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DONG, IL GIOVANE CINESE CHE AMA L'AQUILA
''IL NATALE LO PASSO QUI, SOGNANDO DI DIPINGERE''

Pubblicazione: 24 dicembre 2013 alle ore 09:13

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L'AQUILA - Il suo nome sembra un suono, “Dong”, un martello che batte su un metallo. In realtà Xu Dong in cinese è una vera e propria poesie: sole dell'alba.

Dong è nato a Jiangsu, una provincia della Repubblica Popolare Cinese, collocata lungo la costa Est, in una cittadina che i cinesi reputano piccola, “con solo 5 milioni e mezzo di abitanti”, praticamente grande come Roma.

È figlio unico a causa della politica di controllo delle nascite attuata dal governo cinese alla fine degli anni '70 da Deng Xiao Ping, che impedisce alle coppie di avere più di un figlio ad eccezione delle famiglie rurali che, nel caso in cui il primo figlio sia femmina, possono ritentare con un secondo.

Dong è arrivato in Italia tre anni fa, sotto lo sguardo vigile del padre che gli ha dato la possibilità di girare il mondo.

Ora ha 24 anni di cui tre trascorsi nella città che ama, L'Aquila, e che non vorrebbe lasciare neanche dopo la laurea in pittura che sta per conseguire all'Accademia delle Belle Arti.

Dong è stato uno dei primi studenti di nazionalità cinese dell'istituto, si può dire che abbia spianato la strada a quelli che sono arrivati dopo di lui, un numero che continua a crescere a vista d'occhio.

Quanti giovani di origine cinese studiano oggi all'Accademia delle Belle Arti?

Circa 45.

E quanti erano tre anni fa?

Tre.

Come si arriva dalla Cina proprio a L'Aquila?

In Cina ci sono diverse agenzie a pagamento che danno molte informazioni su tutte le Accademia delle Belle Arti italiane. Io e molti miei amici abbiamo scelto questa del capoluogo abruzzese perché volevamo vivere in una città piccola, tranquilla.

Quando è arrivato in Italia?

Nel 2010, per frequentare il mio primo anno in Accademia. Il terremoto c'era stato da meno di un anno e avevo tanta paura, soprattutto perché si sentivano ancora le scosse. Di cinesi eravamo in tre, e con noi erano tutti molto gentili e disponibili. Ho conosciuto persone che sono diventati per me come fratelli, Pasquale Cimino, Bruna e Angela Francione, che hanno avuto la pazienza di aiutarmi in tutto e spiegarmi, a parole e gesti, le lezioni, il piano di studi e tutto quello che serviva.

E ora?

Ora l'aria è un po' cambiata, facciamo più fatica a integrarci.

Qual è il problema più grande?

La lingua. Io abito con alcuni italiani e l'ho imparata subito. Ma gli altri sono più timidi e vivono ed escono solo con cinesi, facendo così difficoltà ad imparare l'italiano e a socializzare. Spesso sbagliamo a fare le cose perché non capiamo bene come funzionano, come ad esempio, la raccolta differenziata.

E perché vale la pena vivere qui?

L'Italia è ricca di cultura, e le persone sono molto più rilassate. In Cina, a 25 anni, un ragazzo deve pensare al lavoro, alla moglie e ai figli. Qui, invece, quando ho detto ai miei amici che mi volevo sposare mi hanno detto che ero matto e che dovevo pensare a divertirmi. Oppure, quando sono arrivato, ho visto per la prima volta uno sciopero, nel mio paese conosciamo la parola, ma non ne ho mai visto e sentito parlare di uno solo. Un'altra caratteristica che non mi piace del mio paese d'origine è la pianificazione familiare, le famiglie possono avere solo un figlio, e solo se il primo nasce femmina, allora possono averne un secondo nella speranza che sia maschio.

Vuole rimanere?

Sì, mi piace l'Italia e vorrei trovare un lavoro attinente ai miei studi di pittura. Appena sono partito mio padre mi ha detto che sono il figlio maschio e devo girare il mondo. Ed è quello che voglio fare in questo momento.

Tornerà a casa per Natale?

No. Il volo costa troppo e all'Accademia abbiamo solo due settimane di stop, non ne vale la pena. Tornerò in estate.

Se lei avesse la possibilità di fare una richiesta al sindaco dell'Aquila Massimo Cialente, cosa chiederebbe?

Vorrei che si facessero gemellaggi tra Italia e Cina. Gli scambi culturali sono all'origine della conoscenza e della tolleranza tra popoli, è importante conoscere gli usi e i costumi diversi dai nostri. E poi, vorrei dire che anche se non riusciamo a spiegarlo bene, noi amiamo L'Aquila, e se sbagliamo, non vogliamo fare del male a nessuno, vogliamo solo riuscire a integrarci.



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