IL PUNTO. LA RICOSTRUZIONE
DELLE CASE E' COMINCIATA,
QUELLA DELLA GENTE MANCA

Pubblicazione: 04 aprile 2014 alle ore 22:05

L’AQUILA - Cinque anni dal terremoto dell’Aquila sono una cifra tonda. Un periodo di tempo ancora molto breve, le ferite del 6 aprile 2009 sono sempre molto vive in chi l’ha vissuto e in chi l’ha mancato, eppure sufficientemente lungo per cominciare a tracciare un bilancio a medio termine della tragedia e, soprattutto, degli effetti, che AbruzzoWeb prova a sviscerare nel suo speciale.

I tempi dell’emergenza sembrano lontani, perfino per quelli a cui la scossa ha inciso un solco profondo. I dettagli che la mente vuole dimenticare si fanno un po’ meno vividi, i racconti sono sempre toccanti ma appena più ovattati, restano un grande dolore, quello sì, immutabile, e una grande commozione.

La ricostruzione pesante è partita, c’è un po’ di emozione e qualche dubbio a scriverlo, ma alla quinta ricorrenza pare essere un annuncio accettabile. Certo, non sarà d’accordo chi è ancora destinato a passare anni e anni dentro un alloggio provvisorio, indipendentemente che l’abbia tirato su il governo o lui stesso.

Ma la comparsa dei primi cantieri in centro storico e, ancor più, anche la riscoperta di alcune facciate tirate a lucido per palazzi in cui le opere sono addirittura finite, hanno avuto il merito di riscaldare il cuore di tanti aquilani, hanno dato a qualcuno perfino la forza di sperare e dire ma sì, un barlume di speranza forse c’è.

Resta il grande problema dei fondi. All’algida assenza del governo Letta si sono sostituiti i sorrisi e le promesse del governo Renzi. Con qualche fattarello concreto a seguire. La visita di due ministri in un mese e mezzo, alcuni impegni precisi, la conferma di un funzionario pubblico che chiedevano gli amministratori locali.

La guerra dei quattrini si giocherà in Europa: il sindaco dell’Aquila ne è ben conscio, il tema comincia a essere masticato anche dalla gente comune, se non si riesce a finanziare la ricostruzione spazzando via i vincoli europei e indebitando la finanza pubblica ci sarà ben poco da spendere in cassa.

Ma al grande tema dei fondi e della ricostruzione edilizia finalmente partita, in questo quinto anniversario, ne va affiancato uno ancora più grande: il fallimento totale e pericoloso della ricostruzione economica e, strettamente collegata, di quella sociale.

Le case piano piano tornano su, torneranno su, magari non gli ultimi cantoni della frazione più sperduta, ma bene o male torneranno su. Quelli che non torneranno, non se rimangono gli standard di vita attuali, sono i cittadini. I giovani soprattutto, migliaia sono già andati via, ma se non loro figuriamoci gli aquilani più grandi, che sono fuori.

Una città fantasma, hanno scritto cronisti nazionali frettolosi e un tantino superficiali, ansiosi di capire in poche ore una realtà che necessiterà di anni per essere compresa e raccontata, e sarebbe bene che gli storici si mettessero già all’opera. Non è così.

Non è una città fantasma, L’Aquila. Ma è una città in ginocchio, ancora incapace di rialzarsi. I cantieri in centro sono aperti, gli operai sono al lavoro. Ma non ci sono segnali di risveglio produttivo, quei pochi negozi coraggiosi si arrangiano. E arrancano.

Gli uffici pubblici, in fondo per 60 anni il vero motore economico del capoluogo di Regione, sono ancora troppo pochi, per di più in una fase storica in cui l’impiego statale è miseramente al tramonto.

Più che i soldi della ricostruzione, è quello economico e sociale il vero allarme di questo quinto anno. L’Aquila torna in piedi ma può cadere di nuovo. Qualcuno la tenga in piedi. (alb.or.)

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