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GRANDI RISCHI: PARLA L'AVVOCATO DINACCI, 'MA CHE VINO,DE BERNARDINIS NON HA RASSICURATO'

Pubblicazione: 02 febbraio 2012 alle ore 08:00

Filippo Dinacci (a destra) con Bernardo De Bernardinis

L’AQUILA - Filippo Dinacci è noto in Italia come “l’avvocato di Guido Bertolaso”, uno dei principi del foro che assistono gli imputati del processo alla commissione Grandi rischi, nel suo caso Bernardo De Bernardinis, che di Bertolaso è stato a lungo il numero due.

Tra le sue difese celebri, la parte civile di Telecom Italia Sparkle nel processo Mokbel e quella di Alfredo Gaetani nel processo per il crac del Gruppo Cirio. Dinacci ha assistito anche l’ex premier Silvio Berlusconi nel processo Ruby, quando i due avvocati titolari Nicolò Ghedini e Piero Longo per protesta hanno abbandonato l’aula.

Ma è di certo più nota la battagliera difesa dell’ex capo dipartimento della Protezione civile nell’inchiesta della procura di Firenze sul G8 della Maddalena e i grandi eventi, intrecciata a doppio filo e che ha avuto tanti risvolti anche nelle vicende giudiziarie del capoluogo.

All’Aquila viene con un compito improbo, quello di difendere l’ex vice capo dipartimento dall’accusa di aver invitato gli aquilani a bere un bicchiere di vino, com’è stato e ancora viene etichettato De Bernardinis sulla base di un’intervista.

Quell’intervista che, sottolinea Dinacci nell’intervista ad AbruzzoWeb, spesso si ignora è stata fatta prima e non dopo la riunione e inoltre parlava di “mantenere alto lo stato d’attenzione”. Troppo poco, per l’accusa e le parti civili.

In attesa di sapere se dovrà difendere Bertolaso anche davanti ai giudici aquilani in un processo satellite, l’avvocato fa il punto all’indomani di un’udienza piena di ostacoli.

Ieri la commissione è stata “demolita” da una testimonianza tosta, quella del vulcanologo Francesco Stoppa, che ha confermato le tesi della procura di false rassicurazioni.

In realtà nessuno ha rassicurato. Nonostante abbia ammantato il tutto con un certo tipo di scientificità, il teste mi sembra non abbia saputo spiegare perché, pur non condividendo certe conclusioni della commissione, non abbia preso iniziative per mettere in evidenza questo spunto di criticità. Quanto alla pretesa tranquillizzazione, chi era in udienza ha potuto notare che il testimone non riusciva nemmeno a ricordare nei passaggi fondamentali l’intervista al professor De Bernardinis.

Un passaggio che ritiene significativo?

Sì perché l’intervista a cui tutti fanno riferimento è stata rilasciata, come tutti sappiamo, prima che si tenesse la commissione Grandi rischi, quindi aveva ben altro significato. Se poi va in onda in maniera differenziata quindi tale da indurre il telespettatore a pensare che sia un’intervista successiva, non può essere un problema dell’imputato.

La testimonianza dello psichiatra Massimo Casacchia, invece, si è scontrata sulla difficoltà di dimostrare il nesso causale tra la sindrome da stress post trauma e i verdetti della Cgr...

Lo psichiatra ha posto in evidenza come questa sua diagnosi fosse finalizzata a valutare il rischio, o meglio, più che il rischio sostanzialmente una valutazione di natura patrimoniale. Voleva valutare, insomma, se questi comportamenti avessero causato un danno aggravato nei confronti delle persone offese. Non è un qualcosa che incide sulla dinamica dell’episodio che è oggetto del processo.

Allora per lei non va presa in considerazione?

Va tenuta in considerazione limitatamente a quell’ambito, cioè valutare quale sia stato il danno, quali sono state le conseguenze a carico di quelle uniche quattro persone per cui parlava (quattro sopravvissuti del crollo della Casa dello studente, ndr), perché non parlava per tutti, e quindi lì si valuterà la quantificazione del danno là dove ci sia una responsabilità.

Tornando all’intervista, il suo assistito, Bernardo De Bernardinis, è stato per messi “quello che invitava a bere un bicchiere di vino”, poi è diventato di dominio pubblico che l’affermazione fosse la risposta alla domanda di un cronista. Quanto pesa la faccenda del “Montepulciano di quelli Doc” nel processo e quanto a livello di impatto emotivo?

Nel processo, che è regolato da un certo rigore nella tipologia delle prove, dovrebbe pesare poco o nulla. Mi rendo conto, però, che, a livello di sociologia della collettività, un’affermazione di questo genere potrebbe avere un certo peso. Però io mi devo preoccupare del processo, anche perché, ripeto, quell’intervista spesso e volentieri è stata travisata, perché in quell’intervista De Bernardinis più volte ha detto che bisognava mantenere alto lo stato di attenzione. Sono passaggi che spesso e volentieri vengono dimenticati. (alb.or.)

IL PROCESSO


L'organo consultivo della presidenza del Consiglio è accusato nella sua composizione del 2009 per aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 309 persone.

Dopo alcune schermaglie sull'ammissione di prove come i due minuti del film Draquila di Sabina Guzzanti, che alla fine sono stati proiettati in aula, nelle prime udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati i testimoni chiamati dall'accusa, oltre 70 persone chiamate in causa dai pm Fabio Picuti e Roberta D'Avolio, e i primi testi di parte civile.

Fino a oggi i testi, familiari e amici di vittime del sisma, hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.

Una tesi rifiutata dalle difese, che annoverano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea. Tra gli avvocati di parte civile anche Giulia Bongiorno che, però, nelle prime udienze non ha partecipato di persona.

Gli imputati sono Franco Barberi, presidente vicario della commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis (l'unico che fino a oggi è stato sempre presente in aula), già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all'epoca presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all'Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell'ufficio rischio sismico di Protezione civile.

I capi di imputazione per tutti sono di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali colpose. Il giudice Billi ha imposto un ritmo veloce al processo con un'udienza a settimana. Le prossime udienze ci saranno tutti i mercoledì salvo diverse decisioni del giudice.

I PROTAGONISTI DEL PROCESSO GRANDI RISCHI
IL GIUDICE
Marco Billi
L'ACCUSA
Procuratore capo
Alfredo Rossini
Pubblico ministero Pubblico ministero
Fabio Picuti Roberta D'Avolio
LA DIFESA
Imputato Avvocato
Franco Barberi Francesco Petrelli
Bernardo De Bernardinis Filippo Dinacci
Enzo Boschi Marcello Melandri
Giulio Selvaggi Antonio Pallotta e Franco Coppi
Gian Michele Calvi Alessandra Stefano
Claudio Eva Alfredo Biondi
Mauro Dolce Filippo Dinacci
LE INTERVISTE
Marcello Melandri - Fabio Alessandroni - Filippo Dinacci



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