DA YARA A MELANIA: LIBRO DI UN'AQUILANA SUGLI ''OGGETTI'' DEL REATO

Pubblicazione: 19 febbraio 2012 alle ore 10:02

Melania Rea
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L'AQUILA - Chi può dimenticare omicidi brutali come il delitto di Cogne, l'omicidio di Erika e Omar, la strage di Erba, le ultime atroci morti di Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, poco più che bambine, e della giovane mamma di Summa Vesuviana, Melania Rea?

Gli organi di informazione hanno abituato gli italiani a processi mediatici lunghi e strazianti che coinvolgono gli spettatori nelle vite e nei dolori di famiglie lontane che finiscono, invece, per entrare nella quotidianità delle persone in maniera ossessiva.
 
Queste morti prive di significato, conseguenza di momenti di follia, istanti unici in cui la coscienza viene meno, spaventano e confondono, ma fanno anche riflettere sulla natura dell'uomo: imprevedibile istinto bestiale che fa uccidere.
 
A tutto questo ha cercato di dare una spiegazione, nel corso di un'intervista con AbruzzoWeb, l'aquilana Selene Pascasi, avvocato, presidente territoriale dell’Associazione matrimonialisti italiani, giornalista collaboratrice del gruppo Il Sole 24 ore e autrice, a quattro mani con il criminologo Vincenzo Lusa, del libro, La persona oggetto di Reato (G. Giappichelli Editore, 2011).
 
"Abbiamo sentito l’esigenza - ha spiegato la Pascasi - di esaminare tali reati e di soffermarci, in particolar modo, sull’omicidio, analizzando tutti i casi previsti dal codice penale, dal colposo al doloso, dal preterintenzionale a quello 'stradale'".
 
La Pascasi ha voluto condividere il risultato di indagini svolte su 300 casi reali di reato, tra cui un numero consistente di omicidi, ma anche casi di stalking o violenze familiari, cercando di far luce sulle cause psichiatriche che possono spingere qualcuno a uccidere.
 
"Ma anche le recentissime 'perizie genetiche', possono aiutare - ha chiarito la Pascasi - Perché sta prendendo sempre più piede l'idea che omicidi violenti nell'ambito della famiglia possano essere causati da percezioni alterate della realtà dovute ad anomalie genetiche".
 
Avvocato com’è nata l'idea di questo libro analisi e della collaborazione con il criminologo Vincenzo Lusa?
 
L’idea è partita proprio dal mio collega Lusa, che stimo profondamente e che colgo l’occasione per ringraziare. Me ne ha parlato, e insieme ci siamo imbarcati in questo viaggio fatto di studi, di riflessioni, di confronti. Si è trattato di un percorso che c’è costato un grande impegno, molta dedizione e ricerche, ma anche soddisfazione per aver trattato una materia che amiamo entrambi. Circa un anno di lavoro in totale, tra analisi dei casi, più di 300, tutti recentissimi, e stesura del libro.
 
Nel volume trattate molti casi di omicidio. Avete affrontato il problema dal punto di vista psicologico? Le persone cercano di trovare una spiegazione alle morti ingiustificate, la certezza che ci sia una causa rassicura...
 
Ovviamente abbiamo affrontato l'omicidio dal punto di vista psicologico anche perché il mio collega è criminologo. Molto spesso un omicidio violento e non premeditato è causato da una malattia psichiatrica. Nella maggior parte dei casi, la malattia è causata da violenze e abusi subiti nell'età infantile: le vittime diventano i carnefici.
 
Solo malattie psichiatriche possono essere la causa scatenante della violenza?
 
Ultimamente oltre ai fattori psichiatrici si stanno prendendo in esame anche quelli genetici. A volte la follia improvvisa ha cause biologiche, una malformazione celebrale, polimorfismi genetici che causano una reazione alterata a una condizione di stress e portano all'omicidio. Tocca al giudice appurare se si tratta davvero d’incapacità di intendere e di volere, di predisposizione genetica o se invece l'omicidio è avvenuto in piena consapevolezza.
 
La domanda di molti è se è possibile che i familiari non si accorgano di niente prima della tragedia. Possibile che non ci sia qualche segnale?
 
È difficile individuare i segnali, il più delle volte si parla di familiari, persone che si amano. Infatti sono in aumento i crimini all'interno delle famiglie: momenti di violenza improvvisa. Poi, in realtà i segnali di problemi psicologici ci sono, si pensi agli stalker d'amore innocente. Finisce una storia e la persona abbandonata comincia ad avere attenzioni anomale e assillanti: mazzi di rose, biglietti con parole dolci. Nessuno penserebbe di trovarsi davanti a uno stalking, invece è un modo subdolo, un confezionamento non violento dello stesso reato. Anche in questi casi bisogna anticipare lo stalker, denunciandolo, non è detto che la situazione non sfoci, in seguito, nella violenza.
 
Ci dobbiamo guardare le spalle da chi ci sta vicino? Se si pensa alle morti assurde di Sarah e Yara viene da chiedersi: i genitori devono tenere i figli dentro casa?
 
I genitori di oggi fanno i moderni, vogliono rispettare la privacy dei figli e invece dovrebbero intromettersi un po' di più nella loro vita. Anche perché a meno che non si parli di serial killer, l'assassino è quasi sempre chi è più vicino: sono quasi sempre "omicidi d'impeto".
 
Crede che i processi mediatici, salotti ossessivi sui casi d'omicidio, siano eticamente corretti? Non si rischia di non rispettare le famiglie coinvolte? Serve davvero parlarne tanto?
 
A mio parere si dovrebbe rispettare il "diritto all'oblio", ossia il diritto di essere dimenticati dall'opinione pubblica e non messi sulla gogna. I processi mediatici scavano nelle vite delle famiglie ben oltre quello che interessa il caso. I salotti televisivi non dovrebbero interessarsi a tutto quello che non è pertinente all'omicidio, ma questo non accade sempre.
 
Vedere la violenza, secondo lei, fa nascere altra violenza? C'è il pericolo di essere spinti a emulare gli assassini?
 
Solo nel caso dei serial killer perché emulano per competizione o per delirio di onnipotenza. Di solito gli omicidi d'impeto avvengono in maniera improvvisa: un momento di black out. Non può essere un desiderio di emulazione a spingere una madre a uccider il figlio. Tanto è vero che spesso per lo shock si rimuove l'accaduto. Molte volte se un assassino si dichiara innocente e perché non ricorda di aver ucciso. Il lavoro di chi indaga su una morte deve essere quello di scoprire, più che la modalità, il perché di un omicidio: che voleva fare l'assassiono? Questo soprattutto affinché le pene siano proporzionate alla colpa. Un omicidio d'impeto ha un peso ben diverso da un omicidio premeditato.


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