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GIANLUCA ROSONE, L'AQUILA-PESCARA CON RITORNO
''TRA CALCIO E RISTORANTE, CHE RICORDO IN SERIE A''

Pubblicazione: 02 novembre 2014 alle ore 10:39

Gianluca Rosone
di

L’AQUILA - "Esordire in A con la maglia del Pescara a 18 anni fu un’emozione unica, nonostante la sconfitta all’Olimpico contro la Lazio, immeritata perché arrivata con un rigore che non c’era. Ero nello stadio della mia squadra del cuore, la Roma, dove andavo con mio padre per tifarla".

Parole e musica di Gianluca Rosone, ex calciatore aquilano classe 1974, nato lo stesso giorno e lo stesso anno di un tale Alessandro Del Piero, bandiera della Juventus

Rosone, carattere introverso e faccia da bravo ragazzo, oggi prova a fare l’allenatore mentre manda avanti lo storico ristorante di suo papà, Frank Ross, Francesco Rosone, indimenticabile commerciante e ristoratore aquilano, nonché dirigente dell’Aquila Calcio.

E ci racconta un po’ della sua vita calcistica, passata dal sogno della A alle categorie minori, anche se mai da profeta in patria, nella sua L’Aquila, città e squadra dove è cresciuto da ragazzino innamorato del pallone. 

"Nel tempo libero alleno l’Aquilana, squadra di prima categoria - dice Rosone ad AbruzzoWeb -. Ho cominciato a giocare a calcio prestissimo con L’Aquila Calcio, mio padre mi ha trasmesso questa passione, da tifoso e dirigente".

Poi, dopo L’Aquila Calcio, hai cominciato a girovagare.

Dopo il rossoblù, sono andato all’Oratoriana per poi finire a Pescara, dove ho fatto per sei anni giovanili e dove sono riuscito a conquistarmi l’esordio in Serie A. Poi, Chieti in serie C1, poi ancora Pescara quando era in serie B, mi allenavo con la prima squadra e il sabato giocavo con la Primavera. E la domenica ero con i grandi, da aggregato.

Il tifosi del Pescara come ti hanno accolto?

Benissimo, allora non vi era tanta rivalità calcistica con L’Aquila. Comunque, da Pescara sono andato via presto, anche se la gioia per aver fatto quella esperienza è stata davvero unica. Ricordo che in sede ad aspettarmi c’era mister Edy Reja, uno che vedevo sempre in televisione. Mi fece un bell’effetto, ero contentissimo.

Ambientarsi a Pescara come è stato?

Tutto molto tranquillo, nulla di traumatico. Mi allenavo e giocavo, facevo la vita normale che fa un calciatore. 

In un ambiente con una mentalità calcistica diversa da quella che c’è all’Aquila, vista la differenza di storia fra le due società. 

Ti posso dire che a Pescara si respira calcio, è a Pescara che mi sono sentito davvero un calciatore. All’Aquila sono stato troppo poco tempo da calciatore, per me è difficile stabilire quante e quali differenze ci siano. 

Com’era il rapporto con i compagni in biancazzurro?

Ci si allenava insieme, poi ciascuno aveva la sua vita privata. Il sabato in ritiro socializzavo molto volentieri con i più giovani, mi ricordo che avevo 18 anni, ero amico di Dario Di Giannatale, ci piaceva giocare alla Playstation e a quella che una volta si chiamava la schedina. 

Calcisticamente, sei cresciuto moltissimo grazie a quella esperienza. E in carriera hai ricoperto più ruoli. 

Ho cominciato da centrocampista, poi nel Pescara ho fatto il terzino destro e anche il difensore centrale, mi sono adattato a parecchi ruoli, ma erano altri tempi. Più possibilità hai di giocare, più ruoli rivesti, più hai la possibilità di essere utilizzato. Questo oggi nelle giovanili accade molto raramente.

C’è qualcuno in particolare che ringrazi per averti aiutato a farti strada nel calcio?

Certo, mio padre. È lui che mi ha fatto fare quello che volevo, con tanti sacrifici. Fra me e lui c’era un rapporto speciale, sperava che i miei e i suoi sacrifici fossero ricambiati ed in parte credo sia stato così. Ma devo ringraziare anche mia mamma, che, come papà, si è sacrificata tanto per me.

Adesso, aspetti le soddisfazioni da allenatore.

Ci provo, seguo l’esempio di tanti ex calciatori. Il calcio è passione anche allenare è passione, poi in una città terremotata, dove non ci sono svaghi, è importante passare meglio il tempo. Allenare è un mestiere che ti dà da pensare, finisce la partita e devi subito metterti a lavorare per la domenica dopo, preparando la settimana, aggirare gli ostacoli. Il pensiero in questo mestiere è costante, ma mentre il calciatore ha come valvola di sfogo la partita, l’allenatore, diciamo così, se non sta fisicamente a posto, vive male. Perché in panchina lo stress è diverso. Intanto, vivo giorno per giorno, vediamo come va quest’esperienza, se sono all’altezza della situazione. 



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