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GIGI MALAVOLTA, QUANDO LA MUSICA E' NEL SANGUE
''I MIEI ANNI CON LE BAND, MA OGGI CANTO DA SOLO''

Pubblicazione: 19 maggio 2013 alle ore 08:42

Gigi Malavolta
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L’AQUILA - Gigi Malavolta è un pezzo di storia della musica moderna all’Aquila.

E la musica è nel sangue, a qualsiasi ora del giorno. Quando si parla con lui, infatti, ogni occasione è buona, ogni aneddoto dà la stura per fargli mormorare un motivetto, ricordare un ritornello o precisare la corretta pronuncia inglese di quella particolare parola di una certa canzone.

Gigi, 70 anni tondi tondi, ha fatto da voce dei più importanti gruppi aquilani dagli anni Sessanta in poi, alla fine, quando la tecnologia lo ha consentito, si è messo in proprio, completando le basi originali dei grandi successi con la sua voce talmente somigliante “che spesso mi chiedono se sto cantando io o se è un disco, allora mi blocco o dico una parolaccia”, ridacchia con aria sorniona.

In una carrellata con AbruzzoWeb nel relax del Parco del Castello, a pochi passi dal nuovo Auditorium “che mi piace moltissimo e poi ha riqualificato una zona che era diventata una latrina”, Malavolta ripercorre tutta una carriera dall’esordio con lo stesso microfono degli ambulanti di piazza Duomo ai tempi moderni.

Oggi che, spiega con una metafora, “non pretendo le ciliegie in inverno... Se non sotto spirito!”. Oggi che non si espone troppo “ma mi hanno invitato a una serata dove c’era un giovane musicista ma alla fine ho cantato solo io... Forse perché ho più anima, e quella non si impara”.

Tra i giovani apprezza i talenti aquilani, in primis Simona Molinari “ma tra i maschietti vedo poco”.

E così si va avanti, ricordando quando faceva mattina nei locali aquilani e quando conobbe il futuro capo dello Stato Giovanni Leone, senza dimenticare le ninne nanne cantate (pure quelle) anni fa ai figli Simona, addetta stampa del Comune dell’Aquila, e Maurizio, psichiatra della Asl, oltre che la partecipazione ai cori della moglie Rosa, “io invece non potrei, la mia voce tende a isolarsi”.

Ti ricordi quando e come hai cominciato?

Il mio esordio fu nel 1961, a 17 anni: mentre preparavo gli esami di maturità classica al liceo “Cotugno” contemporaneamente facevamo le prove. Il mio primo gruppo si chiamava The Royals. La data non si può dimenticare, il 14 luglio, la presa della Bastiglia. Il genere che andava allora era il rock melodico degli anni Sessanta. Un pop rock, non certo hard. E poi c’era il rockabilly. Eseguivamo i maggiori successi statunitensi, come quelli di Paul Anka, anche se il mio preferito era Elvis Presley.

Qual è stata la tappa successiva?

I Royals si sciolsero diciamo di fatto, succedeva così. Ogni anno nasceva un complesso, spuntavano come funghi e all’alba del giorno dopo non c’erano più. Mancava l’amalgama, le occasioni di esibirsi e ci si spoetizzava. Nello stesso periodo un altro buon complesso, i Delfini, si sciolse perché il leader, figlio del comandante della Polstrada Fiorentini, fu trasferito con il padre. Era un bravo chitarrista. Rimasero due monconi che si unirono. C’erano il sassofonista Tonino Palumbo, bravissimo, estroso. Il batterista, “un certo” Antonio Centi, poi sindaco dell’Aquila, il pianista, Vittorio Caldarelli, oggi lavora al provveditorato, il contrabbassista Alberto Aleandri, titolare del Brico, con l’aggiunta di Tonino Stromei, chitarrista e soprattutto arrangiatore: dai dischi riprendevamo gli arrangiamenti e lui sapeva individuare l’armonia dietro la melodia. Era nato un complesso storico e mitico, i Magnifici.

Come i Magnifici sette, noto western dell’epoca?

Sì e io celiavo dicendo che eravamo sei ma c’ero io che facevo per due, non solo il cantante ma anche il fonico e il manager, oltre che addetto alle pubbliche relazioni. I nomi dei complessi, comunque, venivano fuori così, ognuno ne proponeva uno e poi si decideva.

Quanto durò quell’esperienza?

Sei anni, poi tutti avevamo cominciato a lavorare e divenne più difficile. Ci dovevamo limitare a suonare soprattutto nell’Aquilano, ma andammo anche a Rimini, a Gabicce. Ricordo le esibizioni al night club Caprice di Roccaraso: lì abbiamo conosciuto gli attori Amedeo Nazzari Rossano Brazzi, ma anche il futuro presidente della Repubblica Giovanni Leone, che veniva con la moglie. Era docente di procedura penale a Roma e voleva farmi fare la tesi con lui!

Come riuscivi a conciliare lavoro e passione per la musica?

Nel 1963 venni assunto alla Biblioteca provinciale, nel 1970 passai alla Regione Abruzzo. Dico sempre che c’era il lavoro del corpo e il lavoro dell’anima, la musica. Un’attività che comincia come un hobby, ma poi l’ascolto dei suoni richiede professionalità e dignità. Non si può prendere una chitarra ‘a secco’ e mettersi a cantare.

In quali altri gruppi hai suonato?

Sciolti i Magnifici, nel 1967 venni subito scritturato da un gruppo di Pescara, i Lampioni, cominciando con il rhythm and blues, i pezzi di Aretha Franklin. Suonavamo al Tortuga, alla Racchetta, al Blue Note di Silvi, oggi Caesar, lo chiamavano “blu nott’” come fosse un colore. Oppure la Conca ad Atri. Questo nei primi anni Settanta. Dal 1973 è cambiata la stagione e ho pensato a fare e allevare i figli. Ai quali non disdegnavo di cantare le ninne nanne, né di cantare con loro.

Hanno ripreso dal padre?

Maurizio ha una bella voce ma un carattere riservato, io sono più spumeggiante, Simona in questo ha ripreso da me. Nelle feste del suo reparto all’ospedale, oppure nei matrimoni, però, lui tira fuori quest’altra parte di sé. Una bella voce ma non basta, ha anche un senso della musicalità innato. Mia moglie Rosa pure non disdegna di cantare, partecipa al coro dell’Università della terza età. Lei ha una voce limpida, adatta a un coro. Dal quale, e dai quali, io sono sempre stato cacciato a pedate. La mia voce si staccava quasi naturalmente, invece non deve emergere quando si canta assieme.

Siamo arrivati agli anni Ottanta.

Ero nel gruppo Nuovo Spazio, con bravi musicisti: Dante Sorrentino ai fiati, Ivano Giustini bassista, un fisarmonicista e un chitarrista bravo di Sulmona. Lo Scoiattolo, il ristorante di Sorrentino, era la tana del gruppo, facevamo feste spettacolari. Si mangiava ascoltando musica dal vivo e poi si ballava, oltretutto lassù potevamo strillare fino alle 4 e oltre, poi ci fu un ridimensionamento.

Quello è stato il tuo ultimo gruppo?

Uscirono supporti musicali che consentivano la piena autonomia del cantante. Non c’era più bisogno del gruppo, dove bisognava tappare i buchi quando un musicista stava male o risolvere problemi e calmare le acque in caso di liti. Utilizzo nastri dat con le basi originali delle case discografiche, che mi spediscono da Milano. La resa è talmente vicina all’originale che qualcuno mi dice che faccio finta di cantare: in quei casi o smetto di botto e la musica va da sola, oppure ci infilo all’improvviso una parolaccia. Comunque dico sempre che è il miglior complimento che mi si possa fare!

Siamo vicini all’Auditorium del Parco di Renzo Piano, ti piace questa contrastata struttura?

È meraviglioso, doveroso. Purché si faccia qualcosa, in questa città, mi va bene tutto, invece all’Aquila c’è un misoneismo incredibile. Questo edificio è un simulacro di quello vero, che sta dentro il Forte spagnolo. Ha la stessa capienza ed è congeniale per gli stessi eventi. Ha la stessa spigolosità dei bastioni del Forte, è rivestito con i colori della bandiera della pace ma non solo, la colorazione aiuta anche la mimetizzazione in ogni stagione. All’interno, poi, ci sono legni pregiati che si usavano per i violini Stradivari. Si ha la sensazione di stare dentro uno strumento a plettro. È un’opera sacrosanta perché ha riqualificato quella parte del parco che era diventata una latrina pubblica e frequentata da nessuno. E soprattutto ha scongiurato il parcheggio sotterraneo che si voleva realizzare.

Tra i giovani c’è qualcuno che apprezzi, qualche “nuovo Gigi”?

Tra le donne più che tra gli uomini. Questa Simona Molinari, questa Annalisa Andreoli, sono davvero brave. Tra i maschietti, invece, manca l’anima. È come la differenza tra il nostro non più esistente centro storico e i centri commerciali. C’è l’aggregazione, ma non c’è l’anima. Eppure oggi le cose sono facilitate dalla tecnologia. Quando ho cominciato a cantare io c’era il microfono elettrico Piezo che usavano gli ambulanti in piazza Duomo...

Prenderai mai la dura decisione di smettere?

Avrei voluto dignitosamente e decorosamente è doverosamente tirare in barca almeno in pubblico. Invece mi chiamano ancora e insistono. Mi limito a contesti congeniali a me come io a loro. La voce ancora c’è, mi dicono che, come il vino e i mobili, con il passare del tempo acquisisco valore. Certo, con il tempo si perde almeno un tono, ma se uno sa esprimersi lo recupera in profondità e intensità. Qualche volta invece mi tocca constatare che ragazzi giovani che hanno una tonnellata di voce poi non si rendono conto di quello che stanno cantando.

Solo potenza vocale?

Fanno solo le mosse, una mimica amorfa e meccanica. Non si impara a esprimere emozioni, o lo senti o no. Oggi si pensa solo a imitare. Se canti Caruso di Lucio Dalla, non devi preoccuparti solo di arrivare a quella nota, ma anche di interpretarla: non in una forma romantica decadente, ma ci si deve rendere cento dell’emozione che i grandi cantautori hanno sentito nella musicalità di altre zone italiane, Dalla come De Gregori e De Andrè. Io invece, un po’ scherzo ma è anche la verità, mi rivedo in un componimento del poeta pittore Augusto Pelliccione che sembra scritta per me: “Il mio corpo tutto trasparente ha la voce, soltanto, per cantare”. Senza eccessi, se non per l’amore per la musica.



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