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FERRARI E MULTINAZIONALI SCELGONO RANALLI:
L'IMPERO TECNOMATIC, DA TERAMO FINO A SHANGHAI

Pubblicazione: 09 giugno 2013 alle ore 09:09

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TERAMO - La casa automobilistica Ferrari è uno dei suoi clienti più “piccoli”. Giuseppe Ranalli, 43 anni, socio di maggioranza della Tecnomatic Group, azienda teramana leader mondiale nella progettazione e realizzazione di linee e macchine speciali automatiche, vanta infatti, oltre alla casa di Maranello, collaborazioni con le più grandi multinazionali della componentistica auto.

“La Ferrari è un cliente certamente di prestigio, ma non il più grande - spiega ad AbruzzoWeb - collaboro con altre case automobilistiche come la General Motors, la Ford e la Renault, ma soprattutto con le maggiori multinazionali come la Trw, la Bosch e la Continental”.

Una predilezione per la tecnica e l’innovazione e una laurea in economia all’Università di Pescara con una tesi sull’automazione industriale, Ranalli frequenta la scuola di amministrazione aziendale manageriale della Fiat, prima di dedicarsi anima e corpo al mondo dell’imprenditoria nel campo dell’innovazione e della tecnologia.

Appassionato di Joseph Shumpeter, economista austriaco del XX secolo, ha fatto dei suoi insegnamenti le basi del suo successo: “È stato il primo a parlare in modo cosciente dell’innovazione come funzione della produzione, mentre tutti parlavano ancora di capitale e lavoro”.

La sua azienda, con quartier generale a Corropoli (Teramo) e filiali in tutto il mondo, dalla Cina al Brasile, dagli Stati Uniti all’India, dal Messico alla Romania, affronta i colpi della crisi che sta attraversando il mondo intero investendo nella ricerca.

“Ho sempre proposto ai miei clienti la capacità innovativa e investito tutto il profitto nello sviluppo e nella ricerca - afferma Ranalli - Negli ultimi 3 anni abbiamo depositato e ci siamo visti riconoscere 23 brevetti internazionali. Lavoriamo tutto l’anno in progetti, processi e prodotti innovativi: posizionarci sul segmento dell’altissima innovazione è stata la modalità giusta per uscire dalla crisi e, grazie a Dio, il lavoro è tanto”.

Una scommessa, investire nell’innovazione...

Certo! Fare l’imprenditore vuol dire assumersi il rischio delle scelte e quando investi in ricerca non hai certezze. Fortunatamente le nostre innovazioni sono state recepite molto bene. Abbiamo una collaborazione stabile con il dipartimento di Ingegneria elettronica ed elettrica dell’Università dell’Aquila, con la quale abbiamo fatto una società spin off coinvolgendo l’ateneo e otto docenti ordinari.

Si può uscire, quindi, dalle fauci del mostro crisi. Lei ne è un esempio.

Bisogna rimboccarsi le maniche, invece di sognare un meccanismo automatico che metta a posto le cose, perché questa è una crisi legata a una mentalità sbagliata e a un modo di operare che si è sviluppato negli ultimi 20 anni, tra gli uomini e soprattutto tra la classe dirigente mondiale. Il primo errore è stato pensare alla finanza come un meccanismo automatico: tutto ciò ha generato una crisi che è scoppiata in modo detonante. Non esistono automatismi per uscirne, bisogna mettersi in moto riscoprendo la tradizione che ha generato il benessere diffuso venuto fuori dall’industrializzazione degli ultimi due secoli.

Tutti devono rimboccarsi le maniche, quindi, dal più piccolo al più grande...

Certamente. Ognuno deve porsi nel suo piccolo la domanda: ‘quale cambiamento mi viene chiesto?’. Bisogna smetterla di pensare che non c’è responsabilità personale, perché così facendo si entra nell’ottica del lamento e dello scaricabarile. Non devono cambiare gli altri, dobbiamo cambiare tutti: dalla mamma di famiglia a chi ha grandi responsabilità. Questa è la generazione dello spreco che si è dimenticata di quella passata che gli ha creato le condizioni per vivere bene oggi, e non pensa a quella futura. In quesgti anni è come se ci fosse stato un cortocircuito.

Da cosa deriva questo modo di pensare così radicato e per lei sbagliato?

Dalla cultura della rendita e dei soldi facili che è piaciuta a tutti. Abbiamo smesso di sperimentare cose innovative e utili, quando invece noi italiani, con tutte le nostre invenzioni, abbiamo reso più bello il mondo. A cavallo tra gli anni ’90 e il Duemila in Europa e Usa si è seguita la moda della deindustrializzazione, proponendo ai giovani il mondo dei servizi e illudendo le persone che si può vivere senza produrre. Questa è un menzogna! Se non c’è produzione a chi servono i servizi? Gli Usa lo hanno capito nel 2008, anno nel quale la situazione economica statunitense era peggiore di quella italiana di oggi, tant’è vero che hanno riportato le produzione dentro i confini. Gli americani hanno mantenuto all’estero solo produzioni a basso valore aggiunto, riportando in patria quelle dove la manifattura non supera il 22/23%. L’Inghilterra ha seguito a ruota questo orientamento, la Germania addirittura non ha mai deindustrializzato. In italia, invece, la grande azienda ha tirato i remi in barca da tempo ed è necessaria, nell’immediato, una politica industriale perché è fondamentale che chi ha grandi capitali torni ad investire nel Belpaese.

Avendo rapporti di lavoro con gli States lei ha vissuto la crisi molto prima che arrivasse in Europa...

Lavorando su internazionalizzione e ricerca mi sono trovato a vivere molto prima quello che affrontano le imprese oggi. Nel 2008 mi sono visto congelare 22 milioni di euro di commesse, ho avuto il blocco dei pagamenti  e avevo da incassare oltre 18 milioni. Ho incontrato la crisi quando qui in Italia ancora non era percepita, mi sono dovuto arrendere al fatto che nella mia azienda c’erano errori che stavano producendo danni. Questo mi è servito molto, ho fatto un bagno di umiltà e mi sono rimesso con i piedi per terra. È come se avessi dovuto imparare di nuovo: una cosa che ha cambiato totalmente anche il mio rapporto con i dipendenti.

La crisi come sfida a migliorarsi, insomma...

Certo! Fino ad arrivare a decifrare il cambiamento, quello stesso cambiamento che fa paura. Il lamento davanti alla macchinetta del caffè non serve a nulla. Nel mondo la differenza la fa il soggetto e la forza di andare avanti. Posso fare esempi di settori in crisi, e di alcune aziende che invece vanno benissimo, nonostante il brutto momento. La differenza qual è? La persona!

La vostra azienda ha risentito del terremoto del 6 aprile 2009?

Solo un grande spavento, ma noi siamo sulla costa e quindi non abbiamo avuto danni. Come Compagnia delle opere e banco alimentare abbiamo mandato subito derrate e avviato un bando privato per il progetto 'Ricrea', con il quale abbiamo raccolto soldi per far ripartire le micro e piccole aziende aquilane che hanno subìto danni.

Cosa pensa delle aziende aquilane in crisi a causa del sisma?

Posso dire quello che ho visto, come cittadino, potrei anche sbagliarmi ma parlerò dell’impressione personale che ho avuto. Ci sono senza dubbio problemi per reperire fondi e risorse, ma ho notato che poche sono le aziende aquilane che hanno una struttura per sostenere quello che è accaduto. Da un lato ho visto rivendicare da parte delle ditte il desiderio di fare le cose da sé, dall’altro ho notato che in molti con le proprie forze non ce la fanno. Ci sono tante aziende aquilane che sono già ripartite, quelle che hanno un prodotto e una tecnologia e altre no. Non è che forse si usa il terremoto in modo un po’ strumentale per nascondere le proprie magagne? È sicuro che non ci siano aziende che andavano già male prima del sisma e continuano ad andare male anche ora? Bisogna guardare caso per caso e scommettere su chi crea valore, altrimenti il terremoto diventa l’alibi per tutti.

Ci sono molte aziende strozzate dai debiti della pubblica amministrazione. Crede se ne uscirà mai?

Io non lavoro per scelta con la pubblica amministrazione. Le generazioni moderne non devono illudersi che lo Stato possa fare chissà che. Mi dispiace che ci siano aziende molto esposte nei confronti della pa, ma non è sano che arrivino a far dipendere il 90% del loro fatturato dallo Stato. Una delle basi dell’economia è la diversificazione del rischio e lo so per certo perché lavoro con multinazionali che sono come ministeri. Se la mia azienda si facesse assorbire per il 90% del suo fatturato da un solo cliente e quest'ultimo avesse problemi economici, trascinerebbe nel baratro anche me. Vorrebbe dire che non ho condotto la mia azienda in modo equilibrato e sano. Ed è qui che entra in gioco il senso di responsabilità.

Questo problema dei debiti della pa sta causando molti suicidi tra gli imprenditori...

Questo dimostra che la crisi è dell’uomo, prima che dell’economia. È una crisi valoriale. Mai identificare la consistenza della propria persona con quello che si fa. Si arriva a quel punto perché ci si vergogna di chiedere aiuto nella società dell’immagine. Per esperienza personale, posso dire che sarebbe stato tutto più difficile se nei momenti di crisi non avessi avuto l’appoggio e l’aiuto di amici imprenditori con i quali condividere i problemi. La solitudine è una morsa che schiaccia.

Ha aperto una fabbrica in Cina perché la manodopera costa meno?

Non è quella la ratio, anche perché quello che faccio in Cina è prodotto esclusivamente per la Cina. Sono cose che in Europa non facciamo più da 15 anni. In Oriente creiamo sempre macchine speciali automatiche, ma in linea con la tecnologia che serve lì, che non è avanzata come in Europa. A Shanghai non abbiamo reparti di ricerca e sviluppo che invece sono qui. Anche in Cina ci sono settori che investono nell’Hi tech, ma quei tipi prodotti li acquistano in Italia.



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