Dario Pallotta con la maglia dell'Avezzano rugby
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di Alessia Lombardo
L’AQUILA - È stato definito dalla leggenda della palla ovale Massimo Mascioletti “il rugbista più famoso del mondo”.
Nato ad Avezzano (L'Aquila), Dario Pallotta è stato spesso associato alla città dell'Aquila, oltre che per la sua militanza nelle fila neroverdi, per l'impegno e la tenacia dimostrata nelle drammatiche ore del post terremoto del 6 aprile 2009: "la nostra L'Aquila" come ama chiamarla.
“Intercettato” tra un impegno e l’altro, il rugbista marsicano, che nel 2009 è stato decretato dalla stampa “miglior sportivo abruzzese” ed è stato recentemente insignito della medaglia di Bronzo al merito Civile dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per aver contribuito nella tragica notte del sisma all’evacuazione del reparto di Geriatria dell’ospedale San Salvatore , racconta ad AbruzzoWeb la nascita della propria vita sportiva e le decisioni assunte dopo il sisma, che ha inevitabilmente cambiato la propria vita.
Ereditando la predisposizione per i media dal papà Stefano, presidente regionale dell'Ordine dei giornalisti, Dario coglie l’occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, mettendo per la prima volta i punti sulle “i” sulle scelte effettuate dopo il sisma riguardo il proprio ruolo mediatico.
Per il tre quarti, reduce dalla promozione in serie A2 nella passata stagione con l’Avezzano, c’è stata infatti anche la possibilità che si aprisse la porta rossa della casa più spiata d’Italia: per nulla affascinato dall’occhio indiscreto del Grande Fratello, il rugbista classe ’85, che in campo può esprimersi da ala, centro o esterno, si è dedicato ai libri, conseguendo la laurea in Scienze giuridiche alla Sapienza di Roma.
Per tre stagioni in forza nell’Aquila Rugby, Pallotta ammette di aver lasciato il cuore nel capoluogo d’Abruzzo dove torna quando può per ritrovare qualche amico.
Sincero e schietto, approfitta per ricordare l’amico e compagno Lorenzo Sebastiani, che ha perso la vita la notte del terremoto; memoria e ricordi e per evidenziare come chi indossa oggi e vestirà domani la casacca neroverde avrà una grande missione.
Dagli hobby curiosi e inediti, con il suo tono di voce fermo e qualche silenzio di troppo l’ex Azzurro (è stato convocato con la nazionale di rugby "seven") si tradisce facendo carpire che bolle qualcosa in pentola e che in futuro ci potrebbe essere spazio al di là del rugby e dell’università per altre esperienze.
Sicuramente tornerà a far parlare di sé e di certo saprà come farlo.
In quali circostanze hai scoperto la tua passione per la palla ovale?
Ho iniziato per la scarsa voglia di andare a scuola assieme a Federico Sisso, un mio attuale compagno di squadra. Era primavera e andammo al campo di rugby in via dei Gladioli di Avezzano, il campo era in erba e giocavamo con una palla strana, mai vista prima. Giorno dopo giorno questa passione è cresciuta; all’epoca pesavo 100 chili quindi anche fisicamente c’ero.
Iniziai a giocare un anno con la squadra giovanile dell’Avezzano, poi a 18-19 anni incominciai a fare delle presenze in prima squadra fino a conquistare una promozione in serie B e a giocare l’anno successivo in serie A, quando ancora il girone era unico (non c’era l’attuale separazione in A1 e A2 ndr), poi dopo c’è stata la retrocessione.
Come sei arrivato a vestire la maglia dell’Aquila Rugby?
All’Aquila mi portò Loreto Cucchiarelli. Venivo da una vita universitaria e la vita da professionista fu un po’ traumatica. Nel primo anno il mio allenatore era Darren Coleman, mentre nel secondo Massimo Mascioletti, che mi prese per le orecchie e mi mise davanti a una scelta: giocare a rugby da professionista o praticare questo sport a tempo perso. È stato, come è noto a tutti, un grande motivatore. Sottolineo che hanno contribuito a formarmi rugbisticamente Alberto Santucci (attuale coach dell’Avezzano ndr) che mi ha insegnato i fondamentali, Cucchiarelli e Mascioletti con il quale ho appreso maggiore qualità.
Nella tua carriera sportiva c’è anche l’esperienza con la Nazionale italiana seven…
È stata una lunga parentesi. Il 10 novembre 2008, giorno del mio compleanno, ho ricevuto numerosi auguri. Inizialmente pensavo fossero per gli anni (sorride), poi ho capito che erano per la convocazione al mio primo raduno fatto a Roma. Da quello sono seguiti numerosi raduni in cui ho giocato bene tanto da partecipare al torneo più ambito da ogni rugbista, alla manifestazione ovale più ambita nell’Est, Uruguay e Argentina, che coincide con il Capodanno in costume. Dopo un anno sono uscito dal giro perché vestire la maglia azzurra richiede molti sacrifici e, appena ho “allentato” un po’, c’era già qualcun altro pronto a sostituirmi perché migliore di me. Queste cose vanno così.
Sei reduce da un campionato vinto con l’Avezzano. Hai appena recuperato un infortunio. Quali sono gli obiettivi della stagione con i gialloneri?
La passata stagione ho conquistato la mia seconda promozione. Diciamo che sono reduce da alcuni acciacchi. La nostra è una squadra di amici che gioca istintivamente e spesso paga la poca esperienza. Il nostro obiettivo è in primis divertirci e poi restare in serie A per divertirci.
Torniamo alla notte del 6 aprile 2009. Una data che segnerà la tua vita anche per la scomparsa del tuo amico e compagno Lorenzo Sebastiani
In quei giorni è venuto a mancare qualcosa dentro di me e dentro la squadra. “Ciccio” era una persona dal grande spessore e dall’inconfondibile sorriso. Quando gli allenamenti erano duri e le cose andavano male c’era lui che portava sempre il buonumore. È stato il compagno aquilano con cui ho stretto maggiormente e tutt’ora sono rimasto in buoni rapporti con la sua famiglia. Il destino è strano: per una volta che non eravamo insieme è successo l’impensabile. Da lì in poi ho iniziato a giocare per il suo nome. Lui resterà sempre in me e nella storia dell’Aquila Rugby, soprattutto oggi che è una squadra per la maggior parte di aquilani.
Sei stato uno dei rugbisti più "mediatici" di tutti i tempi. Anche se “corteggiato” dalla televisione hai scelto di stare lontano dallo schermo, perché?
La mia scelta mi ha premiato con la prima laurea, che ho conseguito a ottobre 2011, in Scienze giuridiche alla "Sapienza" di Roma, mentre ora sono iscritto alla specialistica in Giurisprudenza e mi mancano sei esami. La decisione è stata presa in base alle circostanze. Io non sono un terremotato e ho deciso di parlare dell’Aquila Rugby per non far spegnere i riflettori sulla nostra città. Con il terremoto ho perso un pezzo del mio cuore.
Se avessi voluto approfittare della visibilità mediatica non sarei tornato a casa mia ad Avezzano. Mi è stato proposto di entrare nella casa del Grande Fratello e di partecipare in altri reality televisivi, ma erano cose che non mi interessavano. Io ho la coscienza pulita. Se tornerò a parlare dell’Aquila sarà perché ho voglia. Ormai è una città abbandonata a se stessa e di conseguenza nascono dei movimenti civici spontanei per testimoniare il disagio che si vive giornalmente.
Torniamo a parlare di cose meno serie. Curiosità e passioni oltre al rugby?
Colleziono cappelli e occhiali e preciso che li indosso principalmente perché non ci vedo (sorride). Ho la passione per la campagna e quando posso mi ritiro lì con i miei amici. Recentemente ho restaurato un baule di metà Ottocento.
Come ti vedono gli altri e come sei effettivamente?
All’apparenza risulto simpatico, ma alla sostanza sono un po’ chiuso. Mi piace stare da solo.
Quale sarà il futuro di Dario Pallotta in campo e fuori?
Forse qualche anno fa ti avrei risposto con precisione. Oggi ti dico che se sapessi come dovrei morire non mi divertirei così. Non lo so, forse un domani potrei anche tornare a giocare con L’Aquila Rugby. Vivo giorno dopo giorno e mi piace prefiggermi e raggiungere degli obiettivi in tempi brevi. Sono anche tornato single e il cerchio si chiude con la vita che faccio (risata).
15 Gennaio 2012 - 08:00 - © RIPRODUZIONE RISERVATA
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