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GIORNATA DELLA MEMORIA, ''LA SHOAH NON SI IGNORA E NON SI PARAGONA''

Pubblicazione: 27 gennaio 2013 alle ore 08:03

La scritta 'Arbeit macht frei' ('Il lavoro rende liberi') all'ingresso di Auschwitz
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L’AQUILA - Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata rossa aprono per la prima volta i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz.

Milioni di morti, un museo di terrore e sgomento, qualche superstite, la fine di un olocausto, quello che fu chiamato dai suoi stessi autori ‘la soluzione finale’.

Da allora sono passati quasi 70 anni, ma nessuno potrà dimenticare. Tutto il mondo si stringerà, ancora una volta, intorno a quelle grida disperate di dolore. Tutto il mondo oggi soffrirà accanto ad esse, nel Giorno, appunto, della Memoria.

Perché ne porti l’emblema, ma ne scacci lo spettro, il sospetto di altre incomprensibili follie.

AbruzzoWeb ne ha parlato con il professore aquilano Walter Cavalieri, docente e saggista di storia e filosofia, ma soprattutto sensibile e raffinato intellettuale.

Oggi è il Giorno della memoria. Ma c’è qualcuno che ancora oggi si ostina a non voler ricordare. Di fronte a questa irriproducibile tragedia è peggiore il rifiuto o l’indifferenza?

L’uno e l’altro. L’indifferenza è l’anticamera dell’ignoranza, la cancellazione di fatto della storia. Questa voragine dell’oblio è quella che spesso e volentieri cancella nell’immaginario collettivo fatti drammatici accaduti. La negazione volontaria dell’accaduto è viceversa un atteggiamento sul piano scientifico da rifiutare, perché mai sostenuto da prove e argomentazioni valide. Sul piano etico e morale è da condannare perché nasconde un uso politico della storia, che tende a rinnegarla per convenienze di parte. Questo discorso vale per i nostalgici del nazifascismo ma anche per gli intellettuali di sinistra, che pur di assecondare le correnti islamiste, si mettono sulla stessa strada.

Ci sono anche altre sfumature tra queste due posizioni?

Ne esistono tante: per esempio, quando ci buttiamo alle spalle quello che è stato, anche con intenti positivi. Ma è chiaro che questo atteggiamento se non è ben gestito rischia di sfociare verso l’indifferenza. La conciliazione si fa tra le parti opposte. Un’ulteriore posizione, che è poi la più odiosa, è quella tendenza a fare dei bilanciamenti, a ridimensionare la Shoah confrontandola con altre tragedie simili. Contrapporre la Shoah alle foibe per esempio.

In che modo?

Contando il numero dei morti, per esempio. Il problema non è questo, non si tratta di acquisire un primato. Perché la faccenda di Auschwitz è imparagonabile. Non è stato solo un fatto ‘numerico’. La ‘soluzione finale’ è un avvenimento unico nella storia. Ciò che decisero alti ufficiali nazisti in occasione della Conferenza di Wannsee non è altro che la costruzione di un sistema di eliminazione metodica di vite umane, pensata su basi industriali, potremmo dire oggi manageriali. Quelle macabre entrate e uscite di uomini nei campi, lo sfruttamento di qualsiasi elemento di fisicità, vennero perpetuati con una logica di profitto industriale.

Ed è forse per questo che Oskar Schindler, all’epoca industriale tedesco, riuscì a salvare tante vite umane? Forse perché riuscì a sfruttare gli stessi meccanismi linguistici del nazismo?

Esattamente, proprio così. Bisognava usare lo stesso criterio di Schindler, perché lui usava lo stesso principio di linguaggio.

Quanto le immagini di propaganda e l’architettura spettacolare del nazismo hanno e possono agire sull’immaginario collettivo?

L’onnipotenza delle SS usava elementi simbolici molto forti, che rimangono impressi, è inutile negarlo. Penso ai treni, ai numeri dei tatuaggi marchiati sulla pelle, anche questo fa parte di un insieme di immagini che nella loro stessa orribilità sono affascinati, come lo è il male. Dal punto di vista della rappresentazione questa spettacolarizzazione è stata non a caso ripresa dalle arti.

Esistono ancora le tracce di quei campi di concentramento. Veri e propri musei degli orrori che, se da un lato rappresentano una testimonianza storica, dall’altro potrebbero essere presenze pericolose...

È giusto che le vestigia di quelle macabre location restino, però indubbiamente il luogo non è  identificativo di ciò che è successo. Il Colosseo per esempio è stato nell’antichità luogo di eccidi terrificanti, allestiti per il godimento, per lo spettacolo.

Sì, ma l’Anfiteatro Flavio è una testimonianza artistica.

Sì, ma se vogliamo quei lager sono ugualmente testimonianza, in questo caso tecnologica, come quelle linee ferroviarie che entravano nei campi. Non costruzioni, ma fabbriche d’avanguardia finalizzate per la prima volta solo e soltanto alla soppressione di vite umane. La Shoah è certamente anche in tal senso il picco più basso che la vecchia Europa civile ha espresso nella prima metà del 900, con mezzi tra l’altro raffinati.

Cosa si può imparare da questi agghiaccianti musei?

Penso sia molto importante che le nuove generazioni si rendano conto anche frequentando quei luoghi. È importante che le scolaresche li frequentino. Esiste un dovere da parte degli educatori, quello di propagare la conoscenza.

Come nasce l’idea di uno sterminio così esteso?

Questo disegno nasce da lontano. Non si tratta di un risultato perpetrato sull’onda di un combattimento, ma un massacro pianificato da decenni, che era entrato col tempo, lentamente, nella coscienza del popolo tedesco. Non ci dimentichiamo che Hitler scrisse il suo ‘Mein Kampf’ 23 venti anni prima di quella ‘soluzione finale’.

Che ruolo ha lo storico?

Lo storico ha il ruolo di essere un testimone diretto o differito. È comunque un testimone che ha una grossa responsabilità, quella di tramandare ciò che sa alle generazioni presenti e future. È tenuto deontologicamente a valutare con attenzione le fonti (scritte e orali) e a trarne un’interpretazione. Ma quando viene fatta soprattutto con intenti propagandistici è anche corresponsabile.

“Le guerre negano la memoria dissuadendoci dall’indagare sulle loro radici, finché non si è spenta la voce di chi può raccontarle. Allora ritornano, con un altro nome e un altro volto, a distruggere quel poco che avevano risparmiato”. Cosa ne pensa di questa frase dello scrittore Carlos Zafon?

Ritengo che avere testimonianze sulle cose più perverse è fondamentale per non ricadere negli stessi errori, ma questo purtroppo per me non servirà a evitare la guerra con i suoi vari camuffamenti, come quella condotta nel nome della democrazia, ma anche quella umanitaria, quella ‘giusta’.

Crede nella ciclicità della storia, anche in questo caso?

La stessa storia, insieme alla cultura, deve vigilare su ciò che si presenta. Io sono molto scettico sul fatto che la storia possa insegnare. La guerra si ripropone sempre. Però alcuni fenomeni di ingiustizia, di inciviltà, dovrebbero creare una tale repulsione nel cittadino da evitare di ricondurlo entro strettoie pericolose. La conoscenza della storia non credo possa impedire la guerra. Certo si potrebbe riuscire a esorcizzare certi eccessi.

“Nel momento in cui vi parlo, l’acqua degli stagni nel cuore di gennaio è fredda e opaca come la nostra cattiva memoria. Fingiamo di credere che tutto ciò è di un solo tempo e di un solo Paese e non pensiamo a guardarci attorno e non sentiamo che si grida senza fine”. Questo è l’epilogo della voce fuori campo del regista Alais Renais, per il suo documentario sulla Shoah. Cosa ne pensa?

Renais parla del senso dell’estensione della memoria, di un popolo, di una nazione all’intera umanità. Potrei dire che..tutto ciò che è umano mi riguarda. È evidente che la memoria non è il possesso di chi l’ha subita e di chi l’ha fatta. Stiamo parlando dell’umanità. Ed è per questo che trovo sia giusto che questa data venga celebrata oggi in tutto il mondo.



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