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CENTOFANTI: TASTIERISTA-STAR
''HO IL CARATTERE D'ABRUZZO''

Pubblicazione: 11 aprile 2012 alle ore 08:00

Alessandro Centofanti
di

L'AQUILA - “Sono pianista, tastierista e organista, se non fossi diventato musicista avrei fatto l'architetto, ma sicuramente mi è andata meglio così”.

Alessandro Centofanti, musicista di successo nato a Sulmona (L'Aquila), naturalizzato romano, si racconta ad AbruzzoWeb.

Classe 1952, è stato tra i fondatori dei Libra, con Federico D'Andrea (voce e chitarra), Nicola Di Staso (chitarra e voce), Dino Cappa (basso e voce), David Walter (batteria e percussioni). Con loro ha girato l'Europa e gli Stati Uniti, facendo da spalla a Banco del Mutuo Soccorso, Frank Zappa, Chicago, Tubes, Steppenwoolf, Thee Immage e Pfm.

Amico inseparabile di Claudio Baglioni, ha collaborato con lui nella stesura della canzone che l'ha consacrato: Piccolo grande amore, e ha tracciato le basi per quella che sarebbe stata la sua vita e la sua carriera musicale.

Ora insegno alla Saint Louis Music College di Roma: "i tempi sono molto cambiati, si bada troppo all'aspetto estetico e poco ai contenuti”.

Come ha cominciato a fare musica?

La mia carriera è iniziata a Roma. Quando avevo 12 anni mio padre ha trovato lavoro nella Capitale e i miei genitori hanno deciso di lasciare Sulmona. Questa è stata la storia di molti abruzzesi emigrati.

Lei ha studiato come architetto, cosa l'ha spinta a mollare tutto e a “trasformarsi” in musicista?

Ho studiato architettura per cinque anni, ma la passione per la musica l'ho sempre avuta. In facoltà ho casualmente conosciuto Claudio Baglioni e insieme abbiamo iniziato a coltivare il nostro amore condiviso. Grazie a lui sono entrato nel mondo della musica e sin da subito le cose sono inziate ad andare bene.

Come è stato il primo incontro con Baglioni?

I nostri padri sono ex militari dell'Arma e ci siamo conosciuti al mare. La caserma organizzava spesso viaggi, un anno io non volevo andare ma sono stato convinto da mio padre che mi ha detto 'c'è anche il figlio del maresciallo Baglioni'. È stata una vacanza bellissima, suonavamo sempre sulla spiaggia e già avevamo un gruppetto di ragazze che ci seguiva.

E poi?

Poi.. Claudio non aveva neanche la patente e ovunque dovesse andare lo accompagnavo io. Studiavamo insieme, spesso uscivamo anche con le nostre fidanzatine. L'ho assistito mentre scriveva Piccolo grande amore. È stato fondamentale l'imprinting che mi ha trasmesso, perché dopo lo studio andavamo alla It, una piccola etichetta alla quale si affidavano anche Antonello Venditti e Francesco De Gregori. L'ambiente della Rca era piccolo e le persone chiamavano amici e conoscenti a suonare con loro. Era tutto coordinato e amicale.

Centofanti e Baglioni in una vecchia foto

In questo panorama, qual è stato l'artista che l'ha segnata maggiormente?

Le mie collaborazioni sono state molte, ma sicuramente una delle persone che mi ha colpito è stata Lucio Dalla. Ho lavorato con lui tra il 1976 e il 77, per il disco Come è profondo il mare. Era un uomo totalmente fuori dagli schemi, lontano dagli standard degli altri artisti, non lo si riusciva ad afferrare. Non si capiva quello che gli passava per la testa. Lavorando con lui ho dovuto mettere in discussione quello che ero e il mio modo di essere. Sono sempre stato abituato ad avere le idee chiare prima di iniziare a registrare un disco, invece lui andava molto a 'senso', non aveva una regola ben precisa, l'importante era avere idee vincenti, e lui le aveva.

Un altro uomo che mi ha segnato è stato Franco Battiato, era il 1983 e ho scoperto di lui un lato che non avrei mai immaginato. Vedere un artista di così grande successo, ma tranquillo e riservato, che non risente della popolarità, è cosa rara. Ero molto attratto dal suo modo di essere.

Qual è stato il concerto più bello e il concerto più brutto che lei ricorda?

Non ci sono concerti più o meno belli, ognuno è a sé. Quello più emozionante è stato con i Libra, quando aprivamo i concerti di Frank Zappa. Suonare sul suo stesso palco è un'esperienza che capita una volta nella vita. Eravamo nel Tennessee, in America, e alloggiavamo nel suo stesso albergo, io avevo la stanza accanto alla sua. Una sera mi trovavo sul corridoio e lo incrociai. Eravamo soli e io cercavo di schiacciarmi alla parete per farmi piccolo piccolo dalla vergogna. Lui quando mi ha visto mi ha fermato e mi ha chiesto se fossi un membro dei Libra. Mi ha detto che aveva ascoltato il nostro disco, che eravamo bravi e stavamo percorrendo la strada giusta. Non ci potevo credere, è stato un momento unico e irripetibile.

Il più brutto, invece, è stato un concerto con Antonello Venditti. Eravamo a Napoli, stavamo suonando quando è iniziato il temporale. Una tromba d'aria ha buttato giù l'americana, fortunatamente l'impalcatura si è accasciata su un palazzo e non è successa una tragedia. Ci siamo subito tutti sparpagliati e siamo tornati in albergo chi con la polizia, chi con le ambulanze.

Rimanendo in tema, ultimamente ci sono state due tragedie importanti a causa del crollo di un palco. Jovanotti e Laura Pausini, gli artisti che dovevano suonare ne sono rimasti profondamente scossi. Quale pensa sia la causa?

Mi sono informato su questi casi e sono storie molto tristi. Le americane sono strutture pesanti, e alla base devono avere una pavimentazione robusta. Ho saputo che a Reggio Calabria, nel caso della Pausini, il palasport dove doveva cantare era poco usato e la struttura vecchia. Mi sembra strano, però, che sia venuta giù così facilmente.

Com'è la vita da artista?

Non è facile. Ho lavorato sempre con persone poco convenzionali. Gente fuori gli schemi, quando si è famosi si entra in un'altra dimensione, che non è come stare con gli amici. Un artista in due righe deve condensare e trasmettere emozioni che le persone vivono in anni. Rino Gaetano, per esempio, era molto simpatico, scherzava sempre, ma nel privato era chiuso e introverso. De Gregori, invece, interiorizza tutto ed esprime pochissimo. Renato Zero, al contrario, è una prima donna, ama stare sempre al centro dell'attenzione.

Che ne pensa della musica attuale?

Purtroppo oggi la priorità dei ragazzi non sembra quella di “fare musica”, ma quella di diventare famosi. Hanno tanti strumenti per imparare e per modellare le sonorità, ma sembra che con l'aumento delle tecnologie peggiori il risultato. La musica che vale è ancora quella degli anni '70, salvo poche eccezioni. Spero comunque che si stia preparando una nuova primavera.

Qual è il consiglio che dà ai suoi allievi e ai giovani musicisti?

Di studiare la musica il più possibile, così da avere una buona base tecnica sulla quale sperimentare nuove sonorità. Che non sia un mero scimmiottare gli anni '70.

Per concludere, cosa le ha lasciato l'Abruzzo, la terra dove è nato?

Mi sento appartenente all'Abruzzo. Siete un popolo forte e duro, su di voi si può sempre contare. E sento che questa peculiarità del mio carattere viene dalla mia terra nativa.



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