gennaio 2012 - 10:30 - © RIPRODUZIONE RISERVATA

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