TUTTI I NOMI IN LIZZA, MA UN SONDAGGIO SUL MAGGIORITARIO INGUAIA I DEM;
D'ALFONSO AGO DELLA BILANCIA, D'ALESSANDRO, GATTI E TUTTE LE SFIDE

ELEZIONI POLITICHE 2018: IL TOTO CANDIDATI
IMPAZZA, IL PD RISCHIA BRUTTO ALLA CAMERA

Pubblicazione: 02 novembre 2017 alle ore 06:55

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L’AQUILA - Una novità sondaggistica sconvolge il “toto candidati” per le Politiche 2018: il centrosinistra abruzzese rischia il “cappotto” alla Camera alle prossime elezioni con la nuova legge elettorale Rosatellum 2.0.

Difatti, nei “derby” nome contro nome previsti dalla parte del sistema maggioritario, che eleggerà 7 dei 21 parlamentari abruzzesi e, in particolare, 5 deputati, secondo un sondaggio Ipsos di Nando Pagnoncelli diffuso dal Corriere della Sera, potrebbe finire con 3 seggi al Movimento 5 stelle e 2 al centrodestra, lasciando a 0 Partito democratico e alleati.

È solo un sondaggio acerbissimo, ma la tendenza è un primo campanello d’allarme e questo scenario influenza già il “toto”, pure al momento grondante aspiranti parlamentari, ma destinato a scremarsi via via che le possibilità di elezione si faranno più ardue e sul campo resteranno solo i “campioni” di preferenze.

Non sono state diffuse, al momento, proiezioni sui 2 senatori che verranno eletti con il maggioritario, né sui rimanenti 14 parlamentari, 9 deputati e 5 senatori, che arriveranno dai listini bloccati del proporzionale.

Ma anche lì è guerra aperta tra le nuove proposte e la pattuglia degli uscenti che puntano più o meno tutti alla conferma in tutti gli schieramenti, senza contare i nomi che verranno giocoforza paracadutati da Roma e a cui bisognerà comunque trovare posto come da desiderata dei livelli nazionali del partito.

Altra variabile impazzita, la componente femminile, prevista al minimo al 40%, che costringerà a fare i conti anche con le legittime aspirazioni delle candidate, in cerca di conferma o nuove di zecca.

QUI CENTROSINISTRA

Dalle parti del centrosinistra, la premessa doverosa sarà capire che cosa farà Giovanni Legnini: eletto vice presidente del Consiglio superiore della magistratura nel settembre 2014, salvo sorprese dovrebbe rimanere in carica un intero quadriennio e, quindi, saltare questo giro.

Legnini è ormai, comunque, una “riserva della Repubblica”, accreditato come outsider per palazzo Chigi come perfino per il Quirinale: al momento opportuno sarà protagonista assoluto, ma verosimilmente non ora.

Ciò detto, la variabile impazzita è il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, che solo un anno fa si vedeva deputato e a seguire anche ministro delle Infrastrutture.

Poi, con la progressiva riduzione del consenso plebiscitario di Matteo Renzi, l’ambizione è scesa man mano e nella recente cena dello “Scudo di Achille”, questo il nome dato al nuovo programma per l’Abruzzo, è arrivata la silente ufficializzazione della ricandidatura a governatore nel 2019, puntando a un bis mai riuscito a nessun uscente.

Appena qualche giorno fa ha provato ancora a bluffare: “Punto alle primarie per la presidenza della Regione, ma se chiamasse il governo...”. Ma il governo non chiamerà.

Resterà, insomma, una decisione incerta fino alla fine, c’è da giurarlo, ma lo scenario su cui si ragiona ora è questo. E l’assenza di D’Alfonso dalle candidature alle Politiche fa respirare un po’ l’assembramento di aspiranti che, comunque, resta stipato al massimo.

Per la Camera, nel campo del Pd il nome certo è il consigliere regionale Camillo D’Alessandro, presidente dell’assemblea regionale dem, che a luglio ha annunciato la volontà di compiere il grande passo verso Roma dopo aver ricoperto quasi tutti i ruoli possibili in maggioranza e opposizione all’Emiciclo.

Per lui ci sarebbe uno dei due collegi uninominali chietini, se vorrà testare le sue preferenze personali (4.762 alle Regionali 2014), ma il sondaggio Ipsos ora fa tremare, oppure dovrà giocarsela al proporzionale per spuntare la casella di capolista al listino proporzionale Chieti-Pescara, mica facile.

Tra i consiglieri regionali potrebbero puntare a un seggio anche gli assessori Silvio Paolucci, chietino, che, però, D’Alfonso tratterrebbe più che volentieri con sé a continuare sbrigare le beghe della sanità e del bilancio; Donato Di Matteo, pescarese, quest’ultimo comunque con un piede nei dem e l’altro in Articolo 1 se arrivasse una proposta di candidatura nazionale; Dino Pepe, teramano, che però ha appena perso il congresso provinciale.

Se la vedrebbero con uscenti, e pronti alla riconferma, davvero agguerriti: Maria Amato a Chieti, Antonio Castricone e Vittoria D’Incecco a Pescara, e Tommaso Ginoble a Teramo.

Altro nome pesante pronto a invadere le liste è il presidente del Consiglio regionale, Giuseppe Di Pangrazio, marsicano, secondo quanto appreso da fonti a lui vicino già convocato a Roma con la proposta di schierarsi nel delicato uninominale-maggioritario. Se accettasse, in Regione metterebbe a tacere il dissenso nei suoi confronti e le voci di mozioni di sfiducia nel cassetto e, per il futuro, lascerebbe campo libero a presidiare l’ente al fratello Giovanni, ex sindaco di Avezzano (L’Aquila) e dirigente della Provincia dell’Aquila.

Non escluso un duello con Stefania Pezzopane, vice presidente della Giunta per le immunità di palazzo Madama, protagonista della cacciata di Berlusconi dai banchi, più volte sottosegretario annunciato ma mai promossa e a caccia del salto di qualità e definitivo; la riconferma dovrà, comunque, sudarsela.

Chi a dispetto delle smentite di rito vorrebbe tornare in Parlamento, dov’è già stato per due mandati, è l’ex sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente: come l’amica Stefania e gli altri dovrà misurarsi con le possibili primarie per stabilire l’ordine nelle liste, ma prima ha le forche caudine del congresso comunale dove si è candidato alla segreteria contro tutto e tutti, sfidando il giovane uscente Stefano Albano che avrà pure perso le elezioni amministrative, ma ha una maggioranza blindata di tessere.

Una disfatta cialentiana o perfino la retromarcia rischierebbero di tenerlo fuori. In ogni caso, da pronostici L’Aquila città dovrebbe finire per avere, comunque, un solo candidato forte.

Eppure dal capoluogo, con il placet di D’Alfonso, non si esclude neanche una candidatura “riparatoria” per l’ex presidente della società idrica Gran Sasso Acqua Americo Di Benedetto, sconfitto al ballottaggio per la fascia tricolore e fin qui parso poco a suo agio nella battagliera vita del consigliere d’opposizione, vista la sua pacatezza nello stile e scarsa propensione agli attacchi politici di guerriglia.

Anche l’ex presidente della Provincia e sindaco di Pratola Peligna, Antonio De Crescentiis, anelerebbe a un posto nelle liste del proporzionale del collegio aquilano-teramano, dopo essersi ritrovato nel giro di due mesi fuori da ogni carica istituzionale.

A proposito di presidenti della Provincia, in questo caso in carica, si vocifera, da Teramo, una corsa per Renzo Di Sabatino e da Pescara per Antonio Di Marco.

Uscendo dal perimetro democratico, il mattatore annunciato è Andrea Gerosolimo, che ha colonizzato a destra e a manca enti e amministrazioni locali allargandosi a macchia d’olio dalla sua Sulmona, ma per i meccanismi della legge dovrà trovare delle insegne nazionali in cui far confluire il suo esperimento civico “Abruzzo insieme” che a suo dire conta 400 amministratori.

Nonostante sia uno dei politici con più consensi (5.535 voti alle Regionali), difficile possa giocarsela al maggioritario: in base alle ripartizioni geografiche già anticipate da AbruzzoWeb, la sua Valle Peligna confluirebbe nel distretto chietino separandosi dalla Marsica che tanto si è speso a invadere; molto più aperta la partita del proporzionale, tutto sta a vedere quale sarà la sua “maglietta”.

Tra i centristi vanno doverosamente citati gli ex centrodestra di Alternativa popolare: un veterano della Camera come Paolo Tancredi, prima ancora senatore, vice presidente della commissione Esteri, sarebbe stato una presenza ingombrante nel nuovo schieramento, ma è destinato alla Consob (Commissione nazionale per le società e la borsa) e starà a posto per i prossimi 7 anni.

Al suo posto, secondo uno scenario già anticipato da questo giornale, entrerebbe in surroga Massimo Verrecchia, marsicano, come primo dei non eletti della vecchia lista del Popolo della libertà, pronto poi, tra qualche mese, a una staffetta per candidare il consigliere regionale teramano e tancrediano Giorgio D’Ignazio: quest’ultimo, però, con il centrosinistra ha spesso giurato di non volerci stare e allora la cosa si complica.

E l’Unione di centro? Enrico Di Giuseppantonio è certo un nome spendibile, ma hai visto mai che non possa essere schierato anche un profilo come quello dell’aquilano Raffaele Daniele. Visti i meccanismi del Rosatellum e la scarna consistenza numerica cui si è ridotta, comunque, la Vela dovrà allearsi per forza e quindi stringersi un po’ nelle liste.

Giorgio De Matteis, rientrato per un soffio in Consiglio comunale aquilano, sembra invece avere in testa il chiodo fisso del ritorno in Regione con rivincita incorporata, dopo aver toppato alle Politiche 2013.

Centro democratico potrebbe schierare il consigliere Maurizio Di Nicola, ma anche uno tra i coordinatori provinciali Giuseppe Previti (Chieti), Venanzio Cretarola (L'Aquila, ma uscito malconcio dalle comunali con i Socialisti) o Marcello Mellozzi (Teramo).

Il sindaco di Canistro (L’Aquila) ed ex assessore regionale di centrodestra Angelo Di Paolo, invece, ha ricambiato campo, tornando nel centrodestra, dopo essersi dimesso da coordinatore regionale di Cd e aver aderito al movimento Idea di Gaetano Quagliariello (altro eletto in Abruzzo cinque anni fa da ricollocare).

Mutevoli gli scenari della sinistra. Si può mettere la mano sul fuoco sul grande ritorno di Maurizio Acerbo, già deputato nel biennio prodiano, divenuto segretario nazionale di Rifondazione comunista e pronto a giocarsi una rentrée a Montecitorio: chissà che la sua carica comunque non lo porti a essere infilato nel listino bloccato proporzionale in qualche collegio più “rosso” con elezione più probabile rispetto al suo territorio d’origine.

E ancora: Articolo 1 dovrebbe giocarsi la riconferma di Gianni Melilla, ma chissà che il sottosegretario regionale Mario Mazzocca non possa farsi ingolosire; Sinistra italiana, depredata dai bersaniani, magari metterà in campo il coordinatore regionale Daniele Licheri; nel Partito socialista probabile una sortita del segretario regionale Giorgio D’Ambrosio, dell’ex Massimo Carugno o del leader aquilano Gianni Padovani, ma per tutti questo zero speranze di elezione senza alleanze.

QUI CENTRODESTRA

Nel centrodestra è tornato a spirare l’ottimismo dopo la riconquista dell’Aquila e Avezzano, e gli entusiasmi si stanno ripartendo tra chi tra due anni pensa di battere D’Alfonso e conquistare la Regione e chi, invece, ritiene che sarà Silvio Berlusconi, con Matteo Salvini e Giorgia Meloni a spuntarla nel più prossimo voto politico.

Gli uscenti sono tanti, soprattutto al Senato perché cinque anni fa, a sorpresa, il Pdl sbancò in regione rovesciando i pronostici nazionali: Antonio Razzi, per fare un nome, ci riproverà senz’altro a dispetto delle antipatie che suscita nei livelli locali del partito.

E Filippo Piccone? Boh, è in Ap ma ha assicurato che non sarà mai di centrosinistra. Certo i rapporti con i forzisti sono vicini al gelo, anche a lui serve una “casa” politica.

A proposito di Alternativa popolare. Qualcun altro degli uscenti, nel frattempo, si è ricollocato, come Federica Chiavaroli, sottosegretario alla Giustizia e leader regionale e nazionale degli alfaniani, che a rigor di logica dovrebbe giocarsi un posto nel centrosinistra nel collegio del Senato Chieti-Pescara del maggioritario o ancora, all’arma bianca, in quello unico regionale del proporzionale.

Tutte da valutare le mosse del deputato ed ex senatore Pdl Fabrizio Di Stefano: secondo una diffusa vulgata, potrebbe essere lui lo sfidante di D’Alfonso nel 2019 per la poltrona al piano più alto di palazzo Silone, ma gli scenari forzisti sono sempre complessi e mutevoli, magari vorrà restare a Roma.

E che farà il suo storico delfino, ora più che in grado di camminare con le proprie gambe, Mauro Febbo? Lui pure si vede parlamentare, così come, d’altronde, il “gemello” di lotta (oggi) e di governo (ieri) all’Emiciclo, Lorenzo Sospiri, e sarebbe scontro fratricida tra forzisti nell’asfissiante collegio chietino-pescarese.

Un candidatissimo è Nazario Pagano, relegato all’attività di partito da ormai 3 anni e voglioso di tornare in pista; dopo aver resistito a strali, congiure e disfatte è rimasto in sella, ha riscalato il consenso grazie alle vittorie alle comunali e ora si attende la candidatura in posizione di sicura elezione nel proporzionale.

L’incognita è il sindaco di Chieti, Umberto Di Primio, rientrato in Fi con la benedizione dello stesso Berlusconi che l’ha onorato di citazione come uomo nuovo: potrebbe essere intercambiabile con Di Stefano per una corsa in Parlamento oppure per la carica di governatore.

L’Aquila rivendica un posto, e di rilievo, non avendo un parlamentare di centrodestra da decenni, al netto di Sabatino Aracu che, comunque, era espressione delle gerarchie di partito, non squisitamente del territorio, così come Marcello De Angelis.

L’ipotesi ventilata è quella del nuovo vice sindaco, Guido Liris, che è anche vice presidente di Fi, e che viene spesso accreditato di ambizioni sulla Regione, ma certo non disdegnerebbe Roma: era già settimo in lista nel 2013, sfiorando, a conti fatti, un’incredibile elezione.

E certo anche Fratelli d’Italia non disdegnerebbe una discesa in campo in prima persona dello stesso sindaco aquilano, Pierluigi Biondi, accreditato di un consenso fortissimo tra la gente e, soprattutto, amico di lunga data della Meloni.

In futuro sarà un pezzo grosso di Fdi, questo lo pensano in molti, ma al momento i plurimi impegni nella gestione del capoluogo e l’apertura di credito conquistata al ballottaggio con una rimonta record sul primo turno rendono l’ipotesi non praticabile. Probabile che i meloniani si giochino, così, gli attuali responsabili Etel Sigismondi e Giandonato Morra.

Tra i salviniani, sempre di sponda aquilana, non si esclude una candidatura dell’assessore Emanuele Imprudente, tra i maggiorenti del partito, molto attivo nei primi mesi di Giunta; anche qui, però, l’interesse a una carriera politica più ampia dell’ambito comunale fin qui battuto con successo deve ancora prendere una direzione precisa tra il Consiglio regionale e il Parlamento.

Le ambizioni aquilane sono giustificate dall’occasione di dover sfidare, nei collegi, un ciclo che sembra ormai al tramonto, ovvero quello della grandeur della politica teramana che portò Gianni Chiodi alla presidenza della Regione e tutti i suoi compagni d’armi in Giunta. Eppure il presidente della foto con Obama è tra i pochi ad avere un rapporto diretto con Berlusconi e chi lo dà per finito potrebbe risvegliarsi con amare sorprese.

Non sarà una sorpresa, invece, l’attuale punta di diamante del fronte teramano, Paolo Gatti, top scorer alle Regionali 2014 con 10 mila voti, vice presidente del Consiglio, ma annoiato e un po’ ingrigito dal ruolo all’opposizione: sarà sicuramente della partita con l’obiettivo di centrare l’elezione mancata invece 5 anni fa.

QUI CINQUE STELLE

Le regole dei pentastellati sono tremende. A dispetto di questa rigidità, secondo quanto appreso potrebbero ambire a una seconda candidatura i parlamentari abruzzesi uscenti, ovvero i deputati Andrea Colletti, Gianluca Vacca e Daniele Del Grosso, i senatori Enza Blundo e Gianluca Castaldi, tutti al primo mandato.

Chi di loro andrà nel maggioritario, contando sulla forza indiscussa del simbolo, ma rischiando di prendere scoppole per gli scarsi consensi personali che, almeno fin qui, hanno accompagnato il Movimento in Abruzzo? Chi resterà nel proporzionale e in che ordine?

Ci sarà spazio per nuove proposte, come i consiglieri regionali, da Sara Marcozzi in giù, o le rampanti pescaresi Enrica Sabatini ed Erika Alessandrini, che però secondo norme dovrebbero finire i rispettivi mandati, o anche come l’aquilano Fausto Corti, tenutosi prudentemente alla larga dalle disastrose amministrative?

I citati vincoli di mandato verranno mantenuti o ci sarà un allargamento dei criteri per sostenere senza lasciare nulla d’intentato la corsa a premier di Luigi Di Maio con quanti più cavalli di razza?

Quali illustri signor nessuno usciranno dalle elezioni parlamentarie e diverranno onorevoli della Repubblica? Tutti interrogativi oggi precoci ,a che presto o tardi dovranno avere risposte.



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