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DALL'AFRICA PER SALVARSI, ORA FA L'AMBULANTE
''VOI AQUILANI MI CAPITE PERCHE' AVETE SOFFERTO''

Pubblicazione: 30 marzo 2013 alle ore 08:16

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L'AQUILA - Alla fine del 2012 lascia la sua Nigeria per l'Italia.

D. ha 28 anni, da quando ne ha 14 è "in costante sofferenza, ma la Bibbia tiene su la mia anima". Alle sue spalle una terra di disastri provocati in primis dall'invasione di forze sovranazionali, le moderne multinazionali. 

La regola? "Sottrarre ogni bene agli abitanti e abbandonarli a politici corrotti e miliziani che difendono il territorio per nome e per conto di chi comanda".

Adesso il suo mondo è Roma, quartier generale della sua attività di ambulante insieme a chissà quanti altri, e L'Aquila, come luogo per vendere sciarpe, calze, accendini. Rigorosamente davanti a un centro commerciale.

"Fa male dover lasciare il posto in cui si è nati, dove le ricchezze sono a completa disposizione di pochissimi e la fame, la miseria, l'immoralità, le guerre tra gruppi religiosi segnano la vita di milioni di persone", ci dice D., che ha appena accettato di raccontarci la sua storia.

Seduti al tavolino di un bar aquilano, passiamo un po' di tempo con questo ragazzone dagli occhi tristi e il sorriso sincero che aiuta una signora anziana a caricare la spesa in macchina e le chiede con estrema educazione se vuole comprare qualcosa dal suo carrello carico di sciarpe e calzini, o se al massimo è possibile tenere l'euro inserito nella fessurina per sbloccare il carrello. 

Se la risposta è negativa, può capitare che lo sia in entrambi i casi, D. ringrazia, regala un "Dio la benedica" e tira avanti.

D., dicevamo, ha ventotto anni, Se li è caricati in spalla uno dopo l'altro e ha detto un arrivederci che sa quasi, quasi, di addio, a un padre e una sorella gemella che sono ancora lì, lontanissimi. A quel papà così importante per la sua formazione morale, il papà che gli raccontava la guerra per l'Indipendenza vissuta da bambino, il papà che vive come può, da solo, con i segni di un brutto incidente. Da solo, perché mamma non c'è più da dieci anni.

"Ma in Nigeria ho pure la fidanzata". La fidanzata che aspetta di sentirlo al telefono per illudersi che presto si rivedranno e si sposeranno.

"Voglio sposarla, è il mio sogno. Dovrò lottare parecchio per realizzarlo".

La Nigeria però sanguinava e sanguina troppo, impossibile resistere. Fin quando la sua famiglia ha potuto reggere l'economia dominante, le cose non sono andate male.  "Si cercava di sopravvivere in un modo o nell'altro", spiega D., che, pure se costretto a lasciare la scuola, riusciva a trovare una via per vendere vestiti, poi quell'economia si sgretolava per soddisfare le fauci di pochissimi e tutto andava in rovina. E, ciliegina sulla torta, "si inaspriva la tensione tra cristiani e musulmani."Spero in un bel messaggio di pace da Papa Francesco".

D. in Africa cesceva in fretta, in Africa si può essere adulti per necessità fin dalla primissima adolescenza, e mentre cresceva la delinquenza dilagava definitivamente. Mentre D. cresceva, svanivano i modi più civili per arginarla. Bombe, malattie, povertà estrema.

E allora, si rende conto che non si può più aspettare, mette insieme quel poco che ha e si affida ad amici e conoscenti già in Italia.

"Il tuo cellulare sul tavolo dalle mie parti scatenerebbe il coltello o la pistola di qualsiasi passante", ammonisce D. con un realismo non stucchevole, il realismo comprensibile soltanto a chi è stato costretto ad affrontarlo senza difese.

"E sai qual è uno degli aspetti più assurdi? I colpevoli, quelli che distruggono il nostro futuro, stanno a Londra o negli Usa, nei quartieri delle società che strozzano le economie mondiali. La gente vede solo le milizie che fanno il lavoro sporco. Come fai a combattere cho opera a migliaia e migliaia di chilometri di distanza?". Puro realismo. All'Aquila se ne trova altrettanto e in forme diverse. D. non poteva non accorgersene.

"Mi sono accorto che qui all'Aquila c'è tanta sofferenza - dice - mi capita di cercare di vendere qualcosa a chi mi risponde 'c'è la crisi, sono disoccupato, ho dei figli da mantenere ma non arrivo alla fine del mese'. E mi rendo conto che non si può togliere neanche un euro a chi vive in difficoltà. Però voi aquilani siete molto generosi, non so come foste prima del terremoto, di cui hanno parlato anche in Nigeria, ma la solidarietà tra persone semplici c'è, lo so perché tre o quattro giorni a settimana sono qui in città. I miei amici che vivono in Germania mi dicono che lì la maggior parte delle persone non ha cuore nei confronti di chi soffre. Voi italiani invece siete speciali, anche se il razzismo esiste a Roma e in tante altre città d'Italia, da quello che mi raccontano e che vivo in prima persona".

Il ragazzone D. racconta pesando con attenzione le parole mentre pasteggia una Peroni.

Ci passano accanto due ragazzi russi, avranno poco più di 16 anni ma già hanno interiorizzato l'età adulta. Nell'aria deflagra una terrificante bestemmia in lingua madre che se scritta in cirillico su un foglio bianco lo incenerirebbe all'istante. Uno dei due pochi minuti dopo esce da un negozio avvinghiato a una ragazzina italiana, a mo' di proprietà. Quella ragazzina, per ora, è roba sua. D. li osserva senza commentare.

"Mio papà e mia mamma mi hanno insegnato ciò che disse Gesù - racconta - io mi aggrappo sempre alla fede quando il mondo mi crolla addosso. Potevo mettermi a vendere droga o a far prostituire le ragazze, ma i soldi facili sono un'arma del demonio, non è per me. Io voglio costruirmi qualcosa pezzo dopo pezzo con le mie forze, onestamente. So che è durissima, sarà durissima, ma Dio esiste e io so che il Paradiso è possibile anche qui sulla Terra".

Quasi tutta la settimana D. è nel capoluogo abruzzese. Deve vendere per incassare un po' di soldini in tempi di crisi e che non sia facile lo abbiamo già scritto qualche riga più su. Sì, ma quando è qui dove dorme? "All'aperto, un po' dove capita. Spesso non da solo, ci sono anche gli altri ambulanti neri come me. Spazi larghi e lontani dai luoghi abitati, ci si arrangia, se si può, dove non fa così freddo. Per fortuna sta arrivando la primavera. Il freddo di questi mesi è stato duro da superare".

D., con cui chiacchieriamo in inglese, nel giro di tre mesi ha imparato l'italiano essenziale per un venditore di strada. "Per favore, signora, perché non compra qualcosa?", Posso tenere l'euro del suo carrello?", "Le chiedo scusa per il disturbo".

"A qualcuno la presenza di ambulanti stranieri fuori dai centri commerciali dà molto fastidio - ammette D. mentre finisce la sua Peroni - eppure, qui all'Aquila la maggioranza della gente è comprensiva. Siete belle persone, si sente che avete sofferto per qualcosa di brutto. Solo chi ha provato sulla propria pelle una grande sofferenza come il terremoto può comprendere la sofferenza altrui".

Per la cronaca, D. passerà la Santa Pasqua a Roma. Poi tornerà sotto il Gran Sasso. Imparerà nuove parole in italiano e cercherà con forza di sconfiggere la crisi insieme agli altri, italiani e nigeriani, russi e albanesi, romeni e bulgari.

"Un giorno proverò a tornare in Nigeria, vorrei cercare di sistemarmi di nuovo nella mia terra. Non so se ci riuscirò, ma fin quando avrò la Bibbia con me avrò anche la forza per resistere. L'America? No, io guarderò sempre all'Europa".

"Spero di incontrarti di nuovo - ci saluta il ragazzone D., sistemato dentro un giaccone chiaro- se torni a trovarmi porta un pallone da calcio. Mi manca tanto giocare pallone, mio papà era un ottimo giocatore e io me la cavo benone".

Il sorriso di D. si apre a fisarmonica quando il pomeriggio inizia a morire. Il suo carrello è ancora pieno, ha venduto poco poco, ma gli è bastato ripensare a quando correva dietro a un pallone nella sua Nigeria per sentirsi felice e senza guai.

Almeno per qualche istante. 



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