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IL PALLONE RACCONTA: ''HO GIOCATO CON CAPELLO''
CIACCHI, ''ERO BRAVO, MA SCELSI UN LAVORO CERTO''

Pubblicazione: 23 gennaio 2013 alle ore 08:01

Sergio Ciacchi
di

L'AQUILA - A un passo dalla serie A, ha accarezzato il sogno di una carriera ad alti livelli, finita prima di cominciare.

È la storia di Sergio Ciacchi, ex calciatore aquilano originario di Goriano Sicoli, giovane promessa della Spal degli anni ’60, che ha avuto l’onore di giocare al fianco di mostri sacri del calcio come Fabio Capello, Osvaldo Bagnoli ed Edoardo Reja.

“I miei genitori volevano per me la sicurezza di un lavoro statale, così decisero di iscrivermi a un concorso indetto dalle Ferrovie dello Stato - racconta ad AbruzzoWeb - Lo feci per gioco perché il mio sogno era quello di giocare a calcio. Lo vinsi e dovetti partire, lasciando tutto. Negli anni ’60, come oggi, rifiutare un posto statale era da folli”. 

“Rifiutai anche l’Inter, quella di Angelo Moratti, per andare a Ferrara, ma poi non riuscii ad impormi ai miei genitori - prosegue Ciacchi - così abbandonai il sogno della serie A e, dopo un anno alla primavera della Spal e uno al Manduria di Taranto, andai a fare il capotreno a Bologna”.

Comunque, un privilegio non da tutti allenarsi al fianco di Capello.

Giocavo con la Primavera che si allenava con la prima squadra ogni mercoledì. Capello aveva due anni in più di me, ma era già il campione che poi si è rivelato. Mi sono allenato spesso con lui e ho disputato al suo fianco anche qualche amichevole. Mangiavamo spesso insieme, a pranzo, anche se lui frequentava ristoranti costosi rispetto a noi ragazzini, perché guadagnava molto di più. 

Che tipo era da ragazzo?

Aveva un carattere deciso, già a 20 anni. Sembrava burbero, esattamente come adesso, ma era anche divertente fuori dal campo. Dentro il rettangolo di gioco, però, era un vero leader. Era chiaro fin da allora che sarebbe diventato il numero uno. In campo dava direttive come se fosse un allenatore, aveva un carattere forte e spesso, quando ci capitava di sbagliare, ci rimproverava. Io provenivo da una squadra di dilettanti e fui scaraventato in un club di serie A. Avevo tutto da imparare da uno come lui. Era molto serio, nonostante l’età, mentre gli altri spesso dimostravano l’’esuberanza giovanile. Capello era sempre molto posato e all'epoca era fondamentale: allora eravamo molto controllati dalla società. Dal mercoledì alla domenica non potevamo neppure uscire con la macchina. Ferrara negli anni ’60 era una città moderna e le donne erano molto evolute rispetto a dove vivevo io. 

Avrebbe mai pensato che Capello sarebbe diventato uno tra i più titolati allenatori al mondo?

Certo, senza dubbio. Era uno che sapeva il fatto suo. Fin da allora aveva tutta la stampa addosso, ma sapeva perfettamente come dosare i rapporti con i giornalisti. A vent’anni era già pienamente consapevole di come funzionasse il mondo del calcio e tutto il contorno. Seppe giocare molto bene le sue carte. La Spal fu un  volano per lui che poi  fu venduto alla Roma per 200 milioni delle vecchie lire. Una gran cifra per allora.

Una carriera, la sua, stroncata invece sul nascere. Ha qualche rimpianto?
 
Sì, quello non di non aver avuto carattere per dire no ai miei genitori. Avrei potuto fare grandi cose, tecnicamente ero davvero molto bravo, non avevo nulla da invidiare ai calciatori di serie A di oggi. Sono nato a Goriano Sicoli ed ero un ragazzo di provincia, cresciuto in una squadra di Sulmona, l’Aurora, ma il calcio ce l’avevo nel sangue.

Un salto repentino, dall’Aurora alla serie A: il sogno di tutti i ragazzini italiani.
 
Feci un provino all’Inter, nel giugno del ’66, e andò bene, tant'è vero che mi dissero di tornare a fine estate. A settembre, mentre stavo andando a Milano, accompagnato dai miei genitori, ci fermammo a Cesenatico a trovare un amico che mi propose il provino alla Spal. Mi presero subito, e restai una settimana in prova. Scelsi Ferrara e dissi definitivamente addio all’Inter di Moratti. La Spal militava in serie A, era la squadra del presidente Paolo Mazza, uno squadrone.  Mio padre fece mettere una clausola nel contratto, però, secondo la quale mi sarei svincolato se non fossi andato bene a scuola. Andò male e papà mi ritirò dalla squadra. C’era però un osservatore che non voleva rassegnarsi all'idea che io mollassi e allora trovammo un compromesso. Mi mandarono per un anno al Manduria, formazione che militava in quarta serie, per farmi fare le ossa prima di ritornare alla Spal.  La nuova società mi promise la tanto agognata promozione a scuola, ma solo se avessi firmato anche per l’anno seguente. Ma a me non piaceva scendere a patti: il giorno prima della maturità scientifica, regalo della società, non firmai per l’anno seguente. Fui bocciato, ovviamente. Nel frattempo, vinsi il concorso alle Ferrovie dello Stato, torna a Sulmona, presi il diploma a e partii definitivamente per Bologna a lavorare come capo treno.

Farebbe ancora il calciatore di questi tempi?

Certamente. E senza dubbio avrei fatto quel salto che mi è mancato. È una passione che porto dentro dalla nascita. Mi svegliavo col pallone e ci andavo anche a dormire. Ero un trequartista d’attacco. Passavo ore intere a inventare finte, ad affinare tecniche: ero un autodidatta del pallone. Per questo tralasciai la scuola e i miei genitori fecero i salti mortali per farmi diplomare.

Il calcio di oggi cosa ha perso o guadagnato rispetto al calcio di ieri?

Il calcio dei miei tempi era molto più tecnico, ci si allenava sui fondamentali. Allora già in serie C i livelli erano molto alti. A me piaceva giocare molto veloce, mantenendo però la tecnica. È molto difficile, ma se ti riesce sei un campione. Il calcio di oggi non mi piace per niente, è molto fisico, ci si allena in palestra. Gli allenamenti di oggi ti preparano a prendere colpi e a darne per i troppi falli subiti e ricevuti. Non ci si concentra più sul pallone, né sulla tecnica. Non guardo mai il calcio italiano, i giocatori entrano sulle gambe, non sulla palla e così facendo si perde di spettacolarità. Mi piace molto, invece, la Premier League inglese. Quello sì che è calcio. Il pallone è sempre in gioco, è un calcio veloce, non statico come quello italiano. Spero che si possa ritornare a un calcio più tecnico e bello da vedere, un giorno.

La sua strada non si è mai incrociata con quella dell’Aquila Calcio?

Certo. Feci un provino nel ’66 e andò bene. Era la squadra allenata da Arnaldo Leonzio, quella  in cui giocava Adriano Grigoletti. Mi presero, ma poi mollai tutto perché mi trasferii a Ferrara per giocare con la Spal.

Ha mai allenato qualche squadra?

No, mai. Ho smesso di praticare il calcio, anche a livello amatoriale, quando ho visto che non riuscivo più a stare dietro alla palla. Giocai nel ’77 un campionato con il Goriano Sicoli, ma lo feci solo perché quando mi allenavo fumavo di meno.

Tra i suoi rimpianti c’è soprattutto quel no all’Inter?

Beh, ormai è tardi per avere rimpianti. Però ripenso spesso a quando, una volta, ci giocai contro. Era un’amichevole ad Appiano Gentile del campionato De Martino (una sorta di torneo per squadre 'B' organizzato negli anni Sessanta, ndr). Perdemmo 3-1, ma ne conservo un bel ricordo.



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