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FILIPPO FIORAVANTI: A NEW YORK PER LE BANCHE, ''IN EUROPA VA MALE''

Pubblicazione: 30 gennaio 2015 alle ore 08:30

Filippo Fioravanti

L’AQUILA - Dall’Aquila a Milano, poi dritto fino a New York: un giovane aquilano ci racconta i cambiamenti economici in atto visti dalla grande mela.

Filippo Fioravanti, rampollo della nota famiglia di commercianti imprenditori aquilani, ha 29 anni.

E dal 2013 lavora per una società di consulenza, la Oliver Wyman, che si occupa di consulenza strategica per le banche.

Laureato alla triennale in Discipline economiche e sociali all’università "Bocconi" di Milano, poi la specialistica, sempre targata "Bocconi", nella stessa materia.

Poi, le banche. Gestione del rischio, di questo si occupa il giovane specialista aquilano.

Roba complessa, da non dormire mai. Come New York City.

Non si occupa di macroeconomia, quella la conosce perché deve, anche se ormai è qualcosa che si respira, se ne parla tanto, ovunque, perché la crisi è macro, è globale, quindi anche i giudizi sono globali, ma ha il sospetto che le cose in Europa, guardate da lontano, con una certa ‘freddezza’ tecnica, non siano davvero buone.

"Tanti economisti - le parole di Fioravanti ad AbruzzoWeb - a volte si sono sbagliati sulle crisi, quindi speriamo che anche un premio Nobel come Paul Krugman non abbia azzeccato le previsioni sul crollo economico dell’Europa. Certo è che il quadro generale sembra drammatico, negli Usa invece ci sono tassi di crescita molto elevati e la disoccupazione è molto bassa. Da queste parti, poi, sono tanti ad aspettare la parità euro-dollaro entro la fine del 2015".

Paradossalmente, in un mondo di contraddizioni abnormi come gli Usa, l’Europa viene guardata per quel che è oggi: un luogo in forte declino.

Anche se per Fioravanti "le famose teorie economiche keynesiane, quelle del pieno impiego e del pieno stato sociale, non ci prendono sempre. Un tasso minimo di disoccupazione deve esserci, purché sia in una percentuale tollerabile".

Eppure, una regola è che non si investe dove non c'è crescita.

E in Europa non si cresce più. Anzi, si regredisce, recessione, deflazione, intere fette di economia se ne vanno all’altro mondo: "Purtroppo è così".

E le banche? Quelle che in teoria devono prestare soldi? L’occhio di Fioravanti guarda all’Europa, ancora.

Perché negli Usa le cose sono diverse, il malato grave è dall’altra parte del pianeta.

"In Europa c’è ancora un’avversione nei confronti del rischio, se qualcuno deve investire in una banca Usa rispetto a una banca  italiana, sceglie la prima perché viene premiata di più. Un prestito di una banca italiana, è evidente, diventa redditizio per la banca solo se il tasso di interesse è altissimo".

Ed ecco che la Banca centrale europea e la Federal Reserve statunitense sono molto diverse.

"Anche perché, le politiche tedesche frenano la Bce. E se ci si mette pure che il trasferimento di liquidità ai risparmiatori è qualcosa di complicato…".

Ok, ma il dramma della disoccupazione dipende ormai da una mancanza cronica, obbligata secondo leggi considerate quasi astruse, di investimenti pubblici che diano benefici anche ai privati.

"Penso all’Italia, dove la domanda interna in Italia è ammazzata per via della disoccupazione ormai a livelli record, dove c'è quella che tecnicamente viene chiamata interruzione intertemporale del consumo. Negli Usa è vero che è tutto a debito, ma è un quadro molto diverso perché i consumatori sono inseriti in un’economia che ha prospettiva, quindi si acquista, si spende".

E il contratto a tempo indeterminato che non piace più a politica e padronati vari, oltre che a una certa opinione pubblica? Delle garanzie, vere, le dà, assicura Fioravanti.

"Se il presupposto, corretto, è che si investe dove c’è crescita, il contratto a tempo indeterminato dà molta più sicurezza e incentiva l’individuo a consumare (e se tutti consumano di più, c’è crescita), purché non diventi uno strumento di difesa a oltranza del lavoratore. Negli Usa si licenzia facilmente, ma se sei in gamba e hai voglia di fare, oggi in molto poco tempo il lavoro in qualche modo lo ritrovi. Nella mia azienda, nel 2009 un dipendente su quattro è stato licenziato, ma nel giro di un anno, un anno e mezzo, sono tornati tutti a lavorare.

Insomma, c’e la ragionevole sicurezza di trovare una nuova occupazione".

Dunque, al massimo per l’Italia "darei qualche consiglio di investimento specifico, perché delle opportunità ci sono sempre, ma davvero poca roba. L’Italia, purtroppo, non ispira molta fiducia. Non cresce. E, lo ripeto, dove non si cresce non ha senso investire".
Intanto, nella vecchia Europa il parametro del 3 per cento, il famoso rapporto deficit/pil da non sforare, è considerato, non solo per stessa ammissione del funzionario francese che lo inventò, Guy Abeille, assolutamente ingiustificabile.

La vecchia Europa, quella della moneta unica, l’Euro, messo in discussione o difeso a spada tratta, la moneta unica, quella che, secondo Fioravanti, "ha comunque difeso l’Europa e l’Italia dalle bordate della crisi finanziaria del 2007, partita proprio dagli Usa, anche se la moneta sovrana resta uno strumento di assorbimento degli shock economici. E noi senza la Lira questo strumento non lo possediamo più".

Va bene, ma le banche? Cosa fanno? Tutte cattive?

"La percezione negativa delle banche c’è sempre stata, ma ci sono banche e banche. La banca tradizionale fa un lavoro rispettabile, poi ci sono banche di investimento che fanno cose più sofisticate. L’obiettivo è fare profitti, è inutile negarlo. E a volte puoi farli a discapito dei clienti, quindi bisogna fare molta attenzione".

Senza lo Stato, però, le cose sono difficili, considerando che ad esempio in Italia "tipicamente il rapporto tra reddito annuo e ammontare di un prestito bancario è basso, perché il reddito medio dell’italiano medio non è purtroppo adeguato, al di là del ‘nero’, del non dichiarato, ma il nero non è una garanzia per una banca. A questo punto i modelli di rating delle banche dicono che un prestito non può essere erogato senza le dovute garanzie. Il tuo modellino sul pc ti dice ‘non dargli i soldi’. E l’economia frena".

"Per non parlare della tassazione che è arrivata a percentuali folli - rincara la dose Fioravanti - e senza dimenticare che qui negli Usa la Fed ha comprato titoli di Stato senza mai fermarsi negli ultimi anni. L’intervento monetario europeo è molto più limitato ed è uno dei problemi più gravi in assoluto".

Per ora, la chiudiamo qui. Prima, però, chiediamo a Filippo un po’ di cose personali.

"Come mi trovo a New York? È bellissima, c’è molto da fare, vibra davvero, non dorme mai. Musei, spettacoli, discoteche, ma un lato molto negativo c’è: questo è un porto di mare, si viene solo di passaggio. La faccio semplice, non ci si può vivere per sempre , è impossibile viverci  e con serenità. Forse sono io che non li vedo, sarà una mia specie di limite, ma di bambini e anziani in giro ce ne sono pochi. Anche per questo, New York è molto diversa rispetto alle altre città Usa, pure se vorrei capire cosa voglia dire questa cosa perché le altre città americane non le conosco affatto".

Parole da italiano? Al massimo, da italiano d’Europa?

"Se guardo al sistema sanitario e penso che se non hai un lavoro sei fregato, mi viene parecchio da riflettere. Pochi giorni fa sono andato dal dentista, mi hanno presentato un conto da 1.500 dollari per la cura di tre carie. La mia assicurazione ne copriva 1.200, ho sborsato 300 dollari, cifra che è accettabile per uno che fa il mio mestiere. Ma se non hai un lavoro, o se hai un lavoro con un’assicurazione tale da aver garantite almeno le cure più normali, dove vai a finire? Se mi ammalassi gravemente, non oso immaginare cosa potrebbe accadermi. E parlo da privilegiato, con un ottimo lavoro e un’ottima carriera".

La carriera. Quella lì. Chi fa il mestiere di Fioravanti, vive a mille.

E rischia di essere travolto, non solo gratificato.

"È difficile evitare che questa vita non ti travolga. Vero, qui il business va fortissimo, ma è pur sempre un lavoro che mi porta via tutto, ho pochissimo tempo libero per me, per gli affetti. Spero che queste soddisfazioni lavorative non siano una sorta di palliativo, non vorrei ritrovarmi un giorno come un tipo con un bel lavoro ma senza affetti veri".

Perché, alla fine, "gli amici di sempre sono in Italia, all’Aquila, a Milano. A New York è dura stabilire dei rapporti tali da essere considerati vera amicizia. Ne ho di amici, certo, ma il mondo in cui viviamo e lavoriamo è talmente rapido, veloce, che all’improvviso puoi ritrovarti solo. Qui molta gente è davvero sola, ci sono tante luci ma anche tante ombre, è quasi un’equazione. Sono tutti fissati con gli appuntamenti su internet, per me l’indicatore della solitudine. Conosci tante persone che alla fine non ‘restano'".

E allora, il finale è questo.

"Non lo nego, L’Aquila mi manca, certo non tornerei a viverci, ma è lì che ho alcuni amici con i quali ho condiviso tante cose, gente che conosco da quando sono nato. I miei amici più intimi qui li conosco da sei mesi, dalle mie parti li conosco da trent’anni. E poi la mia famiglia è lì, nel cuore dell’Abruzzo. Dove torno, con gioia, ogni Natale. Sì, quando mi guardo da vecchio, ma neanche tanto vecchio, mi immagino ancora italiano. Tornerò in Italia, dove ci sono tante cose brutte, ma dove quelle belle fanno ancora la differenza". Roberto Santilli



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