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DANILO BALDUCCI, DALLA GUERRA AL TERREMOTO,
VITA E SCATTI DI UN FOTOREPORTER AQUILANO

Pubblicazione: 08 marzo 2013 alle ore 08:37

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L'AQUILA - Da Miami all'Aquila, da Los Angeles all'Aia e poi Toronto, Barcellona, Londra, Venezia, Milano.

La fama del fotografo aquilano Danilo Balducci calca le gallerie di tutto il mondo, e con la sua macchina fotografica non sta mai fermo, Georgia, Kosovo, Ruanda, Mar Baltico, Mar Nero, Tanzania, Azerbaigian.

È un fotorepoter e il suo obiettivo inquadra i dissidi dell'uomo, le guerre civili, le stragi del passato, esprime i dolori che l'uomo a parole non può raccontare.

Può sembrare un'analisi troppo lusinghiera, ma nei suoi silenzi, nei suoi non detti, il fotografo nato nel capoluogo d'Abruzzo ma cittadino del mondo racconta una realtà che è difficile da scoprire. E proprio nel momento più tragico della sua città, lui è uscito di casa e ha fatto foto. Il suo libro si intitola Tra cielo e terra ed è stato pubblicato nel 2010.

“Quando c'è stato il terremoto ho deciso di raccontare quello che stava succedendo, la macchina fotografica crea uno scudo naturale per mantenere un distacco 'umano', all'Aquila lo scudo non c'era - racconta Danilo ad AbruzzoWeb - Ma sono un fotografo e il mio mestiere è fare foto”.

Quando ha iniziato a dedicarsi alla fotografia?

Mi sono innamorato della foto mentre facevo il poliziotto, ho lasciato il mio lavoro e mi sono iscritto all'Isfci (Istituto superiore di fotografia e comunicazione integrata) di Roma, dove ho fatto il master triennale e mi sono specializzato in reportage. Nel 1999 ho iniziato a viaggiare, sono partito come freelance per il Kosovo, volevo fare questa esperienza. Sono andato a Pristina dove c'era ancora la guerra. Il mio primo lavoro è stato proprio con i profughi.

Per quale motivo ha scelto il reportage?

A me piaceva fare moda e mi sarebbe piaciuto specializzarmi in quello, poi un amico mi ha detto di accompagnarlo in Puglia a fare degli scatti ai profughi, l'ho seguito e sono rimasto folgorato da quelle persone. Scambiare sensasioni ed emozioni con loro mi è piaciuto tantissimo. Ho lasciato moda e ho iniziato a studiare reportage con Dario Coletti, che me lo ha fatto amare.

Un fotogiornalista aquilano come ha vissuto il terremoto e la tragedia del capoluogo abruzzese?

Quella notte ero all'Aquila, la prima cosa che ho fatto è stata prendere la fotocamera e uscire. Il problema è stato quando, uscito di casa, intorno a me c'erano le persone care, che conoscevo. E allora la macchina fotografica non mi ha fatto da scudo.

Lei ha vissuto la guerra, portando al mondo testimonianza di quello che c'è fuori dalle quattro mura domestiche. In questo caso, quando le sue mura domestiche sono diventate un “campo di battaglia”, cosa ha fatto? Ha scelto di abbassare l'obiettivo?

No. Una delle prime foto che ho scattato è stata a un pompiere che stendeva un telo verde su una ragazza senza vita, e lui mi ha tirato addosso un sasso dicendomi “sciacallo”. Sempre all'Aquila ho visto fotografi creare le foto, spostare le cose, alzare detriti, mettere le persone in una certa posizione, ovunque ti giravi c'era di tutto. Ho visto un fotografo far mettere in ginocchio un amico dove era morta una persona, dicendogli di piangere. L'etica del fotografo è una cosa molto soggettiva, molti fotoreporter si sono uccisi per avere immortalato alcune scene, per aver visto cose troppo difficili da sopportare.

Per esempio?

Kevin Carter ha vinto il premio Pulitzer nel 1994 con uno scatto dell'anno precedente in Sudan, raffigurante una bambina denutrita che si trascina a terra, seguita a vista da un avvoltoio poco distante. Un mese dopo si è suicidato. La mia idea invece è questa, e adotto una nota citazione “Un albero che cade nel bosco se non fa rumore non lo ascolta nessuno”: io faccio il fotografo e quindi faccio le foto. Ho abbassato la macchina molte volte, ora non più.

Qualche mese fa all'Aquila c'è stato un concerto in cui il cantante, accerchiato da uno stuolo di fotocamere disse che in città c'erano più fotografi che persone. Lei che ne pensa?

Adesso con il digitale è facile fare foto, l'importante è come si fanno. Per i corsi e ricorsi storici ci troviamo di fronte a quello che successe quando Eastman tirò fuori la sua Kodak e la mise sul mercato a un prezzo esiguo. Tutti se la comprarono e diventarono fotografi. Secondo me col digitale sta succedendo la stessa cosa. Il  problema vero, però, è l'alfabetizzazione del ricevente, dei giornali e del pubblico. Se il pubblico non discerne la foto fatta male da quella fatta bene, dilagherà l'ignoranza, perché uno scatto fatto di fretta e magari anche male costa la metà, e ai giornali conviene. Siamo invasi dalla stampa free press.

Dove vive?

Vivo sia a Roma che all'Aquila, dove insegno Fotografia all'Accademia delle Belle Arti. Sono aquilano a tutti gli effetti, ma come si suol dire “nessuno è profeta in patria”.

Adesso a cosa sta lavorando?

A Natale sono stato in Georgia, in Abkhazia, e sto finendo di scansionare le foto. Da poco ho iniziato il lavoro sul Mar Nero, e poi a febbraio a Roma è stata inaugurata una mia mostra intitolata Still, sui luoghi della memoria in Estonia, Lettonia e Lituania, dove ci sono state le stragi naziste. Sono foto intimistiche, è la mia lettura dell'uomo. In questo lavoro sono tornato indietro, ho usato tutte macchine fotografiche degli anni '40, volevo riavere la pasta delle foto antiche, con il fuori fuoco laterale, le aberrazioni ottiche. Ho scattato con Agfa box e una vecchia Rolleicord. E poi sto dando vita a una mia idea, dedicata agli homeless. Ho visto molti lavori sui senzatetto e pochi me ne piacciono, io vorrei dare loro più dignità e cerco di avere con loro un rapporto umano, mi ritrovo spesso a mangiarci insieme o a chiacchierarci per ore.

Com'è il suo rapporto con il post-produzione e con Photoshop?

Photoshop lo uso solo nei limiti della camera oscura, quindi lavoro solo sulla luminosità e il contrasto. Non ritaglio mai, se la foto è sbagliata la butto. Amo la fotografia anlogica. La post-produco nei limiti della camera oscura, niente metto, niente tolgo e niente taglio.

Qual è stato il suo viaggio più bello e quello più rischioso?

Per me i viaggi son tutti belli, un posto che mi è rimasto dentro è l'Africa. Per le sensazioni, la luce, la diversità. Forse ci son legato perché è stato uno dei primi viaggi, nel 2000 stavo in Ruanda. Spesso ho rischiato la vita, c'è sempre il pericolo di prendersi una pallottola. Il viaggio più rischioso, forse, è stato in Kosovo, dove siamo finiti con la macchina in un campo di mine, oppure in Azerbaigian, dove ci hanno arrestato perché stavamo fotografando cose che non dovevamo, siamo stati un giorno intero in carcere, alcune foto le abbiamo cancellate, altre le abbiano nascoste, facendo “sparire” le compact flash.

Progetti futuri?

Fare foto.

Biglietti aerei in tasca?

Ne ho solo uno per la Lettonia. Mi hanno scelto tra i fotografi per un incontro di reportage. Partirò a maggio.



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