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VERSO IL CONCLAVE. QUELLA VISITA A L'AQUILA, ''DISSE, RICOSTRUZIONE SOLIDA''

IL NUNZIO ANTONINI, ''UNA FASE INEDITA''
LE ANALOGIE TRA BENEDETTO E CELESTINO

Pubblicazione: 03 marzo 2013 alle ore 10:02

Monsignor Orlando Antonini
di

L'AQUILA - "Un abbandono inaspettato, ma ciò che più colpisce di Benedetto XVI in questa eccezionale contingenza sono la serenità e determinatezza con cui ha comunicato al mondo la sua decisione e che ha continuato a far trasparire in questi ultimi giorni del suo papato: segno di una tranquillità interiore che può derivare solo dalla coscienza certa di stare nella volontà di Dio".

A un paio di giorni dall'addio del papa, AbruzzoWeb, dopo il cardinale Francesco Coccopalmerio, raccoglie le impressioni di un altro autorevole prelato di origini abruzzesi: si tratta di monsignor Orlando Antonini, nunzio apostolico in Serbia, in pratica un ambasciatore del Vaticano, nato a Villa Sant'Angelo (L'Aquila) nel 1944, con alle spalle una lunga carriera diplomatica a servizio della Santa Sede in giro per il mondo, autore di vari libri, saggi e articoli sull'architettura religiosa abruzzese.

Nella decisione di papa Ratzinger, monsignor Antonini vede "analogie impressionanti" con il "rifiuto di Celestino V", il successore di Pietro incoronato nel 1294 nella basilica di Collemaggio, circostanza che lo induce a sperare "vivamente" che "l'esperienza fatta con Benedetto XVI aiuti a comprendere meglio la rinuncia fatta da Celestino. Purtroppo in ciò egli fu sfortunato e frainteso, più volte lo sono stati anche i suoi aquilani, dopo il terremoto del 2009".

E proprio in merito alla ricostruzione, al centro di diversi studi e pubblicazioni del nunzio, ricorda la visita di Joseph Ratzinger nei territori martoriati dal sisma e lo "guardo penetrante, con commosse parole di solidarietà, condivisione del dolore e incoraggiamento" che gli rivolse. "Ciò che mi colpì fu poi l'appello lanciato alla fine della sua visita, presso la Guardia di finanza, per una ricostruzione rapida e 'solida' della città", racconta ancora monsignor Antonini.

Un monito, affinché si comprenda appieno "l'occasione offerta dal sisma per ricostruire, sì, L'Aquila, ma correggendo le deturpazioni architettoniche ed urbanistiche che nei decenni l'hanno sfigurata in più punti: una ricostruzione migliorativa all'insegna della bellezza", senza essere intrappolati nell'assioma del "dov'era e com'era".

Per Antonini, infatti, l'auspicio è "che per noi si sia ancora in tempo a cambiare rotta, anche esigendo l'adeguamento legislativo all'esperienza maturata in questi quattro anni. Che i nostri posteri non accusino di insipienza e balordaggine la nostra generazione per non aver saputo profittare per ricostruire una città più bella", conclude.

Quella di Benedetto XVI è stata una decisione storica: se l'aspettava?

No, assolutamente, sebbene la possibilità della rinuncia al papato sia prevista dalla legislazione ecclesiale. Guarda caso, la norma fu inserita esplicitamente nei canoni per 'legalizzare' la rinuncia del nostro Celestino V nel 1294, al fine cioè di evitare ogni possibile dubbio giuridico al riguardo. Come giustamente ha segnalato padre Federico Lombardi alcuni giorni fa in Sala stampa vaticana, per sé l'ultima formale rinuncia al papato fu quella di Gregorio XII nel 1415.

In quel caso il papa romano accettò di farsi da parte non per ragioni di età e diminuite forze fisiche come Benedetto XVI (e in fondo anche per Celestino V), ma per porre fine allo scisma di Occidente: permettere cioè di far eleggere un nuovo unico papa per le tre 'obbedienze' in cui per ragioni politiche la Chiesa si era ritrovata divisa.

La rinuncia di Benedetto XVI ha suscitato scalpore perché dal citato 1415 per ben 6 secoli non si erano più verificati casi del genere. Non solo non me l'aspettavo, ripeto, nonostante notassi il papa sempre più affaticato, ma mi rammarica profondamente. La sua personalità limpida, mite, dolce, umile e ciononostante autorevole, dalle grandi doti intellettuali e spirituali, una visione teologica profonda fertilizzata direttamente sulla Parola di Dio, un'esposizione dei temi mai impositiva ma propositiva, e sempre dall'argomentazione del tutto 'ragionevole' e convincente anche nei nodi dottrinali e morali più difficili, ci mancherà enormemente.

Ciò che più colpisce di lui in questa eccezionale contingenza sono la serenità e determinatezza con cui ha comunicato al mondo la sua decisione e che ha continuato a far trasparire in questi ultimi giorni del suo papato: segno di una tranquillità interiore che può derivare solo dalla coscienza certa di stare nella volontà di Dio. La maggiore difficoltà da lui sperimentata nel giungere a prendere la fatidica decisione credo sia stata appunto quella di discernere quale fosse tale volontà su di lui in questa specifica situazione. Da una parte, c'era certezza oggettiva che era stato Dio a volerlo papa, egli infatti non l'aveva minimamente cercato. Adesso, per esser certo di non star venendo meno a tale volontà, gli era necessario un segno contrario ma altrettanto oggettivo. La diminuzione delle sue forze fisiche e mentali lo era sufficientemente? Qui, sul piano soggettivo, l'individuo può anche ingannarsi, anche con molta preghiera. Ritirarsi non significava forse mancanza di coraggio e di fede? Dilemma drammatico per un vero uomo di Chiesa.

Credo dunque che il discernimento non l'abbia effettuato a solo, ma ad esempio col suo confessore o direttore spirituale. Solo questi, valutate tutte le circostanze oggettive e soggettive manifestategli dal papa, ha potuto assicurarlo che la sua rinuncia non era contro il piano di Dio. Di qui la sua serena determinatezza, la fiducia assoluta di fare il bene della Chiesa.  

Come viene percepita questa figura inconsueta di 'ex Papa'?

Si tratta di una situazione assolutamente inedita per la nostra generazione, e tutta da sperimentare. Nella Chiesa, sia occidentale che orientale, si era assuefatti alla prassi secondo cui i Pastori a tutti i livelli, parroco, vescovo, papa/patriarca, restano in carica fino alla morte. Questo non perché, come qualcuno ritiene, la Chiesa abbia assunto dalla comunità politica la prassi dinastica reale, ma perché privilegia il simbolismo sacro della Chiesa quale sposa di Cristo, quindi quale famiglia di Dio, i più anziani tra noi ricordano bene l'arcivescovo Carlo Confalonieri che chiamava 'Sposa' la Chiesa Aquilana.

In questa ottica il Pastore è un padre di famiglia, e come tale lo è naturalmente fino alla morte, sicché, se si ammala o invecchia, od anche perde il senno, non lo fai dimettere, te lo tieni e lo curi fino alla fine. Poi con l'aumentare del numero dei fedeli e la conseguente progressiva complessità organizzativa della comunità divenuta di dimensioni mondiali, l'immagine di Chiesa come famiglia viene integrata all'altra, sempre sacra, di Chiesa come popolo e come corpo, corpo dal cui capo, Cristo, "riceve sostentamento e coesione per mezzo di giunture e legamenti" (leggi Colossesi 2,19): in tal caso se il Pastore/capo è impedito da debolezza fisica ad esercitare adeguatamente il suo ruolo, per il bene dell'intero corpo conviene venga sostituito con altro più giovane e in forze. Certo, più in là, se la rinuncia divenisse una prassi, si dovrà trovare un modo per gestire al meglio il dato di fatto della figura di 'ex Papa', il Papa emerito.

Nel passato non fu facile. Bonifacio VIII, io prendo con le molle la letteratura che lo demonizza sistematicamente, si trovò nella difficile situazione di confinare Celestino V nel castello di Fumone: al fine di evitare fosse utilizzato quale anti-papa dagli oppositori politici e dagli eretici. Oggi evidentemente non siamo a quel punto! La spiritualmente saggia scelta di Benedetto XVI, di farsi praticamente monaco in Vaticano, eviterà possibili problemi.

Quali le analogie con papa Celestino V?

Mi sembrano impressionanti. Alle ragioni della rinuncia in quello scorcio di secolo XIII Celestino V aggiunse la 'cattiveri del mondo', ossia i risvolti politici per lui insopportabili che il suo essere 'papa-re' comportava. Per il resto, possiamo dire di trovarci in situazione molto analoga a quella di Benedetto XVI: età avanzata e 'infermità', mancanza di forze fisiche. Credo dunque, e spero vivamente, che l'esperienza fatta con Benedetto XVI aiuti a comprendere meglio la rinuncia fatta da Celestino. Purtroppo in ciò egli fu sfortunato e frainteso, più volte lo sono stati anche i suoi Aquilani, dopo il terremoto del 2009...

Il riferimento di Dante Alighieri al 'gran rifiuto per viltade', da parte di un 'colui' che non è affatto certo fosse Celestino V, presso molti pubblicisti rimane una leggenda che pare non basti a sfatare né la contemporanea testimonianza in contrario del Petrarca, né nel 1966 il papa Paolo VI che a Fumone tessé le lodi di Celestino, né nel 1996 il cardinale Angelo Sodano nel libro sul Papa Eremita curato da Bruno Vespa, né nel 2010 lo stesso Benedetto XVI il quale, in visita a Sulmona e quasi presentendo il suo caso, lo dichiarò un 'coraggioso', in evidente contrapposizione alla taccia di 'viltà' appioppatagli nei secoli e dura a morire.

Rivoluzionario e 'umile di Jahweh' potremmo dire anche Celestino come papa Benedetto, totalmente abbandonato nelle mani di Dio, per essersi fatto da parte per il bene della Chiesa e non suo. Celestino, in ciò, avrebbe precorso i tempi determinando per primo, nella storia, la giustificazione canonica della rinuncia al papato.

Lei ha accompagnato Benedetto XVI durante la sua visita ai territori martoriati dal sisma del 2009, che ricordi ha? Cosa le disse?

Data la circostanza, si trattò piuttosto di una stretta forte di mano e di uno sguardo penetrante, con commosse parole di solidarietà, condivisione del dolore e incoraggiamento. Il papa era stato infatti informato che il mio paese, Villa Sant'Angelo, era stato semidistrutto quasi come Onna, e che ben otto di miei parenti stretti erano periti sotto le macerie. Ciò che mi colpì fu poi l'appello lanciato alla fine della sua visita, presso la Guardia di finanza, per una ricostruzione rapida e 'solida' della città.

Me ne sentii confortato nelle mie note ripetute istanze a favore appunto di una ricostruzione migliorativa, non sulla formula del "dov'era e com'era". A rigore il papa si riferiva ad una ricostruzione migliorativa dal punto di vista strutturale e costruttivo, la solidità delle nuove costruzioni, con quindi l'adozione di sistemi anti-sismici. Ma ovviamente nel caso nostro specifico il riferimento poteva estendersi al miglioramento ricostruttivo delle forme edilizie ed architettoniche.

Ossia che non era da lasciar passare l'occasione offerta dal sisma per ricostruire, sì, L'Aquila, ma correggendo le deturpazioni architettoniche ed urbanistiche che nei decenni l'hanno sfigurata in più punti. Una ricostruzione migliorativa all'insegna della bellezza, dunque, in vista sia della migliore qualità di vita dei cittadini sia anche della maggiore attrattività turistica della città, conditio sine qua non, quest'ultima, della ripresa economica dell'intero territorio, che anche secondo il noto studio dell'Ocse riposa sulla valorizzazione delle straordinarie bellezze e potenzialità naturalistiche, culturali ed architettonico-artistiche dell'Abruzzo sia montano sia marino.

Purtroppo la legislazione emanata dopo il sisma difetta di visione strategica e sceglie la via più comoda della formula del "dov'era e com'era", comprensibilmente per dare strumenti immediati ai cittadini per consentire il loro rapido ritorno nelle abitazioni e per evitare possibili speculazioni edilizie ma, di fatto, dando ben scarso spazio ad interventi di riqualificazione urbanistica, di correzione di forme negli edifici deturpati e di recupero di strutture antiche in essi occultate. Segnalo un Convegno post-sisma, dal significativo tema "Dov'era ma non com'era", che guarda caso anche addetti ai lavori emiliano-romagnoli stanno svolgendo a Ferrara.

Spero vivamente che per noi si sia ancora in tempo a cambiare rotta, anche esigendo l'adeguamento legislativo all'esperienza maturata in questi quattro anni. Che i nostri posteri non accusino di insipienza e balordaggine la nostra generazione per non aver saputo profittare per ricostruire una città più bella! Un grazie specialissimo a papa Benedetto XVI, per averci dato, oltre a tutti gli altri meriti, materia di fare anche la riflessione qui sopra esposta sulla nostra quinta ricostruzione post-sismica. 



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