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DAL TEATRO A L'AQUILA FINO A 'UN POSTO AL SOLE':
STEFANO MORETTI, ''QUESTA CITTA' E' DENTRO DI ME''

Pubblicazione: 06 luglio 2014 alle ore 09:06

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L’AQUILA - "L’Aquila è la mia terra. La mia famiglia e le mie radici sono là. Non riesco a star lontano per più di quattro settimane di fila".

Così Stefano Moretti, giovane e talentuoso attore aquilano appena entrato a far parte del cast di della celebre soap Un posto al sole,girata nel centro di produzione Rai di Napoli, parla di sé e del legame con la sua città natale. 

Il giovane talento si è formato artisticamente nella fucina teatrale de 'Il piccolo resto' scuola di teatro diretta da Daniele Fracassi ed Eva Martelli, per poi proseguire la sua formazione a Roma nel Centro Internazionale di Cinema e Teatro diretto da Francesca De Sapio.

Moretti è infatti uno di quegli artisti 'nostrani' che, per passione e per necessità, è stato costretto a spostarsi e a girare per l’Italia, ma che non ha mai dimenticato l'amore che lo lega alla sua terra d’origine. 

A testimoniarlo, nel 2010, anche una tesi di laurea in Ingegneria sulla ricostruzione urbana all'interno delle mura aquilane.

Dal 26 maggio scorso si trova sul set di Un posto al sole, fiction Rai, nella veste dell’irriverente Dj Scheggia, un personaggio particolare che, a detta dello stesso giovane attore, gli "regala a ogni ciak un’iniezione di adrenalina".

Ed è il secondo aquilano a figurare nella serie dopo Annalisa De Simone, che interpreta il personaggio di Francesca Savarese.

Stefano, ci parli un po' di lei. 

Sono nato all’Aquila. Lì ho fatto tutte le scuole, compresa università e prima scuola di recitazione. Era una bella città, ci sono cresciuto bene. Dico sempre che sono cresciuto a piedi e anche adesso, che sono a Roma, mi sono creato una dimensione simile nel quartiere dove sto.

Come e quando è nata in lei questa passione per il mondo dello spettacolo?

Non parlerei di passione per il mondo dello spettacolo. La passione, semmai, ce l’ho per la recitazione. Il fantomatico mondo dello spettacolo non è altro che la cornice in cui posso esprimerla. Racconto sempre, comunque, che la voglia di recitare è nata presto. A 3 anni imitavo i personaggi più strani, a 5 facevo spettacoli per zii e nonni nel salotto di casa. Poveri loro! Non credo che le sceneggiature fossero delle più raffinate.

La sua famiglia, i suoi amici aquilani, l'hanno sostenuta nel corso del suo percorso formativo?

Sappiamo bene come vanno queste cose. Difficilmente la famiglia incoraggia un percorso artistico, a meno che i genitori non siano artisti anche loro, oppure aspiranti manager. Perciò ho una storia piuttosto comune, fatta di piccole battaglie, bugie a fin di bene e tanta determinata tenacia. Gli amici sono diversi, loro sanno guardare più facilmente ai tuoi desideri perché non si preoccupano del tuo portafoglio. Direi che è stata L’Aquila, comunque, a darmi gli strumenti per cominciare: 'Il Piccolo Resto', che è la scuola d’arte drammatica che ho frequentato dal 2005, mi ha permesso di dare forma a una passione ancora allo stato grezzo.

Viene quindi dal teatro: come è stato passare dal palcoscenico alla macchina da presa?

Un po’ lo fai d’istinto. I primi anni ho partecipato a qualche cortometraggio: succede che la prima volta ti odi, la seconda ti disprezzi, poi pian piano cominci a far pace con la tua immagine e ne diventi consapevole. Poi due anni fa sono entrato in una scuola straordinaria per il lavoro con la macchina da presa: un laboratorio permanente sul metodo in cui impari a raffinare di molto pensieri, intenzioni e controllo del corpo per arrivare alla naturalezza.

Dopo tanta fatica, finalmente un primo risultato concreto: l'hanno chiamata per interpretare Dj Scheggia nella fiction 'Un posto al Sole'. Com’è andata?

All’inizio di marzo ricevo la convocazione per un provino su parte a Napoli. Ero con quattro soldi in tasca. Mi sono detto “Spero tanto che abbiano selezionato accuratamente, perché se mi fanno andare fin là tanto per cambiare aria mi sento male”. In passato, infatti, avevo avuto qualche esperienza sconfortante in giro per l’Italia, di convocazioni a provini in cui ti senti dire cose tipo “Lo cerchiamo più alto”. E tu vorresti tanto rompere qualcosa perché la tua altezza era scritta alla terza riga del curriculum che nessuno ha letto. Di Napoli, in ogni caso, si dicono un sacco di cose, ma io quel giorno ho trovato grande professionalità di tutto l’ufficio casting. Poi, ovviamente, ci ho messo anche del mio: sono arrivato praticamente già in parte: in ritardo e di gran corsa. È quello che succede a Scheggia di ritorno da Ibiza e ho creato di fatto la stessa situazione dello stralcio di sceneggiatura che avevo ricevuto. Credo che loro del casting abbiano visto Stefano soltanto dopo, a telecamere spente. Per il resto Scheggia si era già materializzato.

Ci parli del suo personaggio: chi è Scheggia? Che legami avrà con gli altri personaggi?

Giacomo Schenardi, in arte 'Dj Scheggia', è un personaggio che mi regala a ogni ciak un’iniezione di adrenalina. Straripante, irriverente, provocatorio, lavora nella radio diretta da Michele Saviani, interpretato da Alberto Rossi, con un’idea di giornalismo e informazione lontana dalla deontologia rigorosa del suo direttore editoriale. Gli scontri con Michele segnano sul fronte professionale la vicenda di Scheggia nella soap. È un conflitto non solo di opinioni, ma anche generazionale. Sul fronte affettivo e sulle relative dinamiche, gli sviluppi si potranno conoscere solo guardando la soap.

Le riprese sono cominciate da poco. Come si trova sul set? 

Magnificamente. Sono stato accolto bene sia dai colleghi attori, sia dallo staff della redazione, dall’ufficio stampa, casting, coach, amministrazione, tecnici, costumisti, truccatori e, infine, registi. Tutti coloro che si avvicendano sul set, sono una grande famiglia che mi subito ha accolto a braccia aperte.

Vive a Roma, ora lavora a Napoli, ma le sye origini sono abruzzesi. Che legame ha con L’Aquila?.

L’Aquila è la mia terra. La mia famiglia e le mie radici sono là. Non riesco a star lontano per più di quattro settimane di fila. In estate poi, è una vera scialuppa di salvataggio quando Roma brucia e tu puoi rifugiarti tra le montagne. D’inverno un po’ meno, anche se pure il camino ha il suo fascino.

Anche dopo il terremoto e tutti i problemi che ne sono scaturiti? 

Certo, per chi ricorda L’Aquila prima del 6 aprile 2009 è difficile trovare un ordine allo stato attuale delle cose. Gli aquilani si stanno misurando con un momento cruciale della loro storia, che può dare esiti felici oppure no. Nel 2010 mi sono laureato in Architettura e Ingegneria Edile con una tesi su un progetto di ricostruzione di un’area urbana dentro le mura aquilane. L’ho chiamata “reversione” perché trovavo che “ricostruzione” fosse un concetto troppo statico e che si dovesse invece ripensare il modello insediativo, nel rispetto dell’identità storica del luogo, per una qualità di vita ancora migliore.

Avevo visitato Gemona del Friuli, dove, a fine anni Settanta, la ricostruzione si era spinta fino alla riorganizzazione delle proprietà dei singoli a vantaggio della forma della città. Una volta conclusa, mi sono accorto che la mia proposta non si sarebbe potuta applicare in un luogo in cui al primo posto viene messa la proprietà e in cui i proprietari, di fronte all’esigenza di demolire e ricostruire, non vogliono allargare lo sguardo oltre il proprio recinto.

Un legame molto forte. Quando, come e perché ha deciso di andare via allora?

Proprio dopo essermi accorto dei limiti di cui parlavo prima. A quel punto ho deciso di spostarmi a Roma, dove ho cominciato a lavorare a progetti internazionali dello Studio Fuksas, mentre all’Aquila accadeva l’opposto di quello che avrei sperato. Ho rivolto l’attenzione ad altro e non credo di dovermene vergognare perché in fondo la vita corre veloce e ognuno dev’essere libero di scegliere il luogo più adatto a sé. Anzi, forse addirittura rivendico l’onestà di dire che se non posso agire per la mia città in quella che mi sembra la giusta direzione, rinuncio anche alla tentazione economica e mi tiro fuori lasciando che le cose facciano il loro corso. In fondo, chi sono io per dire cosa è giusto, per predire il futuro? È la collettività a dover scrivere la propria storia.

Crede che il mondo dello spettacolo possa dare una spinta alla rinascita della città? In che modo?

Non credo che la spettacolarizzazione della tragedia serva a molto. L’informazione e l’approfondimento giornalistico sono una cosa, la strumentalizzazione sentimentale un’altra. Mi è capitato di leggere delle sceneggiature di progetti cinematografici collocati all’Aquila a cavallo del terremoto, che lasciavano sgomenti per la pretestuosità dell’ambientazione. Mi sono chiesto: se queste storielle potrebbero benissimo essere ambientate in altri contesti, cosa ci aspettiamo che producano per la nostra città? Molto probabilmente, niente. Sarebbe interessante, piuttosto, se l’Abruzzo trovasse un motore produttivo in ambito cinematografico, cosa che al momento manca  davvero, ma anche chiaramente che lo facesse nell’ottica imprenditoriale della cosa: un film non è solo espressione artistica ma anche operazione economica. C’è bisogno di buoni prodotti in grado di attrarre spettatori. Questo sì che sarebbe un orgoglio.

Dovesse raggiungere un giorno tutti gli obiettivi che si è prefissato professionalmente, si attiverebbe per L'Aquila? Cercherebbe di farla conoscere e di valorizzarla? In che modo?

Per il momento sono ancora concentrato su piccoli obiettivi, che riguardano la mia crescita. Qualche passaggio televisivo non può essere un punto d’arrivo: c’è ancora tutto in ballo. In questo settore, devi lavorare costantemente per costruirti una continuità. Aspettiamo e vediamo.

Ha progetti al momento?

In questi giorni sto partecipando alle selezioni del Teatro Stabile d’Abruzzo per l’allestimento dell’Odissea, che andrà in scena a luglio a L’Aquila nella cornice magica delle 99 Cannelle. E intanto, nelle pause tra le riprese, continuo la scrittura di un mio progetto, sempre per il palcoscenico, che spero veda la luce al più presto.

Visti tutti questi risultati, è soddisfatto di quello che ha fatto fino a oggi?

Sono soddisfatto, sì. Una soddisfazione insolita per un perfezionista. Le prime conferme arrivano anche dal pubblico sulla rete e dalla produzione. Ne sono felice e cerco di fare del mio meglio ogni giorno, a ogni scena. L’impegno e la qualità sono alla base, se vuoi farti notare.



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