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RAPPORTO ISTAT: REGIONE IN LINEA CON COPERTURA INDICATA DALLA LEGGE, OLTRE 1.400 CONTATTI IN UN ANNO, SERVIZI EFFICACI; A L'AQUILA SI ATTENDONO ANCORA APPARTAMENTI PROGETTO CASE PER OSPITARE DONNE VITTIME E LORO FIGLI

CENTRI ANTI-VIOLENZA: IN ABRUZZO MODELLO MA SCARSI FONDI E POCHE CASE RIFUGIO

Pubblicazione: 14 novembre 2019 alle ore 07:31

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L'AQUILA- Per il rapporto Istat sui centri antiviolenza italiani, pubblicato nei giorni scorsi, i dieci abruzzesi rappresentano una delle migliori pratiche in Italia, per copertura territoriale, e per qualità del servizio, con la presa in carico di ben 466 vittime, su 1.440 contatti, in un solo anno.

Eppure le risorse economiche sono tremendamente scarse, per far fronte all'emergenza della violenza di genere, e a dir poco insufficienti sono anche i posti disponibili nelle case rifugio, dove ospitare donne in fuga dalle loro case, e da partner violenti e potenzialmente assassini. In particolare, ha dell'incredibile il ritardo registrato a L'Aquila, nell'individuare apena due appartamenti nei quartieri post sismici del progetto Case, tra i tanti vuoti, da utilizzare appunto come casa-rifugio. Una pratica che si trascina dal 2016. 

Quanto sia importante l'attività dei Centri antiviolenza lo ha ricordato solo l'ultimo caso di bestiale violenza domestica, verificatasi a L'Aquila, con vittima una giovane mamma picchiata ripetutamente dal marito, e perseguitata dopo la fuga da casa con la figlia piccola. La vittima si è però rivolta al Centro antiviolenza del capoluogo, che gli ha fornito sostegno psicologico, logistico e legale. E’ partita la denuncia, che ha portato l’uomo agli arresti domiciliari. Senza questo intervento, la violenza brutale avrebbe potuto anche arrivare al tragico epilogo, come accaduto a Nereto, la scorsa settimana, dove l'operaia romena  Michaela Roua, è  stata uccisa a coltellate, anche in questo caso dal marito.

Contattata da Abruzzoweb, Rosita Altobelli, coordinatrice del centro antivionenza dell'Aquila, spiega però che "si tratta solo dell'ultimo episodio, assurto in questo caso alle cronache: nell'ultimo mese si sono rivolte a noi otto donne, per maltrattamenti e anche violenze sessuali. Noi riusciamo a dare risposte, lavorando quasi tutte in modo volontario, ma servirebbero davvero più risorse economiche, e attenzioen da parte delle istituzioni".
 
Ovviamente è top secret dove la mamma e la sua bambina sono ora ospitate. Solitamente, non essendoci una casa rifugio nel capoluogo, le vittime vengono invitate nelle strutture di Pescara, Sulmona, 

"In totale - osserva  Rosita Altobelli - i posti a disposizione sono una ventina, e spesso ospitiamo le donne anche nei centri di Terni, Perugia e Roma. Ma  si pone il problema per le donne che devono lavorare i cui figli devono frequentare la scuola. Sarebbe importante aprire una casa rifugio qui a L'Aquila, visto il grande bacino di riferimento. La trattativa con il Comune è in corso, speriamo che sia la volta buona".

L'ultimo vibrante sollecito in una conferenza stampa del 10 ottobre, da parte della presidentessa del Centro, Simona Giannalgeli, al seguito della quale l'assessore comunale Francesco Bignotti, ha garantito di individuare e consegnare in tempi brevi, e finalmente, i due appartamenti del progetto Case, per un totale di dieci posti letto. 

La vicenda si trascina però da anni: la sede definitiva del Centro antiviolenza dell'Aquila, ora ospitato in un appartamento del Comune, dovrebbe sorgere nell'ex orfanotrofio nel complesso di Collemaggio, con annessa casa rifugio, secondo la convenzione sottoscritta nel 2015 tra Comune dell'Aquila e Provincia e finanziata con 3 milioni di euro, stanziati subito dopo il terremoto e destinati al sovvenzionamento di attività e progetti sociali. Ma si è ancora nella fase della gara di appalto, e ci vorranno anni.

Al netto di queste ed altre difficoltà, scorrendo le fitte tabelle allegate al rapporto Istat, realizzato in collaborazione con il Dipartimento per le Pari opportunità, il Cnr e le Regioni, sull’attività delle 253 strutture italiane nel 2017, si scopre che l’Abruzzo ha una rete territoriale tra le migliori, sia dal punto di vista quantitativo, con dieci centri operativi, che per efficacia. 

In Abruzzo sono operativi i centri di Pescara, L'Aquila, Teramo, Chieti, Avezzano, Sulmona, Ortona, Vasto, Lanciano e San Salvo, a cui si aggiungono tre case rifugio a Teramo, Pescara e Sulmona, più Casa Maja, interprovinciale. 

Quello che più conta è però il tasso di copertura, ovvero il numero di centri in relazione alle potenziali utenti, e in Abruzzo si scopre che la percentuale è la terza più alta in Italia: sono infatti operativi 1,7 centri ogni 100 mila donne, con età superiore ai 14 anni.

Migliore tasso dopo l'1,8 della Provincia autonoma di Bolzano e della Valle d'Aosta. Al di sopra della media italiana dello 0,9 centri ogni 100 mila donne. L’Abruzzo è poi una delle poche regioni che ha già centrato l’obiettivo fissato dalla legge 77 del 2013, che ha recepito la Convenzione di Istanbul, di un centro ogni 100 mila donne.

Nei centri antiviolenza abruzzesi, nell’anno del monitoraggio, che rappresenta comunque un andamento consolidato anche nel 2018 e durante il 2019, si sono rivolte 1.422 donne, e 466 di loro sono state prese in carico, con un percorso individualizzato di uscita dalla violenza. Di queste 85 sono donne straniere, 280 donne con figli, di cui 204 con figli minorenni.

In fase di intervento, 238 donne sono state indirizzate ai servizi territoriali, e 25 in case rifugio, o in altre sistemazioni.

Per quanto riguarda i servizi offerti, 9 su 10 dei centri abruzzesi, applicano metodologie per la valutazione del rischio di recidiva della violenza sulla donna, 6 su 10 hanno sportelli di ascolto. 

C’è infine l’aspetto economico: un Centro ha ovviamente dei costi. Solitamente sono ospitati in sedi pubbliche, con comodato gratuito, ma vanno pagate utenze, spese di gestione e legali, consulenze e prestazioni professionali, seppure calmierate.  Fonte di finanziamento principale è in Abruzzo sono i bandi annuali previsti dalla legge 31 del 2006, in media 20-30 mila euro a centro. Poi c’è la possibilità di partecipare a bandi europei e statali, e integrare con le donazioni. 

In base al rapporto Istat, le addette dei centri di violenza abruzzesi sono 103, di cui 41 a titolo completamente volontario. I compensi sono però generalmente minimi, con contratti occasionali, in base ai progetti.

"Nel centro dell'Aquila - tiene a precisare Altobelli - lavoriamo tutte a titolo gratuite, apparte due addette con contratti co.co.co., che non superano i 5 mila euro l'anno. Il problema è rappresentato anche dalla non certezza delle risorse, perchè il bando regionale, che pure è una misura positiva e apprezzabile, ha coperture, e fondi a dispsizione, che variano di anno in anno, e diventa pressochè impossibile una programmazione nel medio lungo periodo".

Eppure, si osserva nel rapporto, i Centri contribuiscono ogni giorno a salvare vite umane, a dispetto di una disponibilità di risorse neanche paragonabile, a quelle che ricevono enti e organismi di dubbia utilità. 

E tornando a L'Aquila, si è riusciti  in questi anni  a destinare, con solerzia, appartamenti vuoti del progetto Case alle famiglie dei finanzieri, ad emigrati dal Venezuela a L'Aquila, a calciatori e rugbisti. Ma non al Centro antiviolenza. 

 



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