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CINEMATIK: FRANCESCA TAMPIERI, DALL'ITALIA
A LOS ANGELES, UNA MAKE UP ARTIST DA EMMY

Pubblicazione: 20 maggio 2013 alle ore 08:08

Francesca Tampieri
di

L'AQUILA - Francesca Tampieri, un’eccellenza italiana, fresca vincitrice, a Los Angeles, dell’Emmy Awards, l’oscar tv americano, per la serie western «Hatfield and McCoys» del regista statunitense Kevin Reynolds, ora sul set di “Anita B.” di Roberto Faenza, giovane ma con una prestigiosa carriera di successo alle spalle, nel cinema, nella tv, nella moda, nella pubblicità e al fianco di star quali Madonna, Anne Hathaway, Sharon Stone, Lady Gaga, le Destiny’s Child, Rihanna, racconta, soprattutto per chi ha il sogno di diventare un grande make up artist, come ha iniziato, come è arrivata al successo, quale sia il suo metodo di lavoro.

Cosa ricordi della tua esperienza nella serie western «Hatfield and McCoys» per cui hai appena vinto il prestigioso Emmy a Los Angeles?

Quattro mesi di registrazione in Romania, cinque scene al giorno, una cosa folle, il regista statunitense, Kevin Reynolds, è prettamente cinematografico quindi per lui era come stesse girando un film, non un prodotto televisivo, molto lungo con tutte le dovizie del caso. La storia parla di un’antica faida, avvenuta tra i McCoy e gli Hartfield, durante gli anni ottanta del diciannovesimo secolo nella Tug Valley, e si svolge in un lasso di tempo di circa 35 anni. Ma il ricordo più bello è quando un giorno guardai la mia digitale, avevo appena inserito la nuova scheda, e mi apparve la scena che avevamo appena girato in cui la ragazza, la protagonista femminile, la figlia di uno dei due del clan, è estremamente bella, appena dopo aver fatto l’amore. Poi conseguente, mi apparve, come scena successiva, quella della totale distruzione della stessa ragazza, prima di morire. Ecco lì mi sono resa conto che hai veramente il potere nelle mani perché con il trucco riesci a mistificare, il prima e dopo, i due estremi del personaggio. Ecco, questa è la ricerca che a me piace fare, estremizzare il carattere del personaggio e cesellare il personaggio stesso. È stato come fare un piccolo montaggio.

Qual è stata la tua formazione?

Sono cresciuta all’estero, dall’Africa all’Australia, dall’equatore in giù, fino alla punta del Sud Africa, da quando avevo 18 mesi e sono tornata che avevo 16 anni. I miei fratelli sono nati uno in Zambia e uno in Sud Africa, insomma sono di madre lingua inglese e così, quando sono tornata nella mia città, Bologna, venendo un po’ dalla concettualità anglossassone del pocket money, andando bene a scuola, ho patteggiato con mia madre per fare l’interprete nelle fiere. Alcuni clienti mi hanno portato a Milano dove ho letto la pubblicità della scuola di trucco di Stefano Anselmo. All’epoca ero interessata agli effetti speciali, avevo buttato giù qualche tela. Mi piaceva molto il materico, non il bidimensionale; non la pittura ma il creare in tridimensionale. Ho iniziato a frequentare l’Accademia, a lavorare dopo un anno, mi dicevano che ero brava: gli insegnanti mi trasmettevano e io prendevo e restituivo, per me era abbastanza semplice l’equazione, ho capito negli anni che non è sempre così.

Come è iniziata la tua carriera?

Per motivi personali, sono andata presto all’estero. Sono stata fortunata perché era America, ho imparato molto lì e poi ho girato in Europa, Amburgo, Parigi, ecc. Sono una ragazza madre ma dove mi mettevano, lavoravo, fino ai sei anni di Matteo quando ho pensato: dove faccio studiare mio figlio? All’epoca ero a New York e ho pensato che avrei preferito dargli una cultura europea e che poi sarebbe stato lui a decidere. Non volevo intrappolarlo nel sistema formativo americano che è abbastanza riduttivo e restrittivo e quindi siamo rientrati in Italia.

Quindi, nonostante la tua cultura internazionale, ami l’“italianità”?

Non sono mai stata di mente chiusa. L’“italianità”: abbiamo pregi e difetti, come tutti i popoli. Ma credo che quantomeno per il fatto che abbiamo una storia, una cultura e un patrimonio artistico così forte, abbiamo il dovere morale di coltivare tutto ciò e su questo non transigo. Con tutte le persone con cui ho lavorato negli anni, è sempre venuto fuori sia la parte storica, che artistica, che culturale, del fatto di essere italiana, mi hanno sempre dato merito di questo. Quindi per me è sempre stata una bandiera essere italiana, nel modo corretto di essere italiana, orgogliosa della propria storia, delle proprie radici.

Non è un periodo facile, lo sappiamo tutti, cosa consigli ai make up artist agli esordi?

Fondamentale è non chiudersi, non fissarsi su determinati punti acquisiti ma tentare sempre di sperimentare, di condividere sempre e comunque. Inoltre io ho preso dalla mia esperienza personale e ne ho fatto tesoro. Mi sono ritrovata nelle mani un’arte, arte perché poche persone lo sanno fare. Per esempio so lavorare i capelli etnici ed afro americani, perché ho sempre avuto le nannies in casa che mi intrecciavano i capelli e io, per gioco, li intrecciavo a loro. È abbastanza bizzarro, perché di solito è una cerchia molto chiusa. Così ho avuto la fortuna di lavorare con le Destiny’s Child e Rihanna. Anche il fatto che a 12 anni facevo la barba a mano a mio nonno perché era un signore di una certa tempra, a cui piaceva molto continuare a radersi senza usare il rasoio elettrico. Infine sempre essere curiosi di ciò che succede intorno per poi portarlo da te. Ciò significa andare a vedere una mostra, un’esposizione, tentare di capire che cosa significa un film del ‘47, come nel caso di “Anita B.” che stiamo girando adesso.

Qual è il tuo metodo di lavoro?

Semplicemente contestualizzare nel cosa è successo nel ‘47 a livello di storia dell’immagine e del costume? No, sbagliato, io devo estrapolare, andare e contestualizzarlo nell’atmosfera storica del momento. Il perché, il per come arriviamo a Praga nel ‘47. Cosa è successo 5 anni prima, 2 anni prima? Cosa succederà 2 anni dopo? Tutta questa contestualizzazione devi portarla tu. Adesso sto parlando di cinema ma è la stessa cosa in ambito pubblicitario e nella moda. Tentare di capire dove arriva un’ispirazione, perché va in quella direzione, perché in quel momento la tendenza sta andando in una direzione, perché lo vedi nel design, nella moda, nell’architettura. Tutto si sposta verso quell’atmosfera, quindi è inutile continuare a fare delle cose a punta, se poi tutta la tendenza visiva dell’immagine sta andando verso il tondo. Ho estremizzato i due concetti, però, in realtà, è il fatto di dover essere aggiornati, di essere al passo con quello che sta succedendo. La cosa bella del mio lavoro è sempre la riscoperta, la necessità, la voglia... Per me non è necessità ma è voglia e piacere di scoprire e di confrontarsi.

In ultimo il tuo consiglio per chi inizia ora il mestiere del make up artist e aspira ad arrivare ai tuoi livelli?

Ecco, proprio per i giovani adesso, io ho molti assistenti e tento sempre di farli ragionare su queste cose. Il trucco per me, l’immagine, parte dal cervello e attraversa il cuore, perché lo devi sentire e l’atto finale è l’imprinting che dai con la tua mano ma quello è solo ed esclusivamente l’atto finale. Credo sicuramente che chi, con più o meno fortuna, perché la fortuna aiuta tantissimo, se tu ami, appunto fortunatamente ciò che stai facendo, come in tutti i lavori, poi arrivano anche le semplificazioni e i riconoscimenti.



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