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GLI ANNI '70 DELLE ROCK BAND MADE IN L'AQUILA,
'BOBBO'' MARIANI: ''LA NOSTRA MOVIDA AL PANINARO''

Pubblicazione: 30 gennaio 2014 alle ore 08:04

La band aquilana "Gruppo musicale Arco Ricci", da sinistra: Antonello Mariani, Marco Zanini, Enrico "Jeff" Gianforte, Roberto "Bobbò" Mariani e Paolo Cerasoli
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L’AQUILA - Com’era il mondo delle band negli anni ‘60 e ‘70 a L’Aquila? Cosa voleva dire essere un musicista? Lo racconta ad AbruzzoWeb Roberto Mariani, conosciuto come "Bobbò", uno dei testimoni di quella stagione di gruppi "di strada", con pochi mezzi ma tanta fantasia.

Una città che ancora non aveva conosciuto l'effervescenza artistica di altre località più "moderne" ma comunque attraversata sotterraneamente dalla rivoluzione del rock, del pop, dei primi cantautori impegnati.

E poi i protagonisti: da Enrico Gianforte, il mitico "Jeff", batterista lunatico ma di gran classe, o il poliedrico Tonino Palumbo, oppure il chitarrista "on the road" Giuliano Mastracci, partito all'avventura in Danimarca, che poi ha messo su famiglia a Stoccolma, dove suonava nella metropolitana.

Un'epopea in cui imperversavano i Beatles e la voglia di vivere fino in fondo, seppur in maniera semplice.

Come nasce la tua passione musicale?

Negli anni ’60, mio padre voleva che imparassi a suonare la fisarmonica, io per piglio e quasi per dispetto ho deciso di suonare la chitarra: erano gli anni dei Beatles.

A casa c’era un vecchio mandolino lasciato dal fratello di mia nonna che accordavo come fosse un chitarra così ho iniziato a suonare con un mio amico, Jeff. Io suonavo il mandolino nel quale avevo messo un microfono collegato a una radio e lui suonava sui fustini del sapone per la lavatrice rivestiti di carta stagnola, e su una sedia di compensato sulla quale battevamo con un cacciavite. Suonavamo Il ragazzo della via Gluck e Bang bang.

Jeff. Un grande musicista. Quali sono stati i vostri rapporti, le vostre collaborazioni musicali?

È stato prima di tutto un amico e poi il musicista con il quale ho lavorato di più. Era il manager del gruppo. Ricordo in una tournée in Venezuela, con “I magnifici”, la nostra band. Io, Jeff e Tonino Palumbo che, in quell’occasione, suonava il contrabbasso: per 20 giorni Jeff non ha fatto nulla perché aveva caldo, un vero musicista lunatico.

Una delle esperienze più belle è stata quella in cui abbiamo lavorato per lo spettacolo di Gigi Proietti A me gli occhi, e ho collaborato come fonico accanto a Jeff.  In seguito abbiamo lavorato anche con la corale Gran Sasso.

Con quali altri personaggi ha collaborato?

Ho suonato con Paolo Cerasoli, fino all’anno scorso docente al conservatorio qui a L’Aquila, ricordo con affetto anche l’amico Giuliano Mastracci, un bravo chitarrista che a un certo punto è partito: in quegli anni volevamo partire tutti ma alla fine è partito solo lui. È andato in Danimarca e poi si è trasferito a Stoccolma dove ha iniziato a suonare la chitarra in metro, con un regolare permesso e pagando le tasse, si è sposato, ha avuto dei figli e oggi è ancora lì.

Ho suonato anche con Tonino Palumbo, musicista straordinario: suonava il violino, la chitarra e soprattutto aveva una bella voce che gli ha permesso, senza studiare, di lavorare al Teatro dell’Opera a Roma, come baritono. Abbiamo lavorato insieme anche nella corale Gran Sasso. Purtroppo Palumbo si è suicidato.

 

Dove vi esibivate? Quali erano i locali in cui ascoltare musica dal vivo?

Non c’erano locali, si organizzavano più che altro concerti a pagamento nelle sale, le più famose erano il cinema Rex, la Cattedra Bernardiniana, la sala dell’Inps, dove si esibivano anche i “Cinque dell’Arcobaleno”, il gruppo sulmonese più noto, quello che riusciva a fare sempre il pienone. Qualche volta ci siamo esibiti anche alla sala Baiocco.

Spesso si facevano esibizioni-competizioni con tanto di giuria, oltre a noi c’erano “I jolly”, “I solitari”, “I dialoghi”, i “We Vestins”.

Non incidevamo dischi ma eravamo famosi, perché ci facevamo conoscere attraverso le serate nella feste patronali del circondario aquilano, suonavamo soprattutto in quelle occasioni, affollatissime, che per i ragazzi del circondario aquilano rappresentavano gli unici momenti per uscire e ascoltare musica. Molto frequentate erano anche manifestazioni politiche come le feste dell’Unità.

Che tipo di musica facevate? 

Imitavamo i gruppi più gettonati, spesso cantavamo in inglese, un inglese “maccheronico”, proponevamo più che altro i grandi successi dei Beatles, i brani più richiesti e più alla moda erano i loro. Cantavamo brani dell'Equipe 84, dei Giganti, dei Profeti.

Quali sono i ricordi più belli di quegli anni? Come era L’Aquila?

Noi vivevamo di notte, in modo semplice, ci divertivamo con poco. Non c’erano i locali notturni ma passavamo notti intere al "paninaro" di via Sallustio. Avevamo le nostre fans che ci riconoscevano: “ecco il batterista dei Magnifici”, dicevano... eravamo famosi soprattutto dei paesi.

Spesso andavamo a sentire i concerti di musica che si facevano alla piscina comunale: Orietta Berti, i Delirium. Visto che non potevamo pagare neanche il biglietto andavamo qualche ora prima del concerto per vedere se c’erano pertugi nella recinzione, dai quali poter entrare.

Quando poi la sera ci “imbucavamo”, appena ci scoprivano ci cacciavano ed era un classico finire di sentire i concerti da fuori.

In ogni caso, a L’Aquila abbiamo suonato poco. L’Aquila è stata da sempre poco ricettiva alla musica dal vivo, non c’erano band che si esibivano nei giorni di festa, come accadeva a Pescara e nei paesini intorno. E forse per la presenza del conservatorio, si prestava molta più attenzione ad altri tipi di musica.



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