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CALCIO: GIANCARLO CENTI, ''DALL'AQUILA ALL'INTER, ATALANTA IL TOP''

Pubblicazione: 21 agosto 2012 alle ore 08:08

Giancarlo Centi
di

L’AQUILA - Dai campetti dell’Oratoriana dell’Aquila all’Inter di Beccalossi e Altobelli, vincitrice della Coppa Italia, fino a diventare poi tecnico del settore giovanile al Como e all’Atalanta, la società più abile di tutte a tirare su le giovani promesse.

Questo il percorso nel calcio di Giancarlo Centi, nato nel capoluogo d’Abruzzo 53 anni fa, oggi vice responsabile degli osservatori della “Dea”.

Un tecnico ormai abituato a lavorare con i giovani che, dice, è sempre più difficile far emergere e formare, inculcando concetti scomodi che non passano mai di moda: sacrificio, gruppo, le “piccole cose che fanno i grandi calciatori”.

Centi non dimentica L’Aquila, anche se, ammette, per una “forma di rispetto” dopo il terremoto fatica a dirsi ancora cittadino del capoluogo: “non ho subìto quello che hanno subìto gli altri, L’Aquila che sento mia è quello del passato”.

A riallacciare i legami, però, ci sarà la collaborazione in vista tra i bergamaschi e una società del comprensorio aquilano, il Poggiobarisciano: “Ne sono orgoglioso”, spiega Centi, ricordando le sfide con la sua Oratoriana.

Com’è arrivato nel calcio che conta?

Giocavo all’Aquila con l’Oratoriana, poi sono andato a Sulmona, in serie D, che sarebbe la Lega Pro di adesso, e da lì prima al settore giovanile dell’Inter quindi in prima squadra. A Sulmona giocavo sia nella Beretti che con i grandi, qualche osservatore della zona mi ha segnalato. Nella Primavera nerazzurra sono stato preso dopo un provino, c’era anche Sandro Mazzola, quello era l’ultimo anno in cui giocava e nel frattempo già faceva qualcosa per il settore giovanile.

Non ha mai avuto modo invece di indossare la maglia dell’Aquila Calcio.

Ho cominciato con l’Oratoriana perché oltre che a calcio a me e ai miei amici piaceva anche la pallacanestro e l’oratorio era la palestra migliore. Avevo 15 anni, da lì ho fatto direttamente il provino con il Sulmona e mi hanno preso assieme ad altri tre aquilani.

Che ricorda della sua annata all’Inter?

Intanto la vittoria della Coppa Italia, battendo il Torino in finale. Ricordo tanti grandi campioni che erano in squadra con me, Beccalossi, Oriali, Prohaska, Altobelli, Serena, erano i primi anni di Bergomi e di Beppe Baresi, soltanto a ripetere tutti questi nomi mi emoziono! Tra l’altro in gioventù ero tifoso dell’Inter, quell’anno ho realizzato il sogno di un ragazzo che approda al grande calcio.

Il bilancio?

Non è stato facile, forse potevo fare meglio, visto che alla fine sono andato via. Ho il rimpianto che a 21 anni ero troppo giovane, e poi venivo da un infortunio al ginocchio che mi sono portato dietro per tutta la carriera. Mi sarebbe piaciuto essere al 100 per cento per giocarmela al meglio, ma ormai ho una certa età e non sto lì a rivangare troppo.

Chi è stato il suo compagno di squadra più forte? E l’avversario?

Come fai a citarne uno solo, erano tutti forti! Io mi dovevo accodare a loro, c’erano tanti campioni e nazionali che avrebbero vinto il Mondiale del 1982. Quanto agli avversari, erano gli anni di Zico, Falcao, Maradona, erano i primi stranieri che venivano ed erano grandi. Ricordo loro particolarmente, ma c’erano anche tantissimi italiani forti.

Dopo l’Inter e una stagione ad Avellino, otto con la maglia del Como. Cosa ha trovato nella città lariana per rimanerci tanti anni, anche dopo aver smesso di giocare?

Come cittadina era molto simile all’Aquila, che ha vicino Roma e Pescara ma è rimasta con le sue radici, distaccata dalla grande città. Allo stesso modo Como è vicino a Milano e alla Svizzera ma è una città che sento addosso, a misura d’uomo. Sia da giovane, i primi anni, vivendo assieme a compagni che avevano la mia stessa età e aspettative. Sia dopo, quando mi sono sposato nello stesso periodo di altri ragazzi, con mia moglie, che peraltro è dell’Aquila, una fase che abbiamo vissuto tutti insieme. Le problematiche calcistiche si coniugavano con la vita quotidiana. Per me Como è quasi una seconda città natale.

Com’è nata l’avventura con l’Atalanta e di cosa si occupa?

Grazie al rapporto che si è creato a Como con Mino Favini, storico responsabile del settore giovanile che ha tirato fuori una valanga di giocatori finiti in serie A e in Nazionale. Era al Como con me, avevo smesso giovane, a 31 anni, e mi piacevano quel tipo di approccio e di mondo. Quando sette anni fa il Como è fallito mi ha chiamato a Bergamo e sono venuto qui. A Zingonia c’è lo stesso ambiente, ma con mezzi superiori e con risultati che tutti conoscono. Mi occupo di aiutare sul campo il lavoro degli istruttori dai Giovanissimi fino alla Primavera.

Se dovesse fare un nome, dopo Pazzini e Montolivo chi sarà il prossimo talento nerazzurro a esplodere?

Non mi permetto di fare un singolo nome: mi sento ancora molto calciatore e allenatore, e quando un tecnico fa un nome solo gli altri vengono penalizzati, e non è giusto. Mi auguro che tanti facciano una buona carriera da calciatori professionisti. D’altronde, lavoriamo per quello. Tanti ragazzi sono qui da dieci anni, ti ci affezioni, vedi che possono spiccare il volo. Il talento da solo però non basta, il nostro compito è far capire le piccole cose: sono quelle che fanno i grandi giocatori.

Non vuole fare un nome solo, ma quali sono i giovani nerazzurri più promettenti?

In prima squadra ce ne sono tanti, penso a Manolo Gabbiadini, che dovrebbe essere acquistato dalla Juventus, un motivo d’orgoglio non solo per l’Atalanta ma anche per i tecnici del settore giovanile. Penso poi a Giacomo Bonaventura, a Moussa Koné, che era a Pescara, insomma, l’Atalanta continua a credere nei giovani.

È diventato più difficile negli anni allenare e far emergere le “nuove leve”?

È sempre più difficile, perché gli stranieri sono tanti e ci sono sempre meno posti. Il segreto è tentare di creare sempre più qualità. Anche i soldi sono sempre di meno, per questo creare giocatori “di serie C” non basta più, solo alzando la qualità si riesce a sopravvivere.

E i ragazzi sono cambiati?

Nei decenni cambiano un attimino le aspettative dei giovani, ma questo è normale perché nel frattempo cambia anche il mondo. Facebook, per dire, 15 anni fa non c’era. Se uno vuol fare qualsiasi mestiere a cui tiene ci sono da fare sacrifici. Il sacrificio, la sofferenza, il pensare al gruppo e non a se stessi, non sono solo parole, ma qualcosa che rimane dentro. Inculcarlo è, però, sempre più difficile.

Come ha visto la collaborazione della sua “Dea” con una società aquilana?

Ne sono orgoglioso, visto da dove vengo. Oltretutto a Poggio Picenze ci ho giocato con i giovanissimi quando ero all’Oratoriana. Una volta c’era il campo vicino alla chiesa, ricordo che si vedeva dalla strada, so che adesso non è più lì.

Torna spesso all’Aquila?

Sì, torno, anche perché ci abitano tutti i miei parenti. Tra l’altro la mia famiglia abitava in pieno centro, a piazza Duomo, adesso invece sono a Paganica, al progetto C.a.s.e.. Devo dire, però, che tornare si fa sempre più faticoso.

Perché?

Dopo quello che è successo. In questi tre anni non ho vissuto quello che hanno vissuto gli aquilani. Non mi sento più né dell’Aquila né di Como, mi dispiace tantissimo perché non ho vissuto il terremoto in prima persona e non mi sento più di dire che sono dell’Aquila, perché non lo sto subendo.

Una sensazione comune a molti di quelli che “non c’erano”.

Lo vedo più come una forma di rispetto per coloro che hanno subìto, quelli che sono stati nelle tende, quelli che si chiedevano ‘domani che facciamo’: mentre noi possiamo gestire il nostro futuro, loro dovevano vivere alla giornata. Ho una sorta di rispetto profondo a dire che sono dell’Aquila, per ricordarla devo ripensare al mio passato. Quella L’Aquila la sentivo mia.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

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